Una nave di roccia tra le montagne dell'Abruzzo: questo castello sfida la natura (e le leggi della fisica)
Roccascalegna è molto più di un luogo della storia: le sue geometrie e il profilo panoramico, oltre ad antiche leggende, raccontano molto dell'identità di questa regione italiana
“Sospeso fra terra e cielo” è oramai un termine piuttosto blasonato, sovente utilizzato per descrivere luoghi, borghi e monumenti diruti e arroccati. Se dovessimo descrivere il castello di Roccascalegna in Abruzzo, ci piace pensare a una nave che ha subito un naufragio, a un porto di mare in salita, fra gente che fa chiasso e barche che se ne stanno in silenzio, a un pescatore che ha deviato il corso del vento e che è si è arenato su un’isola deserta; fornire una descrizione precisa di questo monumento, della sua conformazione, della sua storia non è cosa facile; chi lo ha fondato, quando e perché proprio in quella posizione? A guardarlo da lontano, il castello suscita alterne emozioni: si è dominati dall’idea che potrebbe precipitare da un momento all’altro, o che, al contrario, potrebbe durare in quella posizione impossibile ancora per molti secoli a venire; si è assaliti dalla sensazione di trovarsi in bilico, di non potercela fare a stare in equilibrio lassù, eppure, al contempo, di non volersene più andare; il castello di Roccascalegna domina l’Abruzzo come un conquistador, guarda dall’alto la terra dei “forti e gentili”, dove la natura, da sempre, si riappropria dei suoi spazi concedendo qua e là preziosi ricordi del passaggio dell’uomo. L’Abruzzo poi, una terra di tanti pastori e pochi marinai, un luogo dal respiro profondo e dagli ampi passi, la terra in cui, come ricorda Giorgio Manganelli, “l’aria ha un sapore diverso perché nutrita di rupi e sassi, di radure e boschi, di laghi e ruscelli e torrenti e fiumi; l’aria qui ha uno scatto, un’elasticità di muscoli, una pungente, tagliente acredine che sa di spazi nordici, di scoscese dimore montane”; l’Abruzzo è degno e fiero dei suoi massicci, dei suoi altipiani, dei suoi tanti saliscendi e del mare che ne risucchia la terra fino quasi a inglobarla. Roccascalegna è una gemma in cui il cielo si arrocca, il palpito di questa regione, che nei castelli e nelle fortificazioni si riconosce, dove la pietra assomiglia alle montagne dei parchi nazionali, lì, fra le alture del Gran Sasso e della Majella; se dovessimo ancora descrivere questo luogo, vorremo concederci un’altra suggestione: i contorni spigolosi rimembrano una spina dorsale, un impossibile e fiabesco profilo danzante, un corpo slanciato e immobile, bello, vivo, nonostante il peso dei tanti anni che su di lui gravano; un ambiente austero e coraggioso insomma, fiero come i suoi abitanti, eppure dal portamento delicato e accessibile. I torrioni che ne tracciano i bordi, il mastio che torreggia col suo profilo denso e merlato, il ponte levatoio, prezioso come suol essere una rara struttura antica, la chiesetta di san Pietro, ai piedi della scalinata d’ingresso, e ancora il bosco circostante, che cerca di conquistare le ultime pietre scampate alla natura d’Abruzzo
Sono queste, insomma, le emozioni che è in grado di suscitare questo ambiente, adatto agli amanti della natura e agli appassionati di arte e storia, ai poeti – che cercano, come tutti i poeti, un luogo in cui essere – e ai turisti che godono di un passaggio veloce e frettoloso; e allora, proprio come un pellegrino, andiamo a vedere un po’ più da vicino.
