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Sulle colline della Romagna c'è un orto unico al mondo dove si coltivano solo frutti... dimenticati  

Dalla melannurca al gelso del Dalai Lama, il giardino segreto di Pennabilli è l'eredità comune del grande poeta romagnolo

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È stato il poeta degli umili, della terra romagnola della quale ha saputo interpretare l’essenza più pura e popolare, ma Tonino Guerra era anche un uomo ispirato dai luoghi dell’anima. Uno di questi vive oggi nel cuore della Valmarecchia, quel territorio che traspira dalle frasi del poeta dell’ottimismo e del contagioso sorriso. L’Orto dei Frutti Dimenticati non è solo un incredibile, e fondamentale, progetto di agricoltura biologica e sostenibile, ma contempla quella ricerca dell’essenziale importante per dare attualità al passato e ai suoi tesori.

A Pennabilli, località che Tonino Guerra scelse per completare il suo ciclo vitale, si viene accolti da un orto che profuma di sapori antichi, di spiritualità orientale e di equilibrio. Non è un caso che, nel 1994, questo spazio abbia ospitato il Dalai Lama: a quel tempo, l’occasione era la celebrazione dell’opera di dialogo interreligioso portata avanti dal Francesco Orazio della Penna all’inizio del Settecento. C’è da pensare che, proprio come il poeta romagnolo, anche Tenzin Gyatzo sia stato avvolto dalla culla del silenzio e della pace che protegge questa oasi verde della Romagna.

Ma cos’è un Orto dei Frutti Dimenticati?

Tonino Guerra volle lasciare alle generazioni future (e a quelle presenti) un segno tangibile del suo legame e dell’amore per la terra. L’idea: riscoprire piante, frutti, erbe dimenticati dal modernismo e dal suo massimalismo estremizzato. Ritornare ai tempi lenti di una campagna ormai abbandonata in favore delle produzioni industriali. Recuperare i benefici dei frutti della terra, e nel farlo regalare a tutti la possibilità di immergersi in un luogo ricco di arte naturale e dell’uomo. Passo dopo passo, c’è da stupirsi della sensibilità che il nostro ebbe per tutte le espressioni morali e religiose, lui che da ateo volle fortemente il Rifugio delle Madonne abbandonate, un angolo del suo Orto dedicato alle immagini votive in ceramica della Vergine che,rimosse dalle edicole votive per incuria, trovavano qui una seconda vita di rispetto e devozione laica. C’è un gelso della pace, albero la cui presenza simbolica fu voluta proprio dal Dalai Lama, e c’è un Arco delle favole per gli occhi dell’infanzia, che Giò Urbinati donò a questo giardino con l’obiettivo di realizzare un portale dimensionale tra gli spazi e le emozioni. Dalla Meridiana dell’Incontro, ispirata alla natura e nella quale lo gnomone è un ramo d’albero in ferro, passando per la Porticciola delle lumache che nessuno (se non proprio quest’animale) dovrà aprire, c’è spazio anche per il ricordo di un altro romagnolo la cui storia è patrimonio comune: Federico Fellini. A ricordare il regista ci ha pensatoKrysztof Bednarsky, realizzando una scultura la cui ombra proietta i profili di Fellini e della sua Giulietta Masina, dei quali Tonino Guerra fu sia amico che partner in crime.

Mele, pere, ciliegie e susine

Sono decine le specie di alberi, arbusti e frutti presenti all’interno dell’Orto dei Frutti Dimenticati di Tonino Guerra. Alcune rappresentano un unicum sul territorio romagnolo e nazionale, nel segno della continuità tra passato e futuro che fa di questo giardino un paradiso della biodiversità. Basti pensare alla melannurca, una specie di mela che negli ultimi anni è al centro dell’interesse accademico per la ricchezza di antiossidanti e proprietà benefiche per l’organismo, ma di mele qui ce ne sono a decine, dalla cotogna al Decio Verde, dalla renetta grigia del Canada alla cosiddetta “limoncella”. Tra le tante varietà di pero, la mora di Faenza non è solo un richiamo al territorio dell’Emilia-Romagna, ma rispettoalla concorrente Scipiona è una varietà antichissima, riscoperta dopo un abbandono che aveva ragioni specialmente estetiche: a differenza delle pere della grande distribuzione, questa non ha un colore uniforme ed è spesso butterata. In compenso, il suo è un sapore di nicchia, dolce, soda e ricca di succo: una prelibatezza che un tempo si coglieva dall’albero anche durante le passeggiate per rifocillarsi. Ed è proprio dalla pera brutta faentina che emerge il sogno di Guerra: dare nuova voce, nuova dignità a prodotti protagonisti della vita contadina, di quel territorio di provincia abbandonato ma che oggi tutti vogliono ripopolare.   Dalla visciola al susino rusticano, dal fico verdino all’azzeruolo (frutto pressoché sconosciuto, simile a una melaridotta in scala, dal sapore vagamente simile alla giuggiola), passando per sorbi, uva spina e corniolo, c’è davvero un mondo di sapori – e di colori – da scoprire in quest’orto.

 
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