Un sacco di gente vi darà informazione e dati particolari, dritte utili,
ristorantini che vale la pena provare. Io voglio solo trasmettervi le mie
sensazioni, abbiate pazienza.
Terrasanta,Terrasanta! (prima giornata): Sono tornato! San(t)o e salvo! Carico di sensazioni da metabolizzare
...
Vedi tutto con
calma, di bolle nei piedi (il pellegrino cammina molto), di retrogusto di
coriandolo che finirò di digerire tra un mesetto e con la consueta certezza che
ti porti a casa da un viaggio; quella di essere partito con tanti preconcetti
che la conoscenza diretta di cose, luoghi e persone, anche solo sfiorata, ti fa
capire quanto sia deformante la lente dei media e quanto rimangano deformati i
giudizi conseguenti.
Ma le cose vanno maturate con calma, per cui, con una
speciale macchina del tempo tornerò ad una settimana fa, al giorno della mia
partenza, per ripercorrere a poco a poco la strada verso ed attraverso la
Terrasanta, mentre continuerò per qualche giorno a ruminare le mie esperienze
cercando di condividerle con voi. Chi mi conosce si sarà stupito della mia
scelta. Pure, la voglia di vedere con i miei occhi questa terra stravolta dagli
odi e dalla violenza mi ha indirizzato verso una soluzione che mi è sembrata la
più corretta.
Il pellegrinaggio, il gruppo di umanità varia, che con intenzioni
diverse, da sempre ha cercato di approdare a quei lidi spinto da fede, passione,
voglia di conquista, ricerca di sè stesso, un topos che si ripete all'infinito
da duemila anni, quindi non è cosa da poco, un fatto da trascurare. Ecco quindi
perchè non un viaggio inIsraele o in Palestina, ma in Terrasanta.
Torniamo
quindi ad una settimana fa, quando alle 5 di mattina (ora a cui sono poco uso)
mi dirigevo all'appuntamento dove si sarebbe addensato, come un tempo, il gruppo
di penitenti, curiosi, in cerca di avventura o di spiritualità, carichi, non più
di sai, fagotti, bastoni, sandali e dei pochi zecchini preparati per
l'occasione, ma di telefonini, zainetti, Kway tecnologici, macchine fotografiche
e pacchetti di euro da scambiare con preziose reliquie. Chissà cosa avrò
dimenticato. Un paio di scarpe di ricambio, va beh, il pellegrino deve soffrire
almeno un poco. I pellegrini, per loro natura temono l'ignoto, pur se lo
affrontano con slancio e le descrizioni di tregenda dello spietato
interrogatorio a cui verremo sottoposti dai feroci agenti del Mossad prima
dell'imbarco, mettono in ansia non poche signore, timorose di non saper dare le
giuste risposte agli aguzzini, se pur imbeccate con cura dai nostri mentori.
Naturalmente tutto si risolve in pochi minuti di colloquio con una cortese
fanciulla che ci assicura che, se ci domanda se qualcuno che non conosciamo ci
ha affidato un pacchetto, è per evitare che sul nostro aereo ci sia, magari una
bomba, cosa che non dovrebbe in fondo dispiacerci. Non volo più da quasi quattro
anni e circondato da vocianti bimbi israeliti, mi appresto al primo impatto con
il cibo kosher, come da regolare certificato allegato al vassoio. Avevo giurato
di non mangiare mai in aereo e tutte le volte, la maledetta curiosità, mi ci fa
ricascare; ingurgito così il primo di un'infinita serie di polli al coriandolo e
curry che mi sarà compagna per tutto il cammino.
Al nostro arrivo, subito la
nostra guida spirituale Don Rafal, viene immediatamente bloccato e trattenuto
con motivazioni tanto vaghe, quanto inconsistenti, forse perchè è polacco, forse
perchè è prete, forse perchè ha sul passaporto un visto siriano. Quando
finalmente, dopo un'oretta, viene liberato e sale sulla zattera di salvataggio del predellino del
pulmann, un senso di liberazione coinvolge tutti i pellegrini, ansiosi di
salvezza, non solo per aver avuto restituito il caro Don, ma anche per il fatto
di riuscire ad arrivare in albergo in tempo per la cena. Il pulmann corre veloce
lungo il mare e poi su per le colline della Galilea verso Nazareth. In questa
terra, anche soltanto i nomi evocano emozioni, sentimenti, aspettative. La notte
è scesa di colpo mentre i piccoli paesi scivolano alle nostre spalle. In fondo,
sulle alte colline, in un cielo di stelle basse, è tutto un brillare di piccole
luci, una per ogni casa, una per ogni speranza. La Terrasanta è raggiunta.
