Costruita in soli 3 mesi, la "Strada dei 100 Giorni" è ancora oggi un capolavoro di ingegneria unico al mondo
Un'opera estrema, dove la fatica umana si è fatta architettura sfidando le leggi di gravità della montagna
La roccia non dovrebbe piegarsi alla linea retta, eppure qui la montagna è stata traforata come una tela grezza. Quando ci si avvicina alla stretta fenditura che unisce la Marca Trevigiana alla Valbelluna, l'aria cambia consistenza: l'odore dolce dei vigneti di Glera scivola via, sostituito dalla corrente gelida che scende dalle Prealpi Bellunesi, carica di pietra umida, abeti schiantati e fumo di legna. Davanti al parabrezza o alla visiera del casco non compare il solito valico alpino fatto di morbidi pascoli, ma una gola cieca che sembra insormontabile. Poi scatta il verde del semaforo e la roccia si apre. Il Passo San Boldo è un paradosso geografico e ingegneristico. Con i suoi 706 metri diquota non compete con i giganti dolomitici per altitudine, ma vanta una vertigine che pochi altri passi europei riescono a restituire. È una cerniera di pietra viva che ha visto passare legionari romani, mercanti medievali, contrabbandieri di tabacco e intere divisioni militari.
Cento giorni di ferro: l'epopea della Strada dei Cento Giorni
Per capire cosa significhi percorrere questo tratto di strada provinciale 635 bisogna riavvolgere il nastro alla primavera del 1918. Dopo lo sfondamento di Caporetto, l'esercito austro-ungarico aveva un bisogno disperato di una linea di rifornimento strategica per alimentare il fronte del Piave senza esporsi al tiro dell'artiglieria italiana. L'ordine del comando militare fu perentorio: superare il dislivello tra Tovena e la sella del valico in tempi record. Lavorarono giorno e notte oltre settemila persone, tra genieri imperiali, prigionieri di guerra russi e la popolazione civile locale, in gran parte donne, anziani e ragazzi reclutati nei paesi della vallata. Il risultato fucompletato in poco più di tre mesi, tra febbraio e giugno del 1918, guadagnandosi il nome che ancora oggi la rende leggendaria: la Strada dei Cento Giorni (Gebirgsstraße 100 Tage). Gli ingegneri austro-ungarici compirono un capolavoro di idraulica e geometria bellica: per consentire il transito dei pesanti convogli d'artiglieria e delle salmerie, la pendenza non doveva mai superare il 12%. Per vincere la parete verticale dell'ultimo canalone senza sbancare l'intera montagna, scavarono cinque gallerie elicoidali all'interno della falesia calcarea, raccordate da ponti ad arco gettati sul vuoto. Entrare in questi tunnel a gomito, con aperture scavate nella roccia che lasciano intravedere frammenti di cielo e cascate stagionali, restituisce ancora oggi il senso di una corsa contro il tempo e la natura.
Dentro la serpentina: le gallerie elicoidali e la disciplina del semaforo

Guidare lungo il versante trevigiano del San Boldo impone concentrazione e rispetto. La carreggiata è talmente stretta che il transito attraverso l'anello finale dei tornanti in galleria è regolato da un sistema semaforico a senso unico alternato, con tempi di attesa che variano tra i cinque e i sette minuti. È consigliabile approfittare della sosta alla base del tratto scavato per osservare la parete dal basso: la struttura dei ponti in cemento armato e pietra si mimetizza con gli strati geologici della falesia, svelando un tracciato che sembra disegnato da un compasso impazzito.
Il transito è vietato ai mezzi superiori ai 3,20 metri d'altezza e con portata superiore a 3,5 tonnellate per via delle volte ribassate dei tunnel storici, mentre la velocità massima è fissata a 30 km/h. Per i motociclisti e i ciclisti, questo tratto rappresenta una sorta di monumento tecnico. La superficie dell'asfalto dentro i tunnel può risultare viscida a causa dello stillicidio continuo delle acque sorgive che filtrano dal calcare: serve prudenza, soprattutto se si affrontano le curve in salita con rapporti agili. Una volta superata la quinta galleria, il paesaggio cambia d'improvviso. La gola opprimente si allarga su un pianoro verdeggiante dove sorge la frazione di San Boldo, punto di sosta naturale dove il rumore dei motori si spegne e lascia spazio alfruscio del vento sui pascoli sommitali.
Oltre l'asfalto: le creste del Col Visentin e la via dei pellegrini
Fermarsi al solo nastro d'asfalto sarebbe un errore di prospettiva. Il colle ospita tracce ben più antiche delle vicende belliche del Novecento: proprio sul valico sorgeva un antico ospizio medievale dedicato a San Teobaldo (da cui la corruzione toponomastica in San Boldo), destinato a dare ricovero a viandanti e mercanti che valicavano le Alpi lungo la cosiddetta "Via Claudia Augusta Altinate" o le varianti commerciali verso la Germania. Dal piazzale del valico partono numerosi tracciati escursionistici adatti a camminatori di ogni livello. Uno dei più gratificanti è il sentiero che risale la dorsale delle Prealpi verso il Col Visentin (sentiero CAI 991). Il dislivello è costante ma mai proibitivo, snodandosi tra boschi di faggio e radure aperte. Nelle giornate in cui soffia il favonio o la tramontana pulisce l'orizzonte, lo sguardo spazia contemporaneamente su due mondi: a sud la pianura veneta punteggiata di centri abitati fino al luccichio argenteo della Laguna di Venezia, a nord le pareti dolomitiche del gruppo della Schiara e le vette feltrine. Per chi cerca una passeggiata più breve e ricca di suggestione storica, il sentiero che conduce alla Calchera permette di osservare un antico forno a legna per la produzione della calce viva, restaurato e inserito in un anello didattico di circa un'ora di cammino tra i boschi che circondano il borgo.
