Sembra una perla nella laguna ma nasconde un segreto atroce: a due passi da Venezia c'è un'isola maledetta
Nel cuore della laguna di Venezia, a pochi chilometri dal centro storico: un luogo idilliaco da una parte, l'isola maledetta dall'altra
Alla fine dell’Ottocento, Arnold Bocklin dipinse una serie di cinque quadri, chiamandoli con l’inquietante titolo Die Toteninsel, l’Isola della Morte. Chissà se, nel disegnarli (uno addirittura era dipinto su una lastra di rame), si sia vagamente ispirato a Poveglia.
Ci troviamo nel cuore della laguna di Venezia, a pochi chilometri di navigazione dal Canal Grande e dall’elegante centro storico della città. Un luogo idilliaco che fa da contraltare a quella che, per la popolazione locale, è l’isola maledetta. Pensate che, fino alla fine del Trecento, era in realtà un luogo rigoglioso e dalla bellezza sorprendente: qui si ricavava il sale, si pescava in modo regolare ed era in vigore un sistema di autogoverno.
Poi, le guerre e la paura la resero sempre più invisa a molti. La rovina degli edifici e la superstizione la condannarono alla fama che si porta dietro ancora oggi. La sua però è una storia davvero interessante che vale la pena ripercorrere.
La vita dei povegliotti, dall’indipendenza all’abbandono

L’isola di Poveglia era conosciuta sin dai Romani per la ricca presenza di alberi di pioppo. Un luogo dalla natura lussureggiante, strategico perché vicino alla bocca di Palamocco. Secondaria rispetto a Venezia, iniziò a essere abitata dai veneti che sfuggivano alle invasioni longobarde, e intorno al VI-IX secolo vi fu costruito un grande castello con scopo difensivo.
La prima fase importante per Poveglia la si ebbe nell’864, quando Orso Partecipazio concesse ai fedeli di Pietro Tradonico, doge di Venezia ucciso in una rivolta, di auto-governarsi, pur rimanendo fedeli alla città. Fu così che iniziò il periodo d’oro di Poveglia e della sua popolazione, i povegliotti. La pesca e l’estrazione del sale erano il fondamento dell’economia locale. Addirittura il doge Bartolomeo Gradenigo, a metà Trecento, concesse alla popolazione locale di dotarsi di un podestà, massima autorità cittadina.
Fu però a fine secolo che Genova si decise ad attaccare Venezia, preoccupata del predominio lagunare sull’Adriatico. La guerra di Chioggia durò tre anni, ma tra i vari effetti ebbe quella dell’abbandono di Poveglia, conquistata da Genova e poi recuperata da Venezia dopo diverse battaglie.
Nel frattempo i povegliotti, trasferiti a Venezia, continuarono a vivere secondo le loro abitudini ed erano rappresentati anche nella festa della Sensa, che oggi è rievocata in parte nello Sposalizio del Mare.
La lenta decadenza di Poveglia, l’isola dal quale tutti si tenevano lontani

Il fascino unico di Poveglia fu intaccato dalla guerra con Genova, ma quello fu solo l’evento scatenante di una storia che sarebbe andata via via aggiungendo momenti di paura e timore nella popolazione della Laguna.
Perché è l’isola dei fantasmi?
Fino alla prima metà del Settecento l’isola, praticamente abbandonata, fu usata come una sorta di cantiere navale, dove le navi dedite al commercio sostavano per scaricare le merci o fare piccole riparazioni. Nel 1782, vista la lontananza dal centro di Venezia, si decise di usarla come un lazzaretto. Volendo evitare che la peste giungesse in città, gli equipaggi malati venivano lasciati in quarantena a Poveglia fino alla guarigione… o alla morte.
È l’alto numero di vittime che qui venivano seppellite in cimiteri improvvisati o, addirittura, in fosse comuni che iniziò a far aleggiare un’ombra spaventosa sull’isola. Una targa, incisa nel 1793, dice chiaramente di non scavare i morti per il contagio in vita: si fa riferimento all’ultima epidemia di peste che lambì Venezia prima della fine della Serenissima.
Nel corso dell’Ottocento la si continuò a usare per le quarantene marittime e addirittura come luogo di convalescenza per gli anziani dopo interventi e operazioni. Ufficialmente fu abbandonata solo nel 1968, quando divenne proprietà dello Stato.

Tra i vari tentativi di dare nuova vita a Poveglia, ce ne sono stati di diversi: quello di recuperarla a fini turistici, di farla diventare un campo agricolo oppure un ostello della gioventù. Nessuno, però, è riuscito a vedere realizzare i propri sogni: su Poveglia aleggia ancora oggi un alone di mistero, paura… una vera e propria maledizione.
Eppure l’isola ha tanto potenziale inespresso: la pieve di San Vitale è uno splendido edificio religioso, con un grande campanile-faro che venne dotato di un enorme orologio nel 1745. Le opere d’arte conservate nella chiesa di Poveglia sono andate perdute, mentre il solo Crocifisso miracoloso del Quattrocento è stato spostato nella vicina Malamocco.
Addirittura, alcune fonti dicono che a Poveglia sia stato sepolto nel 1510 Giorgio da Castelfranco, il celebre poeta Giorgione. Maestro della scuola veneta e uno dei primi esponenti del Manierismo rinascimentale, fu vittima della peste di quell’anno. Della sua fine se ne sa poco: alcuni dicono sia stato seppellito nel Lazzaretto Nuovo, ma in molti concordano sulla destinazione povegliotta. Un altro mistero che, cinquecento anni dopo, non è ancora stato risolto.
