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Gorizia: il racconto di se stessa  

Il progetto delle Panchine Narranti e la riscoperta della propria identità nella città Capitale europea della cultura 2025

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Gorizia si racconta in modo unico e singolare: non alzando la voce, ma lasciando che gli altri la ascoltino e, in particolare, offrendo al passante, al forestiero, ma anche al cittadino, un posto a sedere.  Ebbene, questo raccontarsi avviene attraverso le Panchine Narranti disseminate lungo la via più storica della città: via Rastello. La strada delle botteghe, degli artigiani e delle voci del vicinato che da Piazza della Vittoria conduce fino all’angolo medievale e fortificato di Gorizia, Borgo Castello, il secondo luogo su cui punteremo i riflettori. Le Panchine Narranti non sono solo arredi urbani decorativi, ma anche brevi stazioni di ascolto: oggetti che trasformano lo spazio pubblico in una biblioteca a cielo aperto. Realizzate in collaborazioneconartisti locali e promosse da Confcommercio Gorizia nell'ambito del progetto "La Via del BorGO" e del PNRR "Mille anni di storia al centro dell'Europa: Borgo Castello crocevia di popoli e culture", le panchine sono rispettivamente opera di quattro artisti differenti, e sono dedicate alla natura, alla storia, all’enogastronomia e alla tradizione di Gorizia; il racconto che si cela dietro le opere non si legge, perché, come dice il nome, sono proprio le panchine a raccontare. Per ascoltare quello che le panchine hanno da dirci, basta avvicinarsi al QR code, scannerizzando il quale è possibile accedere a dei contenuti specifici sul tema. Entriamo un po’ più nel vivo allora, e andiamo a dare un’occhiata da vicino.

Le panchine che raccontano il borgo

Gorizia: il racconto di se stessa

Il progetto delle Panchine Narranti non si limita a illustrare episodi del passato, di un tempo che fu; al contrario, crea un ponte invisibile fra contesto urbano e biografie individuali. Il racconto è asciutto, essenziale, privo di retorica. Gli estremi sono Piazza della Vittoria e l’ingresso di Borgo Castello, due aree simboliche, identitarie, cruciali di Gorizia, che ne incarnano la duplice natura, antica e moderna, e la duplice vocazione, territoriale e transfrontaliera. Ecco che, partendo da Piazza della Vittoria, si incontra la Panchina dell’Enogastronomia, creata da Paolo Figar.

L’opera, dedicata al pasticcere goriziano Giovanni Glessig, è realizzata in pietra lipica e si articola in tre elementi: al centro sta il mastelùt, il contenitore simbolo della mostarda locale, mentre, al fianco del mastelùt si affiancano due forme ad arco che richiamano la Rosa di Gorizia, un particolare tipo di radicchio locale, e un tralcio d’uva. Insomma, una composizione che, con un colpo solo, riesce a tradurre in pietra lo spirito gastronomico della città. Proseguendo lungo via Rastello si raggiunge la panchina che richiama uno dei luoghi simbolici della Gorizia antica: il cancello a rastello – dal latino rastellus, da cui prende il nome la storica e omonima via – che un tempo chiudeva l’estremità della via affacciata sul pratodiTravnik, area poi trasformata nell’attuale piazza della Vittoria.

Oggi lo scultore Stefano Comelli rilegge e ripercorre la storia di Gorizia attraverso questa panchina. L’opera è dedicata al figlio di Enrico VI di Gorizia, Leonardo, ultimo conte della città e, come ribadito dallo stesso Comelli, vuole essere “un invito ad andare oltre, ad aprire nuovi orizzonti grazie a un cambio di prospettiva, mentalità e modo di vedere le cose”. Il colore rosa, invece, trasforma il cancello in un segno contemporaneo di passaggio e di apertura.

La penultima panchina è dedicata alla tradizione, ed è tutta al femminile, firmata da Lara Steffe Siamo al civico 52, davanti alla Bottega del Cappello, sede informativa di Confcommercio Gorizia. L’omaggio è a un must della tradizione, a un fiore all’occhiello dell’artigianato, non solo locale, ma anche nazionale: l’arte del merletto, resa nota in città dalle suore Orsoline, e alla maestria delle donne goriziane che ne hanno tramandato le tecniche.

Superati i portici, la statua del filosofo Carlo Michelstaedter, e arrivati verso l’ingresso di Borgo Castello, poco distanti dalla Porta Leopoldina, ecco la quarta e ultima panchina. Si intitola “Soca Isonzo”, e rende omaggio al fiume che, più di ogni altro, ha modellato la geografia, l’immaginario e l’identità del territorio. L’intento dello scultore, Damjan Komel, è quello di rappresentare la forza e la vitalità del fiume, simbolo, al contempo, dell’unione tra le due città, nonché due stati, oggi affiancate: Gorizia e Nova Gorica, Italia e Slovenia.

