Dai Giardini del poeta Orazio al Roseto dei Bonaparte: il Castello del Gallo
Le punte dei tantissimi alberi che costellano i boschi dei Monti Lucretili sembrano scogli che affiorano dal mare. Questo è il panorama che si ammira dai giardini del Castello del Gallo
A meno di un’ora da Roma, verso est – verso Subiaco, per intenderci –, c'è un posto dove la sensazione che si ha è, al contempo, quella di essere dei conquistatori e di essere conquistati, di abbracciare con lo sguardo il mondo intero, eppure, di non sapere bene dove guardare. Siamo nel comune di Mandela, e qui la storia, l’arte, la natura, perfino i fiori, rendono la bellezza un motivo comune, e non un qualcosa da ricercare nelle pareti di una stanza affrescata, al di là di un sole che scompare, o dietro un angolo. Fra le mura e la natura del Castello del Gallo è passata la storia di mezza Europa: prima gli Equi, fra i popoli italici che diedero a Roma filo da torcere, poi i romani, che nellevicinanzeattingevanodall’Aniene l’acqua da portare fino alle pendici della capitale; infine, nel Medioevo, durante il periodo della grandi casate nobiliari, la famiglia Orsini, prendendone le redini, diede al Castello un aspetto nuovo, a passo con i tempi, trasformando le sue mura in una fortezza e gli ambienti romani in una sala d’armi.
Il medioevo dura tanto, è risaputo, all’incirca mille anni; gli Orsini faranno il passaggio del testimone ai portoghesi Nuñez Sanchez intorno alla metà del 1700, come ci ricorda la bolla Urbem Romam di papa Benedetto XIV. Qualche tempo dopo, sotto i Bonaparte e i del Gallo, il Castello vivrà il pieno delle sue potenzialità e del suo splendore, lo “stato d’animo” che tutt’oggi si respira: siamo arrivati al 1800, il secolo in cui, qui, passano i rampolli e i poeti del Grand Tour, i quadri e le sfumature dei pittori europei, le storie e le vicende che, infine, accompagneranno il mondo verso l’età contemporanea, da Napoleone III all’occupazione tedesca del 1944.
In memoria di Orazio: i giardini al Castello del Gallo
Fu Mecenate, per eccellenza, il protettore dei poeti e degli artisti, alleato e fedele consigliere del primo imperatore romano, Augusto, a donare a Orazio una villa situata in queste zone, per la precisione, vicino al torrente Licenza, omonimo comune a pochi passi da Mandela. Leggendo i versi di Orazio, quasi si stenta a credere che tutto quello che viene narrato corrisponda alla realtà; le sue parole richiamano la descrizione di un paradiso, di un luogo incantato della cui esistenza e, soprattutto, sopravvivenza fino ad oggi, è lecito dubitare.
Una fuga continua di montagne interrotte da un’ombrosa valle
Merita lode il clima, se perfino i roveti producono in abbondanza vermiglie corniole e prugne
Una sorgente, da cui deriva un fiumicello che da essa prende nome, di cui l’acqua, salubre al capo e al ventre, non è men fresca e limpida di quella dell’Ebro
Sono queste alcune delle descrizioni che il poeta lucano indirizza all’amico Quinzio, nella sua Epistola I, 16. Ma gli scorci di Orazio sono tutt’altro che un lontano ricordo, e, anzi, prendono vita fra i passaggi e i mille sentieri, i soffitti di foglie e i pavimenti di fiori che caratterizzano i giardini del Castello del Gallo, non a caso, intitolati proprio al poeta.
Ecco che, superato un viottolo, si intravedono gli ulivi, eredi della tradizione agricola monastica; ai muri e ad altri ruderi affascinanti, invece, ci si arriva continuando a battere il sentiero, accompagnati da quel clima così piacevole che Orazio, più di duemila anni fa, raccontava a Quinzio. Più si avanza nella visita dei giardini, e più si torna indietro nel tempo: le grandi spalle dei monti Lucretili, riscaldati da quel sole che, appena nasce, ne irraggia la parte destra e ne intiepidisce la parte opposta; le file di allori, che si intrecciano fino a formare dei viali nel bosco; le rose che incorniciano la torre del Castello, attaccandolo al cielo e alle stelle.
