Le tradizioni sono fondamentali per conservare l'identità di un popolo. In
questo mondo globalizzato è facile cadere nelle trappole che cancellano lo
spirito di una nazione, finendo per andare in pizzeria a Lhasa e al McDonald a
Piazza Navona.
L'India è
...
Vedi tutto un paese straordinario per chi vuole trovare
popolazioni autentiche e la regione dell'Orissa, un vero paradiso per gli
etnologi, dove vivono, completamente isolate dalle contaminazioni occidentali,
decine di realtà tribali in un contesto assolutamente primitivo. I Donghoria
Kondh popolano una dozzina di villaggi nascosti tra le foreste impenetrabili dei
monti Niyamgiri. Ci arrivammo di mattino presto, mentre una nebbiolina azzurra
copriva ancora gli alberi delle cime vicine. Il nostro Prakash ci spiegò che
sono rimasti piuttosto aggressivi ed alquanto refrattari ai tentativi di
omogeneizzazione tentati, prima dagli inglesi e poi dal governo indiano, nel
tentativo di rimanere il più possible fedeli alle tradizioni ed ai loro riti
ancestrali.
Mi raccomandò quindi, dopo averci portato vicino al palo eretto al
centro del villaggio, di essere il più possibile discreto cercando di non
turbare la pace dei pochi abitanti che sonnecchiavano su stuoie sotto tetti di
palma di grandi capanne comuni. Ci spiegò che il centro attorno a cui ruotava la
loro visione del mondo è il rispetto dei ritmi della natura, che può essere
forzata solo attraverso riti e preghiere. A tale scopo esisteva in ogni
villaggio una famiglia di una casta particolare, detta Meriah, che veniva
esentata da tutti i lavori e le incombenze, ma onorata in ogni occasione e
nutrita con i migliori prodotti del villaggio. Questo anche per decenni. Poi, un
bel giorno, la crisi. Troppe piogge o troppo poche, insomma la carestia, la
natura che punisce gli uomini troppo disattenti. Allora gli anziani del
villaggio si riunivano e decidevano che era venuto il momento di placare la
natura. Così nella notte, tutto il villaggio tra canti e suoni di tamburi e di
cembali, si recavano alla casa del Meriah per prenderlo e portarlo in gioiosa
processione.
Per la verità, lui che aveva capito che la cosa girava per un certo
verso, cercava di scappare e quindi per evitare questo evento increscioso, gli
si spezzavano con saggia previdenza, le gambe in più punti, con un mazzuolo.
Dopo i canti previsti, lo conducevano al centro del villaggio dove, appunto, è
sempre eretto il palo in questione e , dopo averlo ben legato, gli infliggevano
le peggiori torture, staccandogli pezzi di carne che andavano seppelliti nei
campi per fertilizzare la terra e placare la madre natura, da sempre amica del
buon selvaggio che la conosce e la rispetta. L'essenziale era che il Meriah non
morisse in fretta, ma con le sue lacrime, per più giorni bagnasse la terra secca
e sterile. Gli inglesi non erano tanto d'accordo sul rito e cercarono di
proibirlo fin dagli anni trenta. Sembra che i buoni Donghoria, vista anche la
difficoltà di trovare dei Meriah disponibili, si siano poi accontentati di
comprare al bisogno, dei bambini dai villaggi vicini. Anche le tradizioni
cambiano, secondo Prakash adesso, si accontentano addirittura di usare una
capra. Ad ogni modo il palo è sempre lì.
Enrico Bo. http://ilventodellest.blogspot.com/
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