La chiamano la Città dei Panorami: dal balcone segreto del Lazio vedi qualcosa di incredibile
Una terrazza di montagna a est di Roma che racconta il Lazio dall’alto, con semplicità
È un luogo che a modo proprio si fa racconto del Lazio più interno, quello meno battuto dai turisti e per questo capace di regalare sorprese ed emozioni. Un regno da scoprire tra geologia spettacolare, spiritualità francescana, memorie antiche affacciate su un paesaggio ancora integro.
Bellegra, un mondo di bellezza a 360°
L’Appennino comincia a respirare aria di mare e i crinali si aprono come quinte teatrali. A Bellegra, borgo aggrappato alla cima del Monte Celeste, l’occhio corre dalla Val d’Aniene alla Valle del Sacco, con l’orizzonte cucito dai Lepini, dagli Ernici e dal profilo inconfondibile del Monte Scalambra. A 815 metri di altitudine, è una terrazza naturale che non a caso chiamano “Città dei Panorami”. Bellegra è un autentico paese-sentiero: qualunque itinerario inizi, finisce per trasformarsi in un belvedere. Anche solo camminando tra i vicoli del centro si incontrano piccoli affacci urbani: balconate fiorite, murettiasecco, gradinate di pietra che rincorrono la luce del pomeriggio.
Bellegra è un borgo dalla vista eccezionale, dunque, ma non è questo l’unico motivo per cui è tra i posti da non perdere nel Lazio. Ci sono le origini antiche di Bellegra che affiorano nella trama del borgo e si svelano lentamente, passo dopo passo. Il toponimo rimanda a una storia millenaria e la tradizione locale lega la sommità del Monte Celeste prima agli Equi, poi agli Ernici e quindi all’orbita di Roma. Tracce di mura poligonali difensive riemergono tra l’abitato e il paesaggio, memoria di un insediamento di crinale a controllo delle valli. Per secoli il paese si chiamò Civitella (poi Civitella San Sisto) e solo nel 1880 assunse l’attuale nome di Bellegra. Una linea del tempo che spiega la forte identità del luogo: piccola, ma capace di raccontare ilLazioprofondo.
Bellegra, un mondo di sorprese a due passi dal borgo

A 3 km dal centro, le Grotte dell’Arco disegnano un viaggio nel ventre della montagna. Il nome viene da un monumentale arco roccioso che precede l’ingresso attuale; il sistema ipogeo si sviluppa per circa 1 km, con sale alte fino a 30 metri, concrezioni di calcite, vasche d’acqua e un percorso turistico attrezzato con passerelle e illuminazione. Un unicum nel panorama provinciale: sono le sole grotte visitabili dell’intera provincia di Roma e, per estensione e ampiezza, una delle manifestazioni carsiche più importanti del Lazio. Gli speleologi le esplorarono già nel 1925, ma è solo da pochi anni sono state restituite ai visitatori che possono ammirarle attraverso regolari visite guidate regolari. In alcuni settori interni sono state inoltre segnalate pitture rupestri eneolitiche e microfauna tipica degli ambienti ipogei. Un incontro raro tra storia naturale e storia dell’uomo.
Scendendo tra castagneti e faggi, una strada di campagna conduce al Sacro Ritiro di San Francesco (o Convento di San Francesco), uno dei santuari francescani più noti del Lazio. La tradizione racconta che San Francesco passò di qui intorno al 1223, in viaggio verso Subiaco: colpito dalla quiete del luogo (allora un piccolo romitorio benedettino), vi insediò una comunità. Nei secoli il complesso è cresciuto senza perdere l’essenziale: una chiesa semplice, cortili luminosi, silenzio, bosco. Non è un caso se i frati lo chiamano “Nido di Santi”.
Come arrivare e quando andare
Dalla A1 (Roma–Napoli) uscite a Valmontone, poi seguite le indicazioni per Bellegra; dalla A24 (Roma–L’Aquila) uscite a Castel Madama/Vicovaro-Mandela e proseguite verso la Sublacense in direzione Bellegra. In autobus, linee Cotral collegano Roma (Anagnina) e Valmontone FS con Bellegra (circa 35–90 minuti a seconda della tratta).
Quando andare? In qualunque mese e stagione dell’anno i panorami da soli potrebbero seriamente valere il viaggio. A ottobre è però davvero difficile resistere al richiamo della Sagra delle Tacchie ai Funghi Porcini: due weekend di tavoli all’aperto, musica e mercatini dedicati a un piatto identitario, le tacchie, pasta casereccia tagliata a mano con acqua e farina, condita con porcini dei boschi circostanti. L’edizione 2025 si è tenuta dal 3 al 5 e dal 10 al 12 ottobre, nel cuore del borgo, con appuntamenti diffusi fra Piazza del Municipio e le piazze vicine. Un modo delizioso per incontrare la comunità e l’autunno, piatto dopo piatto.
