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Il ponte in pietra ricostruito che unisce due volti di una città speciale: è un luogo della memoria che parla (anche) italiano  

Tra architettura, ferite del Novecento e legami internazionali, questo ponte racconta una città divisa e ricucita attraverso la sua memoria più fragile.

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Arrivare a Mostar significa, in pratica, andare incontro al suo ponte. Lo Stari Most compare all’improvviso tra case addossate alla Neretva, con quell’arco di pietra che sembra antico e nuovo allo stesso tempo. Chi viaggia nei Balcani lo ha visto mille volte in foto, ma è solo affacciandosi sulla curva del fiume che si intuisce quanto questo manufatto continui a reggere, oltre alle due sponde, una parte importante della storia della città. Qui si incontrano architettura ottomana, guerra recente, ricostruzione internazionale e vita quotidiana: un condensato raro di memoria e paesaggio urbano. Camminando sulle pietre lucide del centro storico, trabottegheecaffè, ci si accorge che il ponte non è un semplice sfondo da cartolina, ma una presenza che organizza spazi, gesti e racconti. È su questo dialogo tra ferita e rinascita che vale la pena fermarsi.

Mostar, una città cresciuta attorno al suo ponte

Il ponte in pietra ricostruito che unisce due volti di una città speciale: è un luogo della memoria che parla (anche) italiano

Mostar nasce e si sviluppa attorno al suo attraversamento principale sulla Neretva. Il nome stesso richiama i mostari, i custodi del ponte in epoca ottomana, che vigilavano sul flusso di persone e merci. Il Ponte Vecchio, lo Stari Most, progettato dal maestro Mimar Hajruddin nel XVI secolo, diventa presto il cuore della forma urbana: collega quartieri, regola i percorsi, definisce il baricentro simbolico della città storica. Passeggiando oggi tra le strade lastricate che scendono verso il fiume, si percepisce questa centralità quasi fisica. L’arco in pietra si colloca in un punto scenografico, dove le case si addensano sulle rive eivicoliconvergono come fili verso un unico nodo. Alcuni monumenti, più che stare dentro una città, la tengono insieme: lo Stari Most appartiene a questa categoria, perché continua a dare una forma concreta alle relazioni tra le due sponde.

La distruzione del 1993 e la frattura urbana

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Il 9 novembre 1993 il ponte crolla nella Neretva sotto il fuoco della guerra in Bosnia. Le immagini fanno il giro del mondo e, in poche ore, Mostar diventa il simbolo di quanto un conflitto possa colpire il patrimonio culturale oltre che le persone. Non cade soltanto una struttura secolare: si spezza un legame urbano e sociale costruito in oltre quattrocento anni di attraversamenti, incontri, sguardi quotidiani gettati dall’alto sull’acqua verde del fiume. Chi visita Mostar oggi porta con sé, spesso, quella fotografia del ponte che scompare tra gli spruzzi. Sul terreno restano i danni agli edifici storici, le cicatricisuifrontidelle case, ma anche divisioni e diffidenze che hanno ridisegnato la percezione dello spazio cittadino. La domanda, dopo il 1995, non era solo come rialzare i muri, ma come ricostruire fiducia e convivenza attorno a un vuoto improvviso al centro della città.

La ricostruzione del 2004 e il riconoscimento UNESCO

Il ponte in pietra ricostruito che unisce due volti di una città speciale: è un luogo della memoria che parla (anche) italiano

Nel 2004 lo Stari Most riappare, frutto di un progetto internazionale che coinvolge istituzioni locali, UNESCO, Banca Mondiale ed esperti di restauro. Si lavora su materiali, proporzioni, tecniche costruttive compatibili con l’originale ottomano, trattando il cantiere come un laboratorio di ricomposizione urbana e simbolica. Quando il ponte viene inaugurato, il 23 luglio, per la comunità è un momento di passaggio: non una cancellazione della ferita, ma l’assunzione consapevole di una forma ritrovata. Nel 2005 l’area del Ponte Vecchio e della città storica entra nella Lista del Patrimoniomondiale UNESCO.Ilriconoscimento riguarda il sistema urbano nel suo complesso: l’intreccio tra ponte, case storiche, tracciato delle strade e rapporto con la Neretva. Per chi arriva come viaggiatore, questo significa attraversare non solo un monumento ricostruito, ma un paesaggio che racconta, in modo leggibile, come una città può rimettere insieme le proprie parti dopo la guerra.

Tuffi, quotidianità e uno sguardo dal viaggio italiano

Il ponte in pietra ricostruito che unisce due volti di una città speciale: è un luogo della memoria che parla (anche) italiano

Oggi lo Stari Most non è un oggetto museale sospeso nel tempo. Sotto l’arco continuano i tuffi nella Neretva, una pratica che affonda nelle tradizioni locali e che Reuters ha ricordato anche nel ventennale della ricostruzione, con atleti che si lanciano da circa ventiquattro metri. Per il visitatore è una scena potente: il gioco e il coraggio dei tuffatori si intrecciano con la consapevolezza di stare su un ponte rinato dalle macerie. C’è anche un legame sottile con l’Italia, fatto di cooperazione, studi e cantieri seguiti da professionisti impegnati nel recupero del patrimonio balcanico. Camminando sulle pietre irregolari del centro storico, tra botteghe, caffè escorcisulfiume, conviene prendersi tempo: guardare i dettagli della muratura, ascoltare il rumore dell’acqua, cogliere i segni della ricostruzione. Mostar usa il suo ponte come porta e memoria insieme, e ogni attraversamento diventa un invito a interrogare, con calma, il rapporto tra passato e presente.

 
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