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Il vino buono a regola d’arte, la formula eccellente dei Consorzi di Tutela  

Da Manduria a Bolgheri, passando per le colline dell’Oltrepò Pavese e i vigneti campani, ecco come i consorzi di tutela portano avanti una politica di promozione del territorio, ma anche di difesa delle tradizioni nel buon bere

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La vendemmia 2021, pur funestata da difficoltà meteorologiche e organizzative legate alla pandemia, si annuncia una tra le migliori degli ultimi anni. La qualità delle uve, e del vino che se ne ricaverà, sarà infatti la compensazione ideale di una mancanza di prodotto che le prime stime quantificano tra il 10 e il 15%.

Nonostante ciò, l’Italia del buon bere continua a dominare la classifica mondiale dei produttori di vino, con una quantità prevista di 44,5 milioni di ettolitri (-9% rispetto al 2020), livello ampiamente superiore a quello di Spagna e Francia. Quest’ultima, in particolare, paga lo scotto di un clima sfavorevole e di difficoltà che per quest’anno la relegheranno addirittura al 3° posto in classifica, favorendo lo storico sorpasso iberico.

Fondamentale per il mondo dell’enologia in Italia, e per una produzione da leader, è il ruolo dei consorzi di tutela dei vini. Realtà che uniscono industria, commercio, valorizzazione del territorio e preservazione delle eccellenze storiche, diffuse su tutto il suolo nazionale. Se è l’Unione Europea a dettare le regole per le certificazioni DOCG, DOC e IGP, sono infatti queste associazioni volontarie di produttori che mettono in pratica regolamenti e disciplinari nelle attività quotidiane.

I consorzi, vale la pena ricordarlo, sono regolati nel loro funzionamento dalla legge 526 del 1999 che stabilisce il riconoscimento delle associazioni da parte del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e hanno, tra i loro compiti, quello di tutelare, promuovere, valorizzare e informare il consumatore circa le cosiddette indicazioni geografiche.

Un elenco ministeriale, aggiornato al settembre 2021 e relativo ai vini DOP, riconosce in Italia la presenza di ben 408 vini che possono fregiarsi dell’ambito riconoscimento comunitario; le IGP (Indicazioni geografiche protette) si fermano invece a quota 118. Un totale dunque di 526 vini, sui quali insiste una qualche forma di protezione e tutela riconosciuta a livello nazionale ed europeo.

Tra queste, ce ne sono quattro che meritano sicuramente un approfondimento, per la loro capacità di superare i confini geografici e mostrarsi come un vero e proprio concentrato dell’eccellenza italiana: Primitivo di Manduria, Bolgheri e Bolgheri Sassicaia, Oltrepò Pavese e Feudi San Gregorio.

Primitivo di Manduria, l’eccellenza del buon bere pugliese

Il vino buono a regola d’arte, la formula eccellente dei Consorzi di Tutela

Tipico della zona intorno alla città di Manduria, da cui prende il nome, il Primitivo è un vitigno che da qualche decennio conosce una seconda giovinezza. Il ricorso a produzioni con minore resa, infatti, ha permesso di ricavare vini di eccezionale spessore, considerato tra i migliori per la cosiddetta meditazione, ovvero la degustazione senza l’accompagnamento gastronomico.

Ci troviamo a metà strada tra Taranto e Brindisi, in quella buffer zone della Puglia meno conosciuta ma ricca di testimonianze storiche e di produttori come tutori ideali del territorio. Un clima perfetto, quello dell’Alto Salento, dove le uve maturano da fine giugno a fine agosto e quasi in solitaria riescono a raggiungere le caratteristiche ideali per la trasformazione in vino.

Il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria, nato nel 1998, è oggi operativo in 18 comuni ed è responsabile di 2 DOP (Primitivo di Manduria e Primitivo di Manduria Riserva) e una DOCG (Primitivo di Manduria Dolce Naturale).

Una vinificazione, quella del Primitivo, che avviene con tecniche moderne ma è figlia di antiche tradizioni, come testimonia il lavoro di ben sessantuno aziende e 1500 soci, capaci di interpretare al meglio il frutto di un territorio che, oggi, è tra i più produttivi in Italia nel campo enologico.

Bolgheri, tra i cipressi uno dei vini italiani più amati nel mondo

Il vino buono a regola d’arte, la formula eccellente dei Consorzi di Tutela

Dici Bolgheri, e subito compaiono le scene della Toscana rurale, elegante e raffinata dove i lunghi filari di cipressi cantati da Carducci sono la cartolina ideale di questo territorio da sogno. A Castagneto Carducci, tra la costa degli Etruschi e la Via Aurelia, le Colline Metallifere sono custodi di condizioni pedoclimatiche che favoriscono la nascita di un vino incredibilmente ricco. Si tratta del rosso protetto dal Consorzio di Tutela Bolgheri e Bolgheri Sassicaia, quest’ultimo nome altisonante per chi, di vino, se ne intende anche solo il giusto.