Nazareth, il Giardino Fiorito, sembra il presepe lontano che facevo assieme alla
mia mamma, tanti anni fa.
Shalom o salam (seconda giornata). Già di
per sè, calpestare questa terra, calpestata e ricalpesta-ta da migliaia di anni,
da milioni di persone è una emozione, una sensazione di antico. Colline dolci,
uliveti sterminati, persone gentili che ti salutano con un sorriso, ragazzi che
ridono. Quanto tutto sembra lontano e distante da quanto mi ero preparato a
vedere dopo anni di televisione dura. Qui in Galilea, non si avverte nulla della
tensione che ci raccontano i media. La vita che vedi scorrere accanto a te è
normale. I ragazzi che tornano da scuola e scherzano con le ragazze, la gente
che va a lavorare, il traffico. Di ebrei in giro se ne vedono pochi,
asserragliati in quartieri separati in cima alle colline, ormai quasi tutte
coperte disordinatamente di case.
Nazareth si è sparsa a macchia d'olio e ne
occupa diverse, così il drappello dei pellegrini si sposta qua e là passando da
un luogo della memoria all'altro con cura meticolosa. Dal monte Tabor, immerso
negli ulivi, una grande vista fino alle montagne del Carmelo, sempre , nutriti,
abbevarati, trasportati e coccolati in quanto una delle poche fonti di reddito,
i pellegrini passano da un luogo all'altro, dove la devozione ha situato i
momenti fondamentali dei Vangeli. La fontana di Maria, la casa di Giuseppe, il
luogo dell'Annunciazione, dove puoi vedere strutture dei primi secoli o di epoca
crociata, quasi tutti, disperatamente ricoperti da colate di cemento della
moderna devozione che deve mediare la celebrazione grandiosa, la meditazione
intima, la logistica organizzativa.
Nel piccolo museo, oggetti di tutte le
epoche, qui basta scavare e viene fuori di tutto. Tutto sotto assedio dei
mercanti del tempio, che però devono pur campare, anche se vendono l'autentico
vino delle nozze di Cana. Autisti, venditori di souvenir religiosi, produttori
di rosari di ulivo, laboratori dove si lavora il legno, tutta gente che vive in
pace e vorrebbe solo continuare a farlo senza problemi, in pace. Salam aleikun,
shalom alek, pace a noi tutti; due lingue gemelle, due popoli gemelli, forse la
gente comune vuole solo vivere in santa pace.
Camminare sulle acque (terza
giornata). Di fronte al mare di Galilea, il monte delle beatitudini si
adagia verde, coperto di macchie di ibisco, punture rosse a ravvivare la
memoria. Da qui è partito un messaggio deflagrante, talmente nuovo e dirompente
da sconvolgere il pensiero filosofico che lo aveva preceduto, da condizionare
ogni pensiero futuro. Il concetto di dare spazio a chi è ultimo nella vita e
fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a te, avrebbe dovuto fare strame
di ogni pensiero precedente; il solo seguirne il profumo avrebbe dovuto risolvere per sempre il problema della convivenza umana. Il bello è che
quasi tutta l'umanità che ha vissuto dopo quel momento, si ispira a questi due
concetti, li ha fatti suoi e li ritiene fondanti per il consesso delle genti.
