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Abruzzo, il borgo dove ogni anno i serpenti sono protagonisti di una antichissima festa popolare  

A Cocullo il 1° maggio coincide con San Domenico e la Festa dei Serpari, un rito che unisce paganesimo e religione cristiana

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L’Abruzzo è un vortice di tradizioni, un lembo d’Italia strappato al paradiso e messo in terra, dove, come ricorda Hemingway in Addio alle Armi, “le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in tutta Italia; dove è inutile portarsi dietro il cibo, perché i contadini sono felici se accettate da mangiare da loro”. I borghi e le tradizioni ad essi collegate – feste patronali, processioni, eventi religiosi –, si susseguono senza fine, come le onde di una mareggiata, e investono il visitatore con la potenza delle loro rappresentazioni, l’incresparsi dei suoni e delle voci quasi sacre dei festanti, lo strepitare delle Madonne e dei Cristi, che, sovente, a braccio vengono portate dai penitenti o da qualche abitante del paese.Rievocazionistorichequali la Giostra cavalleresca e la Madonna che scappa in piazza di Sulmona; feste tradizionali e religiose come il presepe vivente di Rivisondoli o le Farchie di Fara Filiorum Petri, dove, in onore di sant’Antonio Abate, vengono accese delle enormi torce di legno alte fino a 10 metri; lo sfarzo e le mascherate carnevalesche che si succedono fra Castiglione Messer Marino, Schiavi d’Abruzzo e Pettorano sul Gizio; e ancora, e a finire, gli incappucciati di Chieti, i costumi tradizionali arbereshe di Villa Badessa, la festa del narciso a Rocca di Mezzo, i pellegrinaggi all’eremo di san Bartolomeo in Legio.

Insomma, in ogni periodo dell’anno, c’è davvero l’imbarazzo della scelta; ma noi dobbiamo pur scegliere, e scegliere di raccontare qualcosa di unico. La festa dei serpari fa al caso nostro, anche perché, non solo in Italia, ma in tutta Europa in generale, non si registrano festività simili. Addentriamoci allora in questa follia patronale, che, ogni primo maggio, si celebra nel piccolo borgo di Cocullo in onore di san Domenico abate.

Cocullo, tra il castello e l'origine romana

Abruzzo, il borgo dove ogni anno i serpenti sono protagonisti di una antichissima festa popolare

Situato nell’Alta Valle del Sagittario, al confine fra la Valle Peligna e la Marsica, questo piccolo borgo conta poco più di 200 anime, che, forse, solo in estate e durante la festa dei Serpari, si moltiplicano fino a diventare migliaia, fra turisti e vecchi abitanti che ritornano nel paese natale Come per molti altri borghi italiani, le origini di Cocullo risalgono all’età preromana, allorquando, con ogni probabilità, venne fondato dai popoli italici dei Marsi e Peligni, la cui area di influenza si estendeva dalla Marsica agli odierni comuni di Corfinium, Sulmona e Castelvecchio subequo. La dominazione romana, tuttavia, non tardò ad arrivare; il lungo decennio della guerra sociale (91-88 a.C.), portò alla capitolazione e alla conquista di Cocullo nell’89 a.C.;ilpaese,come molti compresi fra la Valle Peligna e la Marsica, si era infatti ribellato all’autorità di Roma a seguito della continua negazione, da parte del senato, di estendere la cittadinanza romana ai popoli marsicani.

Durante il Medioevo, il paese venne rifondato dai Longobardi, che qui lasciarono testimonianze architettoniche di una certa rilevanza, come, ad esempio, la torre centrale della chiesa di san Nicola In epoca successiva, furono invece i conti di Celano, e, successivamente, i Piccolomini, a contendersi il dominio del borgo e, nello specifico, del castello di Cocullo, costruito intorno all’XI secolo sui resti della torre longobarda Fu solo intorno all’anno 1000 che, da Villalago, un monaco di nome Domenico, il protagonista del nostro articolo, decise di trasferirsi a Cocullo e di rimanerci per ben 7 anni.

I serpenti e san Domenico

Abruzzo, il borgo dove ogni anno i serpenti sono protagonisti di una antichissima festa popolare

Domenico doveva essere un uomo tutto d’un pezzo; santo protettore contro il mal di denti, le tempeste, i lupi, il morso dei cani e dei serpenti, nel suo pellegrinare da Sora all’Abruzzo, fece tappa a Villalago intorno alla metà del X secolo. Qui, nel silenzio che attraversa le gole del sagittario e la trasparenza del laghetto che a posteriori gli venne dedicato, già compì i primi miracoli di stampo evangelico; si narra, infatti, che avrebbe compiuto un prodigio intimando a un lupo che aveva rapito un infante dalla famiglia per mangiarselo, di tornare col fagotto dai genitori per restituire il bambino.

