Note storico-artistiche sul simulacro.Il gruppo ligneo di S. Giuseppe e il Bambino è una pregevolissima scultura policroma del 1607, realizzata con molta probabilità dagli abili scultori i fratelli Li Volsi di Tusa, attivi in quel periodo nelle nostre zone. La
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Vedi tutto datazione “1607” era visibilmente riportata, fino ai recenti lavori di restauro, sulla faccia principale della base ottagonale, su cui poggia l’effige di San Giuseppe. Il testo “1607” era inciso con caratteri grandi in oro zecchino su uno sfondo nero. A causa di un increscioso errore da parte dei restauratori per le generazioni future non sarà più facilmente possibile la datazione dell’opera, in quanto la data di realizzazione è stata asportata. La rappresentazione iconografica si attiene fedelmente ai rigidi canoni della Controriforma cattolica, che proprio in quel periodo il papa Clemente VIII ne rafforzava l’adozione da parte degli artisti. In base ai quali, S. Giuseppe è raffigurato, nell’atto di incedere, come un vecchio padre saggio, custode del figlio di Dio. Molto espressivo è il volto, che richiama la saggezza e la serenità degli antichi, il quale si caratterizza per la naturalezza dei tratti somatici e anatomici.Con i capelli bianchi e le mani logorate dal lavoro; la mano sinistra regge il Bastone fiorito, mentre la mano destra è rivolta verso il piccolo Gesù, quasi per mostrarlo e proteggerlo.I panneggi sono elegantemente curati con la tecnica a bulino, che non solo richiamano le contemporanee sculture dei Santi Medici Cosma e Damiano, custodite nella Chiesa di San Sebastiano, ma anche ricordano gli antichi costumi di broccato dei nobili spagnoli del tempo in Sicilia. Essi sono ricoperti di puro oro zecchino. La veste è decorata con motivi fitomorfi..Il Bambino Gesù, raffigurato come un sereno adolescente,porge la mano sinistra al padre e benedice con la destra. I suoi capelli folti sono decorati anch’essi in puro oro zecchino. La veste, legata al cingolo, richiama la contemporanea scultura di Sant’Antonio Abate. Particolare il volto che richiama, invece, la statua lignea della Madonna col Bambino, presumibilmente degli stessi scultori, conservata nella Chiesa Madre di Alcara Li Fusi, sull’altare dell’abside sinistra. Tutto il gruppo ligneo è custodito da una elegante macchina barocca in legno, opera del XVII secolo, sulla cui trabeazione accanto al timpano spezzato si staglia la cimasa , che contiene un pregevole dipinto olio su tavola, raffigurante la morte di San Giuseppe, detta anche “la morte del giusto” opera provabilissima di Giuseppe Tomasi di Tortorici . Culto e devozione popolare a Militello e nel mondoSan Giuseppe conserva ancora oggi una nutrita devozione nel cuore dei Siciliani, degli Italiani e in genere di tutti i Cristiani. E’ opportuno ricordare, inoltre, che questa esemplare figura riveste un particolare e rilevante posto anche nella venerazione mariana musulmana. Fino agli inizi del XX secolo, Militello si preparava a celebrare la festività del 19 Marzo con varie iniziative. La sera prima, il 18 Marzo, in molti quartieri veniva acceso un falò, nel quale si bruciavano tutte le “cose vecchie”. Ipotizziamo che questo costume sia un antico retaggio pagano; infatti, la festa di S. Giuseppe coincide con la fine dell’inverno e con l’inizio della stagione della vita, la primavera, quindi come buon auspicio gli abitanti volevano buttarsi alle spalle tutto quello che era d’inutile e desueto.Inoltre nello stesso giorno, a partire dalla seconda metà del ‘700, di pomeriggio, devote del paese si recavano presso la Chiesa del Soccorso per trasferire nella Chiesa Madre il settecentesco simulacro ligneo policromo della Madonna del Soccorso, il quale affiancava il simulacro di San Giuseppe durante la processione dell’indomani . Il 19 Marzo alle 07:00 le campane della Chiesa Madre, suonate con giubilo, e gli spari di mortaretti annunziavano il giorno di festa, mentre la banda musicale locale allietava le vie cittadine, guidata da Don Biagio Sancetta fino agli anni ‘60. Prima di mezzogiorno sull’altare Maggiore addobbato con cura, si svolgeva la Messa solenne con panegirico, mentre i simulacri S. Giuseppe, il Bambino e la Madonna del Soccorso erano poste nel presbiterio. Subito dopo iniziava la processione che seguiva l’antico itinerario anulare . Giunti sullo spiazzale antistante la Chiesa del Soccorso si celebrava il rito dell’antico saluto. I portatori dei simulacri er tre volte facevano inchinare gli stessi, subito dopo l’effige della Madonna del Soccorso veniva posta nella sua nicchia nell’omonima Chiesa, mentre S. Giuseppe col Bambino procedeva fino la Chiesa Madre. La tradizione popolare legge il rito “du salutu” come se i coniugi restassero insieme per un solo giorno, quello della festa, e poi per tutto l’anno separati.Alla fine della quale delle signore del luogo offrivano ai partecipanti dei “panotti” che spesso erano fatti con forme anatomorfe o di croce per devozione al Santo. Un pranzo ricco di prodotti tipici era infine offerto da alcune devote di S. Giuseppe nel “bagghiu”, ai piedi del castello. Quest’ultima tradizione si perpetuava fino agli inizi degli anni ’30, grazie all’interesse della Signorina Beatrice Genco.Tipica pietanza del giorno era la pasta con le sarde e i finocchietti di montagna . Durante questa giornata i procuratori, coadiuvati da alcuni collaboratori, si apprestavano a compiere la questua del “filugello”, cioè della seta grezza, non lavorata. Grazie a questa nobile iniziativa l’anno dopo, la seta, ormai lavorata e tessuta, componeva un corredo che la “procuratia” donava alla fanciulla più povera del paese.Da ricordare è ,inoltre, l'emozionante processione del solo Bambino Gesù per le vie cittadine l’ 1 Gennaio di ogni anno. La piccola statua lignea, portata in braccio dai devoti, percorreva tutti i vicoli entrando in ogni casa, dove mani esperte di donna facevano trovare un luogo apposito, ben allestito, spesso il letto matrimoniale, dove porre la piccola effige, per un breve momento di preghiera.Tale devozione era più sentita nelle famiglie senza figli che chiedevano al Verbo fatto Uomo il dono della fertilità.Per la questua, i procuratori utilizzavano un piccolo quadretto argenteo settecentesco, raffigurante la Sacra Famiglia. Fino al Concilio Vaticano II, moltissimi matrimoni erano celebrati all’altare di San Giuseppe in vero e sincero atto di devozione e imitazione del Capo Famiglia per antonomasia. Inoltre tutti i mercoledì, in particolar modo quelli di Marzo, perché una pia leggenda voleva che S. Giuseppe fosse morto in un mercoledì, erano a lui dedicati con Messa solenne, canti, suppliche e orazioni dialettali. La tradizione orale ricorda che Don Alfonso Monzù alla fine della Messa del mercoledì, celebrata all’altare di S. Giuseppe, così cantava:“Evviva Giuseppe,Giuseppe Evviva,Evviva Giuseppe
E chi lo esaltò”.
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