Grand Tour: poeti, pittori e musicisti
A partire dalla metà del 1700, gli animi dell’aristocrazia europea diventano curiosi e irrequieti; una schiera di giovani, di ricchi uomini di cultura, inclusi artisti, musicisti e pittori, lasciano le loro case e le rispettive nazioni per viaggiare lungo l’Europa continentale. L’obiettivo? Conoscere, studiare, ammirare, in breve, perfezionare il proprio sapere, entrando in contatto diretto con i monumenti, e, in generale, con la cultura classica, neoclassica e rinascimentale. L’Italia, fin da subito, diventa la destinazione principale, la regina delle mete, la “terra promessa” in cui, viaggiando, il dialogo con la cultura poteva essere vivo, palpabile, profondo. Al territorio di Mandela e al Castello del Gallo, l’aristocrazia europea che viaggia verso e per scoprire Roma dedicalasuaarte, i suoi pensieri, e il suo tempo di svago. Dalla Germania e dalla Francia, Hackert e Corot immortalano le sfumature, i giochi di luci e i colori dei Monti Lucretili. Nelle tele di Hackert, i paesaggi di Mandela riescono quasi a muoversi, al punto che sembrano uscire dal quadro, diventare reali, e dare l’idea di poter essere attraversati, respirati e toccati con mano. La voce in capitolo spetta alla luce, ai chiaroscuri, alle ombre, gli elementi con cui i pittori catturano a pieno l’anima e il movimento del paesaggio; anche il pennello del francese Corot, che dipinge le trame e i contorni dei Giardini di Orazio, riesce a cogliere quell’incontro fra storia, natura e paesaggio, trovando nella luce il suo alleato ideale.
Non solo i pittori, ma altresì “l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra”, come lo aveva definito la scrittrice George Eliot, e cioè, Johann Wolfgang von Goethe, lega la sua storia al Castello del Gallo. Del Grand Tour intrapreso da Goethe, che scrisse a proposito “Viaggio in Italia”, restano parecchie testimonianze, anche pittoriche, prima fra tutte il suo ritratto nella campagna romana. Al Castello del Gallo, la memoria del suo soggiorno rimane nel nome dell’ambiente a lui dedicato, la “Loggia di Goethe” e, soprattutto, si connette alla figura di sua nipote, Valerie von Wagner, che, poco dopo, entrò a far parte della famiglia del Gallo. Un filo conduttore dunque, o, per restare in tema internazionale, un fil rouge, che, dasempre,magnetizzala cultura europea verso questo luogo; dai poeti della parola, Orazio e Goethe, ai poeti della tela, come Hackert e Corot, passando per i grandi nomi della storia, per citarne alcuni, i Bonaparte e gli Orsini.
Il Roseto Bonaparte
Abbiamo aperto questo articolo affermando che qui, al Castello del Gallo, perfino i fiori rendono la bellezza un motivo comune. I grandi personaggi e le grandi famiglie che ci hanno accompagnato in questo breve tour, però, non hanno solo ammirato, dipinto e scritto di questo luogo; le loro vite e le loro attività, al contrario, si sono anche direttamente intrecciate alla storia del Castello, contribuendo a renderlo quello che è oggi. Nella Sala da Pranzo, il fortepiano donato da Napoleone III a Giulia Bonaparte, su cui, prima che venisse regalato, si erano posate le mani di Chopin, nonché di Listz quando era in visita a Mandela, è un valido esempio di come, lungi dall’essere un museo, ilCastelloerainvece continuamente frequentato, abitato e curato nei minimi dettagli. L’eleganza, l’attenzione, in una parola sola, la cura dei Bonaparte e dei del Gallo, che più hanno abitato e reso vivo questo ambiente, si vede e fa la differenza ancora oggi.
Ma torniamo ai fiori. Il Roseto Bonaparte, in parte già visibile, pensato e messo a dimora da Giulia nell’800, tornerà presto a rivivere, in tutto il suo splendore, per iniziativa degli attuali abitanti del Castello, i del Gallo, la cui storia familiare, così come nel passato, continua a legarsi a quella dei Bonaparte anche nel presente. Sarà una grande varietà di rose a interessare la coltura, rose antiche, principalmente francesi, rare, profumate, colorate, alcune delle quali provenienti da Château de Malmaison, di proprietà della prima moglie di Napoleone I, Giuseppina di Beauharnais.