Dozzine di pulmann carichi di pellegrini, si fermano qui ogni giorno per
rafforzare questo concetto, per parteciparvi, per sentirsene parte viva; poi se
ne torneranno a casa, tutti coi santini e le pietre del lago in valigia,
qualcuno magari ad organizzare qualche ronda, qualcun altro a dire che non è
certo razzista, ma che certa gente, per cultura e religione inferiore, è portata
a violentare le donne e dovrebbero tutti andarsene a casa propria. Ma sul lago
di Tiberiade la barca di Pietro scivola lenta, magari con tanto di alzabandiera
e inno di Mameli, poi , Un Italiano Vero e musica locale a base di Shalom; con
il ragazzo che suona la tabla e la mamma che distribuisce il certificato di
traversata del lago sulla copia autentica della barca di cui sopra. Bisogna pur
vivere. Al ristorante, i pesci, miracolosamente moltiplicati, sanno un po' di
fango, come tutti i pesci di lago, ma non si riesce a rimanere esenti dal
fascino del luogo. Un gruppo di soldatesse in libera uscita sciamano festose,
allegre lungo il pontile.
Mi raccomando, non fotografare. Come immaginare queste
ragazzine scherzose, che correndo si tirano i capelli, domani, con un mitra in
mano, a perquisire un'auto ad un posto di blocco. Eppure quante ne vedremo nei
prossimi giorni. Poi giù lungo il Giordano, un rivolo di acqua fangosa,
aspirata, contesa, rubata e spartita tra i campi assetati di Giordania e
Israele, attraverso la Samaria sempre più secca ad ogni kilometro, dove compare,
ad arricchire i cespugli spinosi del deserto, il filo spinato dell'odio e della
prevaricazione.
Un veloce bagno medicamentoso, nel fango del mar Morto, panacea
benefica per la mia discopatia e per le mie rughe di espressione; poca cosa, ma
che bello vedere, alto sulla riva opposta, il nitido biancore del santuario del
monte Nebo, dall'alto del quale avevo guardato in basso trentacinque anni fa.
Poi fermi nel deserto di Giuda, tra i calanchi ocra nelle sfumature del
tramonto, a compiangere Jerico, la città più antica del mondo, dove da
dodicimila anni vivono persone, circondata, offesa, violata, imprigionata da
posti di blocco e filo spinato. Ancora un balzo per salire dalla più profonda
depressione fisica del mondo, per arrivare a Gerusalemme, la Santa, forse a
sentire un'altra depressione. "Ed ora i nostri piedi si fermano alle tue
porte, Gerusalemme! " (Salmo 121 )
Le mura, il muro, i muri (quarta
giornata). Yerushalayim, al-Quds, Gerusalemme la Santa. Le sue mura
imponenti, illuminate la notte, severe di giorno, abbattute e ricostruite sempre
più alte e come tutti gli inutili muri del mondo nuovamente distrutte e rifatte,
cingono un grumo di luoghi storici in perenne conflitto tra loro, alla ricerca
di una supremazia impossibile, ma bramata con violenza. Dalla spianata delle
Moschee, si dominano le valli circostanti ed in fronte, il Monte degli ulivi,
cosparso di monumenti a segnare ogni punto sensibile della storia, fa da
controcanto, perchè non si dimentichi mai che quando si assiste al trionfo di un
pensiero religioso, gli altri due sono comunque sempre presenti e contrastanti.
Lo stordimento architettonico non sopravanza quello spirituale; comunque
l'ammirazione per l'armonia delle forme viene temprato dalla devozione di chi si
avvicina per colloquiare con il suo Dio. L'oro della Moschea della Cupola della Roccia brilla nel
sole a contrasto con quella nera della Moschea al-Aqsa, mentre la notte per uno
strano fenomeno di illuminazione, il tutto si inverte come per magia. Ci
arriviamo dopo una estenuante coda di controlli e di posti di blocco, poi il
piacere di rimanere soli con la storia. Discesi appena sotto, ecco l'altro Muro,
dove si affastellano i fedeli del Dio antico, a festeggiare il Bar Mitzvah dei
loro ragazzi, mentre da fuori, madri, sorelle e zie lanciano dolcini e monetine
e gridano con sonorità magrebine.
E vicino all'alto muro, tanti personaggi in
nero, col cappellone ed i boccoli che scendono al fianco delle orecchie a
pregare con movimento ritmico, in un colloquio solitario col Muro stesso, in cui
infilare il bigliettino. Chissà perchè ai credenti di ogni religione, i riti e
le gestualità delle altre religioni sembrano sempre ridicoli o fastidiosi.
