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In Abruzzo c'è un borgo dove puoi vedere i cervi tra i vicoli: è la meta green immersa tra gli Appennini  

A Villetta Barrea non esiste recinzione, nessuna riserva faunistica a pagamento. Questo borgo della provincia dell'Aquila ha semplicemente ribaltato le regole della convivenza

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Il cielo ha il colore grigio perla dell’Appennino e l'odore pungente della legna che inizia a scoppiettare nei camini in pietra. La scena che si materializza in strada, nel freddo dei mille metri d'altitudine, azzera in un istante la secolare distanza tra civiltà e selva: un maschio di cervo con un palco imponente passeggia placidamente tra le panchine della piazza, annusando l'aria del mattino. Abbarbicato sulle pendici del Monte Mattone e avvolto dai boschi secolari del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, Villetta Barrea ha scelto di non erigere barriere. Qui gli animali selvatici sono cittadini onorari, padroni indiscussi, mentre l'uomo è il visitatore temporaneo che deve imparare a camminare in punta di piedi, abbassando la voce e rispettando i ritmi della montagna.

I cervi di Villetta Barrea

L’incontro ravvicinato con i grandi ungulati in questo angolo verdissimo d’Abruzzo è quotidianità consolidata. Le cerve e i loro piccoli brucano i gerani fuori dalle porte in legno massello, si riposano all'ombra dei porticati e attraversano la Statale 83 Marsicana con una flemma che impone a chi guida di abbassare i finestrini, spegnere i motori e attendere. Sebbene la loro presenza sia una costante dodici mesi all'anno, è tra la fine di settembre e le prime settimane di ottobre che il borgo si trasforma in un teatro che, senza timore di esagerare, si potrebbe definire primordiale. È il tempo del bramito. I maschi dominanti scendono dalle faggete d'alta quota per radunare e difendere gli harem, lanciando richiami gutturali profondi che fanno vibrarel'aria gelida della valle. Avvicinarsi ai cervi di Villetta Barrea è una pratica che tuttavia possiede e richiede un codice etico tutto suo. I cervi restano creature selvatiche governate dall'istinto: avvicinarsi a meno di venti metri per cercare l'inquadratura della foto perfetta, peggio ancora, allungare pezzi di pane per attirarli, rappresenta una violazione intollerabile e un rischio reale.

Cosa vedere nel borgo di Villetta Barrea

In Abruzzo c'è un borgo dove puoi vedere i cervi tra i vicoli: è la meta green immersa tra gli Appennini

Allontanando lo sguardo dalla fauna, Villetta Barrea svela un'urbanistica severa, dettata per secoli dalle necessità della transumanza. Le abitazioni in pietra calcarea chiara si stringono l'una all'altra per sottrarre calore ai venti di tramontana e proteggersi dalle nevicate invernali. Camminando lungo via Roma, l'arteria spina dorsale del paese, ci si imbatte nei grandi portali signorili di origine cinque-seicentesca. Palazzo D’Orazio e Palazzo Dorotea mostrano ancora gli stemmi delle ricche famiglie legate al commercio della lana, testimoni di un'epoca in cui da queste alture partivano immense greggi dirette verso il Tavoliere delle Puglie lungo il Regio Tratturo.

Alzando lo sguardo verso le rupi scoscese che incombono sui tetti, spicca la sagoma di una vera e propria reliquia botanica. È il Pino Nero di Villetta Barrea (Pinus nigra var. italica), una sottospecie endemica sopravvissuta indenne alle ultime ere glaciali. Le sue radici spaccano la roccia calcarea nuda, creando macchie di verde argenteo che si aggrappano sui dirupi più inospitali, a dimostrazione di una caparbietà che appartiene tanto agli alberi quanto agli abitanti di queste valli. Scendendo verso il fondovalle, la geometria aspra della montagna incontra la fluidità dell'acqua. Il corso impetuoso del fiume Sangro viene domato e si allarga nel Lago di Barrea, un bacino artificiale creato negli anni Cinquanta che ha ridisegnato ilmicroclima della zona. Una pista ciclo-pedonale curata ne percorre il perimetro, offrendo una camminata mattutina priva di dislivelli, dove i rami dei salici piangenti sfiorano la superficie verde smeraldo dell'acqua e gli aironi cenerini sostano in cerca di prede.

I sentieri della Camosciara e della Val Fondillo, i dintorni di Villetta Barrea

In Abruzzo c'è un borgo dove puoi vedere i cervi tra i vicoli: è la meta green immersa tra gli Appennini

Il borgo di Villetta Barrea funziona da campo base tattico per esplorare le riserve integrali più antiche e preziose dell'area protetta. A meno di cinque minuti d'auto dal centro, imboccando la statale verso ovest, si accede alla Riserva Naturale della Camosciara. Lasciata l'auto nel parcheggio gestito (la tariffa è di circa 5 euro per l'intera giornata), il traffico a motore si azzera. L'anfiteatro calcareo di origine dolomitica che domina la vallata è abbacinante, un muro di roccia bianca che contrasta col verde cupo del bosco. Un percorso asfaltato e pianeggiante di tre chilometri – percorribile comodamente a piedi, noleggiando una mountain bike in loco o salendo a bordo di un silenzioso trenino elettrico (il biglietto costa 3 euro) – conduce al piazzalealto. Da qui si entra nella foresta vera e propria: una breve salita su gradoni di terra umida e radici porta al cospetto della Cascata delle Ninfe e di quella delle Tre Cannelle, dove l'acqua ghiacciata si nebulizza sulle felci giganti e sui muschi, creando un microclima perfetto per specie anfibie rare. Guidando invece per una manciata di chilometri in direzione nord-ovest verso il comune di Opi, si varca l'ingresso della Val Fondillo. Considerata una delle vallate più selvagge dell'intero Appennino, si presenta come un lunghissimo corridoio verde solcato da un torrente dall'acqua cristallina. Seguendo i segnavia del sentiero F2, si cammina per circa un'ora e mezza su un piacevole falso piano tra radure punteggiate diginepri e faggi colonnari. La meta finale è la Grotta delle Fate, una spaccatura naturale nella roccia da cui sgorga un fiume sotterraneo, circondata in primavera da fioriture spontanee di orchidee e gigli rossi.

Come arrivare a Villetta Barrea

Raggiungere Villetta Barrea richiede tempo e una certa propensione alle curve, ma il viaggio fa parte integrante dell'esperienza. Chi arriva da Roma o dalla dorsale tirrenica percorre l'autostrada A1, esce a Ferentino o Frosinone, attraversa la pittoresca Valle di Comino e valica il Passo di Forca d'Acero a oltre 1500 metri di quota, per poi scendere verso Opi in un tripudio di faggete (circa due ore e mezza di viaggio). Chi proviene dalla costa adriatica imbocca la A25 Roma-Pescara, esce al casello di Pescina e segue la Statale 83 Marsicana attraversando il valico di Gioia Vecchio e il borgo di Pescasseroli. L'ultimo tratto di strada è sempre un susseguirsi di tornanti che obbligano ascalare marcia e rallentare. Ed è la premessa perfetta: questo è un lembo di terra dove la fretta perde ogni significato.

[foto copertina ©Roberto Palmese/Shutterstock.com - solo uso editoriale]

 
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