Nonostante il miracolo, e per ragioni non troppo chiare, dopo aver trascorso diversi anni all’interno di una grotta – poi eremo di san Domenico –, egli fu cacciato da Villalago; da qui, risalendo le gole del sagittario, giunse a Cocullo, dove, come detto, rimase per circa 7 anni. Giunto nel borgo, così come aveva fatto a Villalago, il santo prese subito il comando della situazione. Frequenti erano infatti i casi di persone morsicate da serpenti e da vipere di cui la zona era piena. Liberando poveri disgraziati che erano stati morsi dalle vipere o da cani rabbiosi, San Domenico operò dunque parecchi prodigi. Liberò, inoltre, alcune donne, le quali, dormendo in aperta campagna e fra i boschi, avevano avuto il latte materno succhiato dalle serpi e a qualcuna eranoaddiritturapenetratenello stomaco

Al momento di andarsene, il nostro santo, nonostante ne fosse il protettore, doveva avere un mal di denti da capogiro, allorché decise di cavarsene uno e donarlo alla popolazione di Cocullo; non un dente d’oro, beninteso, ma un dente che avrebbe garantito alla popolazione la protezione necessaria contro serpenti velenosi e cani rabbiosi, motivo per cui il molare venne da subito collocato, a mo’ di reliquia, all’interno dell’omonima chiesa a lui dedicata; ecco, da qui si origina il mito. Tradizione vuole, infatti, che dal gesto del santo scaturì una devozione tale da parte degli abitanti, al punto da sostituire il culto pagano di Angizia, divinità venerata dai Marsi – i “maneggiatori di serpenti”, come li usava chiamare Plinio il Vecchio –, e protettrice dei veleni e dei serpi.

La festa dei serpari, l'evento simbolo di Cocullo

Abruzzo, il borgo dove ogni anno i serpenti sono protagonisti di una antichissima festa popolare

Candidata dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità, la Festa dei serpari si tiene ogni primo maggio a Cocullo; il paese diventa un vero e proprio covo di serpi, beninteso, affatto velenose – vengono infatti scelti il cervone, il saettone, la biscia dal collare e il biacco. I serpenti, raccolti dai serpari intorno al mese di marzo – allo sciogliersi della neve –, vengono poi collocati all’interno di recipienti di legno e nutriti con topi vivi e uova sode.         È interessante, prima di addentrarci nello svolgimento della festa vera e propria, fare chiarezza sulla figura dei ciaralli, antenati dei serpari attuali. Fra gli abitanti di Cocullo sussiste infatti – ancora oggi – la convinzione cheiciarallifossero in grado di incantare i serpenti, e che viaggiassero di paese in paese liberando le terre dalle bestie infestanti, ottenendo in cambio del cibo. Avevano, inoltre, il potere di tirare via il veleno dalle ferite dei morsi, e loro stessi erano immuni al morso delle serpi.

Questa tradizione, forse legata al culto di Angizia, trova altresì riscontro in un episodio degli Atti degli Apostoli, laddove San Paolo, fermatosi nell’isola di Malta durante la sua venuta dalla Palestina a Roma, avrebbe liberato l’isola dai serpenti. Tutt’oggi, si crede che gli stessi serpari, antenati dei ciaralli, siano immuni al morso dei serpenti, e per questo deputati alla loro cattura e al loro rilascio al termine della festa.

Ma veniamo ora alla festa vera e propria, che ha inizio con la folla che comincia a tirare con i denti la campanella che si trova all’interno della chiesa di san Domenico; secondo la tradizione, questo rito, oltre a proteggere gli abitanti dal mal di denti, richiamerebbe alla mente l’episodio del dente donato da san Domenico agli abitanti di Cocullo dopo il suo congedo dal paese È dopo il tiro della campanella che, verso mezzogiorno, la statua del santo viene fatta sfilare per le vie del paese, portata a braccio da alcuni abitanti del paese e invasa dalle serpi catturate nei giorni precedenti. Non mancano, tuttavia, suonatori di zampogna o ciaramella sui cui strumenti si avviluppano i serpenti, né tantomeno quelli aggrovigliati sulle braccia dei visitatori e turisti di turno.

Al termine della festa, oltre allo sparo dei fuochi d’artificio e alla liberazione dei serpenti, avviene un ultimo fatto, piuttosto curioso; alcuni pani sacri attorcigliati, portati da due donne durante la processione e la cui circolarità sta a ricordare la forma dei serpenti, vengono offerti in dono e mangiati dai portatori della sacra statua di san Domenico. Una festività antica, diremmo quasi ancestrale, lodevole esempio di un qualcosa che, nonostante i secoli, sopravvive ancora: il sincretismo religioso. Da un lato la dea Angizia, dall’altro San Domenico; da un lato i ciaralli, dall’altro i serpari.

 
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