Cristiani che si chinano a baciare la pietra del Calvario o strusciano i foulard
sul sepolcro, motteggiano le litanie e l'abbigliamento degli ebrei ortodossi,
che a loro volta sono infastiditi dal richiamo alla preghiera del Muezzin, i cui
fedeli deridono l'attaccamento alla Croce dei loro nemici storici. E infine
all'interno di ogni luogo santo, che spettacolo, la litigiosa spartizione in
metri quadri di ogni piccola variante di fede, così come il cantare più forte
degli altri col solo fine di disturbare i vicini e per convincere la divinità ad
ascoltare le proprie preghiere in precedenzaa quelle degli altri. In Gerusalemme
ci sono quindici diverse varianti di Cristiani (6 ortodossi, 7 latini e 2
protestanti) tutti in antagonismo tra di loro a disputarsi anche fisicamente,
spazi e offerte dei fedeli che arrivano da tutto il mondo. Chi non ricorda le
bastonate tra i santi monaci ortodossi e copti alla Natività per uno sgarro di
invasione dell'area di pertinenza. E nel cortile del Santo Sepolcro, che
tenerezza il monaco Melchita che correva da un annoiato drappello di soldati
israeliani a protestare per un presunto sgarbo dei Maroniti, intervento
ovviamente negato con sufficienza.
All'interno del tempio tuttavia, il fervore
dei visitatori infonde grande partecipazione. Il desiderio di toccare le Sacre
pietre, i luoghi del Mistero, i punti dove sono accaduti i momenti fondamentali
riportati nei Vangeli, forma lunghe file affannate. Poca differenza dalla folla
del tempio di Puri in Orissa, dalle puje della città templare di Tiruchirapalli
nel Tamil Nadu o dalla devozione fisica e ritmata del Jokang di Lhasa o dei
tanti altri luoghi della devozione che ho visto sparsi per il mondo. Il
desiderio di avvicinarsi alla divinità è uguale sotto tutti i cieli e le
formalità si sovrappongono. Ma dopo le mura ed il Muro, altri muri ci aspettano
oggi.
Quelli nuovi, alti anch'essi otto metri, ma più grigi, più ruvidi,
rinforzati dal filo spinato e dai cavalli di Frisia, per uscire da Gerusalemme
ed arrivare a Betlemme, pochi kilometri di slalom tra i posti d blocco, per
arrivare a quella che più che una città è un campo di concentramento in cui è
lungo entrare, ma è molto più difficile uscire per chi ci vive e non può
lavorare o andare a cercare lavoro, come se tutto fosse calcolato per aumentare
la tensione, per incattivire gli animi, per inasprire i contrasti, per dare mano
e vigore ai fondamentalismi. Ormai qui solo i pellegrini portano soldi e aiutano
un po' una economia esangue. Quindi volentieri si comprano i soliti souvenir
inutili, ma prodotti dalle cooperative locali, compresa la polvere magica della
grotta del Latte che fa rimanere incinte le signore con problemi (attenzione
alle non interessate). E la conoscenza di persone di grande interesse come le
vecchissime e malandate suore di un istituto, che invece di essere a loro volta
ricoverate in luogo di riposo, raccolgono orfani, malati mentali e fisici,
anziani bisognosi e non domandano a nessuno a che religione appartengano. E
tanta gente allegra e spiritosa, con tanta voglia di fare, che ci ha detto "Se
non ridessimo molto, saremmo già tutti morti di depressione." Poi però si torna
dall'altra parte, si ripassano i muri, ricoperti di murales con colombe della
pace a forma di bersaglio, i reticolati, i posti di blocco, coi ragazzi soldati
che ti guardano col mitra in mano, domandandosi cosa ci andiamo a fare da
"quella" parte. Gerusalemme brilla solitaria la notte, solo il Muro del pianto è
popolato ancora di nere figure dai grandi cappelli neri che ciondolano
ritmicamente.
