Snobbata per anni, oggi è la meta dell'anno: 7 giorni tra città di pietra e lagune blu incontaminate
Scoprire o riscoprire l'Albania significa tuffarsi non solo nel suo mare, ma in un mondo di bellezza spesso contraddittoria eppure per questo sorprendente
Parlare di Albania come di una destinazione turistica, da qualche tempo, non è più un tabù. Sono lontani i tempi degli sbarchi di massa come quello della Vlora a Bari nel 1991, ma non così lontani da pensare a Tirana come un nuovo Eldorado. Eppure, complice un’influenza della cultura italiana che ha fatto della nostra lingua l’espressione più diffusa nel paese dopo il natio albanese, anche il turista è facilitato in un viaggio che va organizzato con cautela e, soprattutto, rispetto. Non si pensi infatti di trovare i servizi e le comodità tipiche di una vacanza a Dubai o sulle coste della Catalogna: qui la rete ferroviaria è pressoché inesistente, molte infrastrutture sono ancora lungi dall’avere standard moderni e il turismo si affaccia all’Albania con ancora diversiinciampi. Un quadro a tinte fosche? Forse sì. In compenso, trascorrere 7 giorni in Albania – un tempo sufficientemente congruo per carpirne segreti ed essenze – può essere un ottimo viatico alla vacanza mainstream. I motivi per scegliere l’altra parte dello stretto d’Otranto, del resto, sono molteplici: dal mare limpido alle antiche città, da una tradizione gastronomica con molte interessanti influenze fino all’esempio della convivenza religiosa, un unicum in un contesto geopolitico altrimenti particolarmente frammentato.
- Tirana, una capitale sospesa nel tempo
- Valona e Durazzo, due terrazze vista mare
- Scutari, il Titicaca dei Balcani
- Berat e Argirocastro, tesori antichi
Più che un itinerario, quella che segue è una traccia: lo svolgimento, come nel caso dei temi scolastici, è demandato alla fantasia e allo specifico interesse del visitatore. A noi, invece, non resta che accompagnarvi umilmente alle porte del paese di Giorgio Castriota Scanderbeg e Madre Teresa.
Tirana, una capitale sospesa nel tempo

Diffidate di chi ne altera il panorama per mettere in luce, uno dopo l’altro, pregi e difetti come assoluti. Tirana è una città di scoperta e silenzio reverenziale, come si fa davanti a un’opera d’arte difficile da interpretare. Per certi versi, e con le dovute proporzioni, parrebbe somigliare a Napoli: dove ricchezze architettoniche e paesaggistiche si confrontano con sacche di degrado e malumori. Qui manca l’animo confortante del barocco e del Rococò settecentesco borbonico; per contro, il contrasto tra il brutalismo socialista e le architetture religiose – cristiane e islamiche – è il manifesto perfetto della città. Partendo da Piazza Scanderbeg, titolata all’eroe nazionale albanese, già ci si accorge che la città è un contrasto dopo l’altro. L’imponente Museo di Storia Nazionale è di gusto classicheggiante, la Sky Tower con il suo bar che ruota a 360 gradi è un manifesto alla modernità. Blloku, quartiere a metà strada tra Testaccio e Montmartre, è il ritrovo dei giovani che si sentono occidentali, parlano inglese e acquistano brand italiani. Una visita a Tirana che si rispetti non può prescindere dalla visita a Ethem Bey, la più bella delle moschee della capitale, dove affreschi ispirati alla natura incorniciano i ballatoi in legno che delimitano il matroneo.
Ci sarà infine da sentirsi a casa in Shesi Nene Tereza, la piazza di Madre Teresa: se Scanderbeg è l’eroe laico, la suora di Skopje è testimone della fede. Qui risuonano scelte stilistiche e architettoniche tipiche del razionalismo italiano di primo Novecento: l’invasore patrio volle destinare questo luogo alla cultura e alla formazione scolastica, ma oggi la Casa del Littorio è il Museo Archeologico di Tirana e il Dopolavoro assolve alla funzione delle Belle Arti.
Valona e Durazzo, due terrazze vista mare

Il 28 marzo 1997, nel pieno dell’anarchia albanese seguita alle truffe piramidali che caratterizzarono la fine della dittatura comunista, da Valona partì alla volta di Otranto la Katër i Radës. La barca, che trasportava 142 persone, fu speronata da una corvetta della Marina Militare, che tentava di ostacolarne l’arrivo in Italia. Nell’incidente, tra vittime recuperate e disperse, perirono più di 100 emigranti albanesi. Valona (Vlora, in albanese) ha rappresentato per lunghi anni la porta verso la fuga, eppure è qui che nel 1912 nacque l’Albania indipendente, è qui che ci fu la prima capitale del paese, ed è sempre qui che si giunge dopo una breve traversata da Brindisi. All’arrivo, uno sguardo poco attento potrebbe confondersi e credere di essere ancora nel Bel Paese, tanto sono simili certe architetture, come quella del Municipio.
Merita una visita la Moschea Muradie, la cui trasformazione da chiesa bizantina in luogo di culto per la fede di Allah fu completata da Sinan, l’archistar ottomana del XVI secolo. Coevo di Michelangelo e del Palladio, fu autore peraltro della Moschea di Solimano a Istanbul, esempio glorioso di un’architettura imponente e maestosa con richiami estetici di rilievo soprattutto nella parte interna degli edifici. In fondo Vlora è una città-museo: da rruga Justin Godard (la strada con le tipiche case basse colorate, al centro di un grande progetto di riqualificazione) alle varie collezioni storiche (Museo di Storia, Museo dell’Indipendenza) fino al policromo Teatro Petro Marko, c’è l’imbarazzo della scelta nell’approfondire i grandi temidell’Albania che fu.
Il tutto, con una vita notturna “alla riminese” che si svolge prevalentemente lungo Uji i Ftohtë, un lungomare di recente riqualificazione che ha restituito nuova dignità alla passeggiata marittima, dotandola di stabilimenti balneari, lunghi tratti pedonali alberati, bar e locali degni della migliore vacanza estiva.