Roccascalegna: origini del nome e storia
Il castello si appoggia su uno sperone di roccia, e ne segue sinuoso il contorno; le origini, piuttosto antiche, risalgono all’epoca longobarda – allorquando fu costruita una piccola torretta di avvistamento –, e hanno subito, nei secoli successivi, parecchi rimaneggiamenti, segnatamente fra i secoli XVI e XVII sotto la signoria degli Annecchino – la funzione strategica del castello terminerà del XVIII secolo –. L’origine del nome è piuttosto incerta, tuttavia, due sono le ipotesi più accreditate: l’una vuole che il toponimo derivi da rocca scala lignea, a memoria di una scala di legno di accesso alla rocca; l’altra, invece, testimoniata anche nel Catalogus Baronum – una compilazione di atti amministrativi e feudatari del Regno di Sicilia ad opera del re Ruggero II di Sicilia – ricondurrebbe l’etimologia a rocca scarenna, ad indicare il lato scosceso di una montagna, che ben si addice alla posizione del castello
Il primo punto che si incontra, risalendo dalla piana di san Pietro dov’è ubicata l’omonima chiesa, è il ponte levatoio, di cui è ancora possibile ammirare i resti; il castello, nel suo tipico aspetto medievale contraddistinto da ampie mura, avendo una funzione difensiva e di avvistamento, era dotato di una torre sentinella e di due torri di guardia – la torre del carcere e la torre angioina –, nonché di imponenti masti o torrioni, deputati, come si può arguire dalla dimensioni, alla difesa da attacchi esterni e, soprattutto, al crescente diffondersi delle armi da fuoco, il che ne spiega lo spessore. Al suo interno si trova una cisterna, destinata alla raccolta dell’acqua piovana, nonché, nella sezione dei torrioni, una riproduzione dalle armi da fuoco dell’epoca, così come la presenza delle carceri e dei forni
Ai piedi del castello sorge la chiesetta di san Pietro risalente, verosimilmente, al XVI secolo, ma le cui attestazioni la daterebbero all’età medievale, con riferimento, in particolare, a una scritta incisa sul presbiterio che riporta la data 1461; in aggiunta, la posizione dell’abside, ruotato rispetto all’asse centrale dell’edificio, farebbe pensare alla reclinatio capitis, un particolare tipo di struttura molto in voga nel medioevo; qui il paesaggio si apre, donando al visitatore una vista che spazia dalla Majella fino alle rive del fiume Sangro e alla volta del mar Adriatico. Immaginate di esser lì, la nuca rivolta verso la chiesetta e il capo verso il castello, che troneggia su quel panorama chiazzato e sfumato, dal verde all’azzurro, dal marrone al rossiccio, il corpo ruotato verso i boschi e le pietre circostanti, le mani in movimento, accarezzate da una brezza montana e protendenti a piacimento, in base a come soffia il vento, gli occhi assorti, fra l’alto e il basso, a ridosso del cielo e arroccati sulla terra
La leggenda del Corvo de' Corvis
Vi ricordate lo ius primae noctis? Niente di meno che una diceria nata in epoca post-medievale, quando si diffuse la leggenda che i signori feudali avessero il potere di sostituirsi ai mariti durante la prima notte di nozze. Un’inesattezza storica dunque, che pure a Roccascalegna ha dato vita a una leggenda suggestiva. Sarebbe stato Il barone Corvo de’ Corvis – personaggio immaginario della tradizione abruzzese con indosso una maschera da monatto, e diffuso durante i festeggiamenti e le recite popolari carnevalesche –, a imporre lo ius primae noctis alla popolazione di Roccascalegna, pretendendo che tutte le donne del paese, anziché che con il consorte, passassero la prima notte di nozze con lui. Leggenda vuole che, dopo un imprecisato lasso di tempo, l’ultima sposa di Roccascalegna si sia ribellata a questa norma, trucidando il barone con una coltellata; altre versioni vogliono che sia stato il marito legittimo a uccidere Corvo de’ Corvis, travestendosi con le vesti della sua consorte.
A memoria della storia, che, sebbene leggendaria, suscita curiosità e stupore, sulla roccia è impressa un’impronta indelebile della sua mano insanguinata.