Venerdì o sabbath? (quinta giornata). Il Monte degli
ulivi è tutto un ribollire di genti che passano da un luogo all'altro, una
processione senza fine che va dalle cupole dorate della chiesa ortodossa agli
ultramillenari ulivi dell'orto del Getsemani. Un amico di cui vi parlerò domani,
sta organizzando una clonazione di un milione di alberelli di ulivo all'anno
provenenti direttamente da questi alberi, da far arrivare ai cristiani di tutto
il mondo. Il business non si ferma mai, ma se ha un risultato utile, perchè no?
Ne riparleremo.
Poi entrando dalla porta dei Leoni, è ancora Gerusalemme,
facendosi largo tra i mussulmani che stanno andando alla spianata delle Moschee.
Oggi è venerdì, tocca a loro; la città è percorsa da un fremito islamico. Le
famigliole se ne vanno a pregare, le ragazze sul velo esibiscono paillettes, i
posti di controllo dei militari israeliani sono più rigidi e frequenti. Si alza
forte la voce dei Muezzin, ora tocca a questa lingua di essere ascoltata lassù.
Il souk è in fermento esalando odori di spezia, colori di frutta, sapori di
kebab e falafel in ogni angolo. Che voglia di normalità. Si percorre adagio la
Via Dolorosa, dalla Flagellazione all'Ecce Homo, lungo le stazioni della Via
Crucis, tra piccole cappelle mescolate ai negozietti di vestiti o di casalinghi,
una commistione millenaria che concentra gli affari dove transitano i
pellegrini.
E' storia di ogni mondo e di ogni epoca. Fino all'apoteosi del
climax del Santo Sepolcro di cui ho già detto. Città di occidente coi sentori
dell'oriente, città di religione con la sua concentrazione di preghiere, di
devozione e di luoghi simbolo, città di guerra con le sue insanabili divisioni,
mantenuta stabile con le armi, impugnate o anche solo mostrate ad incutere
timore. Poi a poco a poco scende di nuovo la sera, mentre ci godiamo una delle
più belle viste della città illuminata dalla terrazza di un collegio
francescano, che naturalmente ha tra i suoi allievi almeno la metà di
mussulmani. La festa dell'Islam è finita e con il calar del sole comincia il
Sabbath ed è allora festa per un'altra fetta di città. Che complicazione. Qui
l'affare si ingrossa, perchè gli ebrei sono parecchio osservanti. Vanno ancora
ad augurare la buonanotte al loro Muro e poi via di corsa al riposo sabbatico.
Già in albergo la qualità dei servizi cala vistosamente, a cena, presenza minima
e cibarie approssimative. Tutto si ferma per 24 ore e tutto diventa buio, non si
deve neanche accendere la luce. Lo sapevate che c'è un ascensore apposta per ebrei che, al sabato,
parte e ferma automaticamente ad ogni piano, in quanto schiacciare il bottone è
considerato lavoro?
Olio extravergine (sesta giornata). Oggi ho
conosciuto un personaggio staordinario. Ancora una volta (quante volte!) muro e
reticolati, poi il pulmann si arrrampica sulle colline della Giudea, coperte
ancora per poco di pallido verde. Ancora qualche curva, poi tra gli uliveti,
ecco Taybéh, l'antica Efraim dove secondo il vangelo si rifugiò Gesù. E' un
villaggio arabo cristiano da duemila anni e la prima cosa che chiarisce padre
Raed a chi si stupisce di trovare qui una comunità cristiana assediata
dall'Islam, è proprio che loro sono stati i primi cristiani in assoluto, noi
caso mai, discendiamo da popoli convertiti successivamente, e che non c'è alcun
tipo di difficoltà con i vicini mussulmani, con i quali hanno convissuto
pacificamente per 1300 anni.
"Se in Europa avete un attrito con i musulmani, non
pensate che anche qui ci siano questi problemi; i giornalisti vengono, carichi
dei loro preconcetti, poi io leggo gli articoli che scrivono al loro ritorno e
mi accorgo che non hanno capito niente della nostra reale situazione" insiste.