In una Gorizia che, nel 2025, ha condiviso il titolo di Capitale Europea della Cultura con Nova Gorica, queste panchine rappresentano un gesto simbolico: la città sceglie di parlarsi e di parlare si suoi cittadini e visitatori, e non lo fa tramite monumenti imponenti, bensì attraverso microstorie accessibili. Un modo per mettere in strada la memoria collettiva, restituendole movimento, contesto e prossimità.

Borgo Castello: la città medievale fortificata

Gorizia: il racconto di se stessa

È significativo che il percorso tracciato dalle panchine narranti porti idealmente l’ascoltatore proprio verso questa altura. Borgo Castello non è un luogo da visitare e basta, anche se farci due passi e ammirare il panorama risulta estremamente piacevole. Piuttosto, è un luogo da decifrare, e questo perché la disposizione dei suoi monumenti stimola continuamente la curiosità del visitatore. Le panchine, poi, poste a distanza dal castello, funzionano come antenne: orientano lo sguardo e accompagnano il passaggio dalla città bassa alla cittadella antica.

Varcata la Porta Leopoldina, costruita nel 1660 in occasione della presenza dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo in visita a Gorizia, ecco che si entra nel medioevo goriziano. Saltano subito all’occhio i colori, i piccoli bar, le case, il grande prato e i tanti alberi che si impreziosiscono lo spazio urbano. Il panorama, poi, regala una vista sconfinata, che spazia dalla Valle dell’Isonzo ai mille profili delle Alpi Giulie.

Salendo, l’impressione che si ha è che il castello funzioni come una grande calamita; si tende verso la sua maestosità, se ne è rapiti e incuriositi, e, nell’avvicinarsi, si scoprono passo passo tutti gli angoli del centro. Si passa davanti a Casa Rassauer, edificata, come recita una targa sulla facciata, da Volfango Rassauer nel 1475, discendente di una potente famiglia feudataria del Sacro Romano Impero. Insieme al castello, questo è uno degli edifici più antichi e significativi del borgo storico, con una facciata in stile tardo-gotico con influssi veneziani.

Ecco poi il Museo dedicato alla Grande Guerra, dove la memoria si snoda in un percorso espositivo che racconta la vita quotidiana di soldati e civili, attraverso uniformi, documenti, fotografie, oggetti, armi e munizioni. Al visitatore, un’immediata sensazione della durezza del fronte la conferisce la ricostruzione di una trincea a grandezza naturale.

La Cappella del Santo Spirito, che precede di non molto il Castello, cattura l’attenzione grazie ai suoi colori, alla posizione, e alla sua forma; fu costruita tra il 1398 e il 1414 su iniziativa dei fratelli Michele e Giovanni Rabatta, con l’intento di offrire un luogo di culto al borgo di Borgo Castello. Architettonicamente è un esempio di gotico-veneziano: la facciata mostra un rosone, finestre trilobate e un campanile a vela, mentre l’interno ha tre absidi e una volta con nervature a forma di stella. Tra le opere d’arte, spicca una pala d’altare con l’Assunzione attribuita – probabilmente – al figlio di Tintoretto. Il magnetismo del castello ci conduce infine a costeggiarne le mura, e a visitarlo in ogni suo angolo

Costruito tra il XII e il XIII secolo sul colle che domina la città, fu per secoli la sede dei Conti di Gorizia, una delle famiglie più influenti dell’area alpino-danubiana. Passato successivamente sotto Venezia e poi agli Asburgo, questa grande opera di fortificazione ha assunto nel tempo forme diverse, conservando però un nucleo medievale ancora ben leggibile. Gravemente danneggiato durante la Prima Guerra Mondiale – quando il colle era in piena linea del fronte – è stato ricostruito negli anni ’30, cercando di restituirgli l’aspetto originario grazie a studi storici e iconografici. Oggi il castello ospita un museo sulla vita medievale, con arredi ricostruiti, armi, strumenti musicali, una sala d’armi e l’antica prigione. Dalle sue mura si apre uno dei punti panoramici piùsuggestivisulla città e sull’area transfrontaliera. Le sale interne, che includono anche una stanza del Capitano e una camera nuziale medievale, sono state ricostruite secondo le fonti dell’epoca.

In un’epoca in cui molte realtà urbane competono a colpi di superfici spettacolari, Gorizia compie una scelta controcorrente, e, sia le panchine narranti che Borgo Castello ne sono un valido esempio: privilegiare l’ascolto, il modello di vita a passo d’uomo, in una parola sola, il turismo lento, di qualità ed esperienziale.

 
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