Uno spazio contenuto, quello del consorzio, con un clima rinfrescato dalla costante presenza di ventilazione, da precipitazioni regolari e non eccessive, con un suolo ricco di nutrienti che vengono assorbite dalle iconiche vigne della media Toscana. Il terroir della zona di Bolgheri, unitamente alla capacità dei produttori di fare squadra e tutelare la zona, ha permesso nel tempo di consolidare un livello di eccellenza difficilmente ripetibile altrove.

È così che, sin dalla firma del disciplinare della DOC Bolgheri datato 1983, si è lavorato per identificare, promuovere e valorizzare il Rosso DOC, il Superiore DOC, il Bolgheri Sassicaia DOC: vini prodotti rigorosamente con Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. La storia del vino e di Bolgheri si fonde però nel tempo, ed è forse ben 1200 anni prima di Cristo che si trovano le tracce delle prime coltivazioni di uva per la trasformazione in vino.

Tra splendide ville e casali di campagna, storie di marchesi illuminati e disciplinari rigorosi, oggi a Bolgheri il vino è un asset fondamentale, ma anche la cartina tornasole di una eccellenza che redistribuisce i suoi frutti sul territorio.

Oltrepò Pavese, le colline dell’eccellenza lombarda

Il vino buono a regola d’arte, la formula eccellente dei Consorzi di Tutela

È un nome che ispira e incanta da sempre: Oltrepò Pavese, oltre lo scorrere del più lungo – e strategico – dei fiumi d’Italia. La viticoltura qui è presente da tempo immemore, ma è Strabone – a cavallo tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. che ce ne parla per la prima volta. Un vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi.

Se non fosse per le tecniche, la presenza di un consorzio di tutela e una riconoscibilità che ha superato i confini nazionali, le parole dell’autore romano avrebbero un certo senso anche duemila anni dopo. In questo incrocio di culture e biodiversità, dove la Lombardia abbraccia con i suoi confini Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria, ancora oggi le colline producono un vino raffinato, ricco, immediatamente riconoscibile al palato.

440 chilometri di colline, 13mila ettari con 7 denominazione: ecco alcuni dei numeri del Consorzio di tutela dell’Oltrepò Pavese, zona che da sola regge il 60% dell’intera produzione enologica lombarda. Pinot Nero, Riseling, Moscato, Cortese: le uve coltivate sono tante e variegate, per un risultato finale che si avvale di dieci vitigni principali, contro i 225 di fine Ottocento.

Normalizzazione che tiene conto della storicità attuale, ma anche voglia di spingersi su un mercato internazionale con una concorrenza serrata. Ecco perché l’Oltrepò non è solo terra di enologia ma di turismo associato, con percorsi ciclistici, cantine aperte, relais e ristoranti pronti ad accogliere un visitatore sempre più attento e desideroso di qualità. #OltrepoDivino, come lo chiamano da queste parti: e c’è da crederci!

Feudi di San Gregorio, la qualità che parla campano

Il vino buono a regola d’arte, la formula eccellente dei Consorzi di Tutela

Il nostro viaggio tra le eccellenze dei consorzi di tutela dei vini italiani fa infine tappa in Campania, terra foriera di tradizioni uniche. La cantina degli imperatori, come veniva chiamata durante i fasti dell’Impero Romano, è un vero e proprio concentrato di grandi etichette e referenze che fanno la felicità dei sommelier (ma non solo).

Greco di Tufo, Fiano d’Avellino, Aglianico: ne sanno qualcosa i soci di Feudi di San Gregorio, realtà chiamata alla tutela e valorizzazione di un patrimonio che fuoriesce dalle vigne e si espande ai grandi temi dell’accoglienza sul territorio dell’Irpinia.

Una terra difficile, quella irpina, martoriata qualche decennio fa da un devastante sisma che oggi conosce una nuova giovinezza anche grazie alla capacità di valorizzare il lato buono di Madre Natura. Quello che ritroviamo nelle vigne, preservate a inizio Novecento dalla filossera, con sapienti mani che hanno portato fino ai giorni nostri dei veri concentrati di bontà.

Il lavoro di Feudi di San Gregorio si espande su 300 ettari di vigneti, un profilo eterogeneo dove convivono referenze diverse, studiate e valorizzate grazie all’aiuto di esperti nazionali e internazionali del mondo universitario e della ricerca. Lo studio attento delle caratteristiche del territorio irpino ha permesso di trasformare la ‘mera produzione’ in un consesso di incontri, confronti e diffusione della cultura oltre il mondo enologico.

La promozione della qualità, il concetto di architettura funzionale (come dimostra il progetto della cantina di Hikaru Mori) e l’apertura al visitatore con mostre artistiche, specialità gastronomiche e visite guidate fa di questa realtà un elemento visionario nella cultura del buon bere in Campania.

 
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