Non è certo un semplice prete di frontiera, come può apparire al primo impatto,
ma è stato per anni segretario del Patriarcato di Gerusalemme e conosce bene il
mondo, ma ha voluto tornare qui, nel paese dove è nato e che stava morendo,
economicamente strangolato dal blocco israeliano, dove gli abitanti si erano
ridotti in pochi anni da 4000 a 1200 persone, obbligati ad andarsene, come i
loro vicini mussulmani, per poter sopravvivere. La ricchezza del paese sono
30.000 ulivi, ma l'olio che producevano da millenni, non poteva avere mercato e
lui appena giunto in paese, dove comincia a riorganizzare la scuola, viene
pagato dalle famiglie con bidoni di olio che si ammucchiano in magazzino e di
cui non sa cosa fare. Ma Padre Raed è molto sveglio, crede in questa terra ed in
questa gente, mette in moto tutti i suoi contatti e in poco tempo riesca a fare
accordi con diverse catene di supermercati francesi. Sapendo che con una minima
possibilità di reddito, l'emorragia si fermerà, crea una cooperativa locale e
grazie anche a qualche aiuto che arriva, costruisce un moderno frantoio e adesso
l'olio extravergine palestinese di Taybeh, profumato e delicatamente fruttato,
se ne va per tutto il mondo e a poco a poco si porta dietro altro: i prodotti
tradizionali dei vasai, lanciando le lampade della pace a forma di colomba con
gli altri tradizionali articoli di artigianato e lo straordinario cous cous
palestinese, scuro e saporito, presente in molti negozi del commercio equo e
solidale (quando Israele consente che possa passare la frontiera).
Così riparte
la scuola (che vedete nella foto di apertura), dove ci sono più di 600 allievi,
in buona parte mussulmani che arrivano dai villaggi vicini, perchè è da piccoli
che comincia il rispetto dell'altro. Il coro della scuola, composto da ragazzi
ebrei, cristiani e mussulmani nel 2006 ha girato l'Europa per dimostrare che
alla gente interessa convivere in pace. Infine l'ultima realizzazione, la casa
di riposo per anziani , funzionante da pochi mesi. L'emorragia degli abitanti si
è fermata, anche se i potenti vicini non sono molto contenti. Le iniziative
fanno tutte utili e danno lavoro e reddito a decine di famiglie del paese che ne
beneficia poi nella sua totalità. Tutto questo in soli cinque anni. Padre Raed (che in arabo vuol dire Pioniere) è un vulcano di iniziative, una ne
pensa e l'altra finisce di realizzarla, sempre in anticipo sui tempi previsti.
Ma sì avete capito, è sua l'idea della clonazione degli ulivi del Getsemani da
vendere a tutto il mondo di cui ho parlato ieri, e di chi se no! E state
tranquilli che ne sentirete in giro presto. Lui chiede solo di fare conoscere le
sue iniziative, attirando turisti per moltiplicare i contatti. Ad un religioso
che gli faceva notare che a Lourdes avevano sette milioni di turisti all'anno
perchè la Madonna vi è apparsa diverse volte, lui candidamente rispondeva, che
lì potevano offrire nel pacchetto non solo Lei, ma anche tutto il resto della
famiglia. Naturalmente non è mica appeso al pero, è molto informatizzato come
potrete vedere dando un'occhiata al suo sito (http://www.taybeh.info/) , con
annesso forum di discussione e negozio virtuale (eheheh, metti nel carrello!)
dal quale si possono acquistare direttamente tutti i prodotti della cooperativa,
dall'olio, ai saponi, agli altri prodotti di artigianato. Se gli scrivete ne
sarà molto contento, perchè quello che gli interessa maggiormente è far
conoscere le sue iniziative.
Naturalmente potete farlo in italiano che, come
ovvio, è una delle cinque o sei lingue che parla in modo assai forbito. Quale
sono i suoi problemi? Ufficialmente ti dice che non è ha, poi abbassa un po'
l'occhio e ti spiega che, ogni tanto, arriva un foglio che comunica che "per
ragioni di sicurezza" viene requisita una collina del territorio del villaggio.
In pochi mesi le ruspe e le betoniere fanno sorgere una bella colata di villette
a schiera e si insedia un gruppo di coloni ultranazionalisti, poi ci fanno un
bel muro intorno, i reticolati lungo tutta una bella strada nuova che va a
Gerusalemme e dalla quale non si può più passare. Così i ragazzini che venivano
a scuola dal paese vicino facendo due kilometri adesso devono farne trenta.