Se Valona è italiana, Durazzo è indiscutibilmente greca sin dalla fondazione, avvenuta nel 626 a.C. – un secolo e mezzo dopo Roma. Eppure, furono proprio i Romani a darle afflato d’importanza e centralità nel panorama balcanico, trasformandola in un centro dove l’Urbe era presente a 360 gradi. Già guardando gli ormai scarni reperti dell’Anfiteatro romano, inglobato dalle costruzioni moderne, si carpisce il passato di Durrës, città dalle mille anime. A questa città sul mare, 40 km circa da Tirana, si deve molto della trasformazione del paese da principato ottomano a realtà indipendente. Quasi una guida di cultura e di spiritualità, che oggi è accennata vagamente dalle guide turistiche più in voga. Steli attiche, mura bizantine, torri veneziane, fino alla moschea con il suo minareto sottile: camminare per Durazzo è come vedere la storia che si srotola davanti ai piedi. Sconsigliabile il mare, influenzato da un porto industriale in costante crescita, benché il panorama verso l’Adriatico sia certamente degno di nota.
Scutari, il Titicaca dei Balcani

Benché per due terzi montenegrino, il Lago di Scutari deve il suo nome alla città albanese che sorge sulla sua sponda meridionale. È un paesaggio, quello lacustre circondato da alte vette innevate, che ritroviamo spesso nell’iconografia dell’Europa balcanica. Vi basti pensare ai laghi di Bled o di Bohinj, che godono di una fama maggiore rispetto al loro collega transnazionale. Eppure di record e particolarità, qui, non ne mancano: con i suoi 450 chilometri quadrati, è il lago più grande di tutta l’Europa meridionale; ha ben 50 sorgenti diverse, con acque limpide e cristalline. Separato dall’Adriatico da una sottile striscia di terreno sulla quale insistono vette sopra i 1600 metri, il lago è certamente balneabile, e per molti è proprio una alternativa alle acque salatedel mare. Tra natura e uomo, questa zona pregna di storia (e storie) cela diversi balconi panoramici degni di nota, tra cui il Castello di Rozafa, quello di Drisht o il villaggio di Shiroka, abitato dai pescatori.
Non ci si può esimere dal visitare la Firenze dei Balcani, Scutari appunto (meglio Shkodra, nel nome originale). Se Rozafa è il balcone sulla città, questa ai suoi piedi si dipana in un dedalo di architetture miste tra medioevo inglesizzato, neoromanico ottocentesco ed esempi di architettura funzionale ottomana. Quest’ultimo è specifico del Ponte di Mes, 108 metri, 13 archi e una suggestiva visione del tratto di strada – ormai superato – che univa la città a Pristina, oggi capitale dell’indipendentista Kosovo.
Berat e Argirocastro, tesori antichi

Belgrado e Berat. Due nomi diversi, nella loro traduzione italiana, ma la città delle mille finestre è in realtà Bel(i)grad, la Belgrado albanese. Fondata dagli Illiri, e spesso paragonata – leggasi confusa – con la vicina Argirocastro, proprio con quest’ultima condivide una storicità invidiabile, che fa di queste due cittadine le più antiche dell’Albania. Allo stesso modo, il confronto ideale mette a paragone il gusto più spiccatamente ottomano delle architetture di Berat a quello tipicamente ellenico di Argirocastro, la fortezza d’argento. Calma e verdeggiante, Berat ospita case-torri con ballatoi in legno chiamate kule, quasi come ci si trovasse sulle Alpi, circondate da folti boschi e con piante e fiori che arricchiscono lo scatto vacanziero.
Nella città delle pietre, invece, domina il grigio dei vecchi tetti, mentre il Bazar – che trova spazio nel centro storico – testimonia la lunga dominazione turca. Benché fosse evidente il predominio islamico, vale la pena ricordare nuovamente che nel corso dei secoli le minoranze cristiane hanno convissuto con la maggioranza musulmana in un vero e proprio laboratorio del dialogo interreligioso. A beneficiarne, ovviamente, è stata anche l’architettura e la storicità di queste due località, che nel 2005 e 2008 sono entrate a far parte del patrimonio dell’Umanità UNESCO come sito “diffuso”.