Oppure ogni tanto ti tolgono l'energia (elettrica) o ti bloccano le spedizioni
di merce alla frontiera per qualche mese. Ma l'altra energia, a Padre Rael non
la tolgono e lui continua a ridere e a raccontare storielle (sì è lui che diceva
che i Palestinesi sono molto allegri per non morire di depressione). Mi
raccomando, scrivetegli, sarà contento e magari anche voi, dopo.
Noi intanto,
dopo aver visto i resti della chiesetta di epoca crociata e una casa
tradizionale palestinese del diciassettesimo secolo, uguale in tutto e per tutto
a quelle di duemila anni fa, da cui si capiscono molto bene certe descrizioni
evangeliche, altrimenti difficili da interpretare (la grotta, il bue e
l'asinello e così via) riattraversiamo il muro e il filo spinato col soldato che
chiede cosa siamo andati a fare di là.
Datteri freschi (settima giornata). E' l'ultimo giorno. Sapore di datteri freschi a colazione. Che deliziosa
sensazione, questi grossi bacherozzi dalla pelle traslucida ed umida che si apre
sotto i denti mentre esce la polpa morbida, dolce ma non troppo, ruvida e
carnosa. Un frutto antico come questa terra che sto per lasciare, bella e quindi
ambita da molti, fin dai primordi. Qui, nella mezzaluna fertile, è nata
l'agricoltura e con essa la voglia di appropriarsi della terra dell'altro, della
sopraffazione giustificata da ragioni superiori, dalla ragione dettata da chi è
più forte, dalla rabbia incontrollata di chi è più debole, magari anche per
questo facilmente manovrabile.
Tutti la volevano, gli Egizi e gli Iksos, i
Babilonesi e gli Ittiti, tutti a spese di quelli che già ci stavano, tribù nomadi e
stanziali, che avevano solo la colpa di stare a casa propria in un bel posto.
Percorriamo per l'ultima volta la città Santa, le sue mura orgogliose e passiamo
a Meah Shearim, il quartiere ultraortodosso, ben sveglio dal mattino presto dopo
il giusto riposo del sabbath, dove è tutto un correre indaffarato di questi
personaggi nerovestiti, un po' folkloristici con le grandi barbe ed i boccoli
che scendono al lato delle orecchie, delle donne infagottate con schiere di
bambini (cinque sono il taglio minimo obbligatorio, altro che diatribe sul
preservativo!), tutti sempre di corsa come se stessero per perdere il treno. Non
devono trastullarsi in impegni futili come il lavoro, dice il loro credo; anche
i bambini non devono perdere tempo a giocare inutilmente, hanno infatti la
faccia un po' stranita, poveracci. L'unica occupazione dei maschi adulti è lo
studio dei testi sacri e della Kabbalah, la teoria numerologica che vede nella
corrispondenza tra numeri e lettere dell'alfabeto una complessa spiegazione di
tutta la spiritualità e non solo.
Ci sono vecchi saggi che hanno dedicato la
vita al tentativo di spiegare perchè la Bibbia inizia con la lettera B invece
che con la A. Così è la vita. Costoro e le loro famiglie, vengono mantenuti
completamente dallo stato ed hanno una notevole rilevanza politica, formando il
nerbo dei partiti estremisti ultraortodossi che hanno per costituzione, un
numero di seggi garantito nella Knesset e udite udite, diritto di veto su molti
pronunciamenti del Parlamento stesso. E' chiaro quindi che qualunque governo
deve fare i conti con questi scomodi personaggi, che essendo certi che la terra
di Israele è stata loro promessa da Dio in persona, non sono molto disponibili a
dividerla con nessun altro, anche se lì ci sta da duemila anni. Come già aveva
fatto a suo tempo il re David conquistando Gerusalemme nel X secolo a.C. e
cacciando i precedenti abitatori, costoro sono certi di essere nel giusto,
ritenendo che questa gente deve andarsene, non interessa dove, o anche
semplicemente sparire, levarsi di torno per non intralciare il disegno divino.
Questo è forse uno dei tanti motivi per cui questa gente in questa terra
difficilmente potrà trovare la pace che vorrebbe avere. Poi ancora la località
di Emmaus e gli affreschi splendidi della basilica crociata, per un ultimo
pensiero prima dell'aereo. Bisogna ragionare adesso, fare decantare le
sensazioni. Maledizione, ci sono cascato ancora una volta ed ho mangiato tutto
il pollo al curry della vaschetta. E' già passata una settimana ma mi rinviene
ancora il gusto di coriandolo.
Riassumendo (fenomenologia della Terrasanta). Adesso è il momento di ruminare con calma tutto quello che ci passato
davanti agli occhi in fretta, sempre troppo in fretta per poterlo soppesare con
la giusta considerazione. Cosa ci si porta a casa dopo un viaggio? Immagini,
informazioni, oggetti, ricordi, considerazioni. Se si è partiti con la voglia di
capire, se si è tentato, certo solo tentato, ma la buona volontà conterà pur
qualcosa, di lasciare a casa i preconcetti; se si è cercato di accoppiare le
informazioni alle cose viste, alle sensazioni; se si è fatto il tentativo di
scavare almeno un poco sotto la superficie dell'apparenza, credo che si sia
partiti almeno col piede giusto. Avere un risultato credibile, certo è molto più
difficile. Quindi riassumendo, ho visto un paese, Israele, apparentemente
tranquillo e vi faccio grazia della classica frase: è un paesi dai grandi contrasti e dalle
mille contraddizioni. Scemenza tipica che si adatta anche a Castellazzo Bormida.
Quando ci sei, non puoi muovere passo senza sentirti inseguito dalla storia o
dalla spiritualità a seconda del tuo sentire. Ogni pietra è carica di passaggi,
di mani che l'hanno toccata, di piedi che l'hanno calpestata.
Tutto questo è
sempre presente e ti insegue anche se vuoi soltanto gustare un paesaggio. La
durezza del deserto, le colline fertili, la piana coltivata da chi riesce ad
accaparrarsi l'acqua, i paesi corrosi dall'isolamento e dal desiderio di
sopravvivere, le città presidiate a scacchiera da chi si richiama allo spirito e
tiene comunque un occhio fissato verso il flusso di denaro che arriva col
pellegrino, i giovani, che hanno voglia di ridere e scherzare e di avere un
futuro. La compagnia dello straordinario biblista, Padre Marcato, che ha saputo
sottolinearci con una competenza sottile e profonda i molti aspetti delle realtà
non soltanto spirituali con cui siamo venuti a contatto, squarciando il velo di
Maja della superficie, per farci vedere anche qualcosa di quanto sta sotto, è
stata un aiuto indispensabile all'assunto iniziale, il tentativo di capire e per
questo lo ringrazio di cuore.Isrele, Palestina, Terrasanta anche i nomi, che in
fondo definiscono lo stesso luogo, si rivestono di significato ben più profondo
del loro topos geografico.
Tre religioni sorelle ma poco disonibili a trattare,
due popoli gemelli che sognerebbero la sparizione dell'altro come soluzione a
tutti i problemi, la gente comune che vorrebbe soltanto vivere in santa pace.
Ancora una volta il concetto più forte che mi porto a casa e quello che la
certezza di essere nel giusto senza nutrire il dubbio, di essere portatore della
verità assoluta, che richiede comportamenti conseguenti, è una delle dannazioni
dell'uomo, è il fondamento della violenza inestinguibile che ritorce su sè
stesso. Avete ragione, non è una gran pensata, potevo anche starmene a casa per
avere questa illuminazione, ma assieme alla polverina che fa avere figli, alla
pietra del lago di Tiberiade, al rosario di ulivo, alla crema al fango del Mar
Morto e al cous cous di Padre Raed, mi pare importante averla ben marcata nella
mente. Cosa comune a molti luoghi, certo, qui, un po' più gridata che da altre
parti. Avrei voluto capire qualcosa di più, ma credetemi è difficile; intanto
adesso cerchiamo di farci amici tutti e poi devo mettere in ordine le
fotografie, ci penserò più tardi.
Enrico Bo. http://ilventodellest.blogspot.com/
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