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Origine del lago a Lesina  

Consigli utili su Origine del lago a Lesina

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Recensioni Origine del lago

Livello 21    
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Le prime testimonianze storiche, sull’origine di Lesina e della sua affermazione nel territorio del Gargano, sono giunte a noi grazie al lago. Secondo l’opinione dei geologi e dei geografi fin dall’origine gran parte della Daunia era coperta dalle acque del ... Vedi tutto mare. Esse, con il passare dei secoli, si sono ritirate negli attuali confini. Nei punti costieri di maggior depressione, vi lasciarono varie insenature che, dopo, presero una configurazione marcatamente lacuale. Tale origine si attribuisce ai laghi di Varano, Salpi e Lesina. Sulle “Tavole di Tolomeo”, sul “Frammento della Carta Teodosiana”, più conosciuta con il nome di “Carta Peutinger”, ed in quasi tutte le altre antiche, i sunnominati laghi sono disegnati come insenature di mare, con una configurazione molto diversa da quella attuale. La Carta Teodosiana, conosciuta come Carta di Peutinger (o Tabula peutingeriana), risale al III secolo d.C. ed è la più antica tavola geografica dell’Italia romana, con il tracciato di tutte le vie consolari. L’originale, lungo circa sei metri, dipinto su pergamena, si conserva nella Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna. Fu pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1591 da Marco Velser. Nei vari scritti che si sono pubblicati sul Varano e sulla sua importanza strategica che ebbe durante i conflitti bellici, tanto da diventare anche un porto militare, si è dimostrato che quel lago un tempo è stato golfo o porto dell’Adriatico, frequentato da navi mercantili. Si è pure affermato che esso fosse il tanto discusso Portus Garnae dei nostri antenati. Strabone e Pomponio Mela lo indicano come Seno. Tolomeo lo chiama Golfo. Plinio lo chiama Portus e lo indica come il Portus Garnae. Il lago di Salpi, un tempo, comunicava con il mare, ma avendo perduto questa comunicazione, è diventato un lago morto. In una monografia sullo stesso Salpi , dove è dimostrata l’origine marina del lago, si legge che la sua foce, un tempo spaziosa e profonda, abbandonato alla noncuranza, fu in gran parte chiusa e di conseguenza cessò la sua qualità di seno e cominciò quella di lago. Il Lago di Lesina presenta una forma quasi circolare, avente una comunicazione con il mare, tale da sembrare un vero emisfero naturale. Il bacino dà più l’idea di un porto, che quella di lago o pantano propriamente detto. Strabone per primo lo chiama lago limaccioso e Plinio Lacus Pantanus , doppia qualifica, come si sostiene da molti, a dimostrare la sua originaria natura lacustre e pantanina e far supporre ancora che fin dai tempi più antichi, esso fosse stato un vivaio di miasmi ri. L’appellativo Lacus ed il qualificativo Pantanus, fu dato dagli antichi con il preciso intento di specificare la natura lacustre e la qualità di pantanoso, paludoso, limaccioso di quel bacino. A questo punto si può azzardare l’ipotesi sul qualificativo Pantanus, interpretandolo non più pantano o pantanoso, ma marino, fluviale, sostituendo la o alla a e leggendo pontanus . Il geografo greco, nel libro II a pag. 285, parlando di Teano Appulo, per determinargli il suo sito, così scrive: “ Statim a Gargano in medio interiectus sinus profundus subseguitur” e poi scrive ancora: “In sinu lacus est, et supra eum, Mediterraneis, Teanum Appulum…” Quello statim, rispondente al significato subito, fa intendere “senza intervallo”. Così pure le parole in medio accennano, secondo il mio giudizio, che nella linea mediana del Gargano s’intromette e si frappone l’interiectus sinus profundus. Queste parole rispondono con esattezza al golfo e al lago di Varano, anziché a quello di Lesina. A tal riguardo, il Dutheil, nella versione francese del geografo greco, in una nota dell’indicato luogo, dubita di quale lago intende parlare Strabone, se di quello di Lesina o di quello di Varano, poiché egli li suppone vicini, e così sono in realtà, perché il solo monte Delio li divide per uno spazio di tre o quattro miglia. Il Marmocchi, nel suo dizionario geografico universale, così scrive. “separato com’è per un argine di sabbia alluvionale, dal mare, ha dovuto formare un golfo in un’epoca comparativamente recente ”. Soggiunge il Mazzocchi: “Sed at praeter et strabonianum lucum plures paludes alias in vicino esse scio”. Quale dunque il lago straboniano con una sola foce? Quali sono le altre paludi vicine a lui? Evidentemente egli deve intendere il lago di Varano con un Ostio e le paludi vicine potrebbero essere quelle dell’agro lesinese, formate in un tempo che non si può precisamente determinare. Si noti come nella traduzione straboniana, nei pochi versi riportati da Giustiniani nel suo Dizionario Geografico, non sono indicate le parole “In medio” che succedono alle altre “Statim a Gargano”. Queste due parole, però, omesse mentre fissano il vero sito, non tolgono nulla alla esattezza del pensiero del geografo greco: “ In sinu lacus est, et supra eum in continente o mediterraneis (secondo altra versione) Teanum Appulum. Post lacus navigatur ad frentanos”. Quel supra eum in continente si riferisce tanto al lago di Varano che a quello di Lesina, poiché dal lido del golfo dell’antica Uria, prima di toccare la Frentania, si trova nel continente la città di Teano Appulo. Il concetto poi “Post lacum navigatur ad Frentanos” sembra senza dubbio che voglia significare di restare ancora un po’ di tempo, prima di toccare i confini della Frentania per raggiungere il Fortore o Frento. Questo fiume divide la Daunia dalla Frentania e non si giunge immediatamente, come si vorrebbe credere. Al contrario invece avviene partendo dal litorale di fronte al lago di Lesina, che è vicinissimo al Fortore. Il Giustiniani stesso, citando Plinio, si esprime in modo dubbioso: “ Sembra che lo stesso Plinio dicesse Portus Garnae, lacus pantanus, flumen portuosum Frento”. Come poteva Plinio, partendo dal porto di Garna, saltare il lago della famosa Uria, che gli stava innanzi agli occhi e modellarne un altro con il nome Pantanus? Questo nome nuovo di Plinio in italiano corrisponde a paludosus. Non può esso attribuirsi ugualmente al lago di Varano, specialmente in quella parte che si estende al di fuori della cinta dei monti circostanti? Se poi lo steso Plinio al libro III scrive: “ Hic Apulia Dauniorum cognomine a duce Diomedis socero, in qua oppidum salapia, Sipontum, Uria aut Varia…”, non poteva mai dimenticarsi di un centro di tanta importanza, celebre per il suo commercio, per le monete, per il Tempio, quando in Roma echeggiavano i versi di Catullo a Venere Uriana: Nunc o coeruleo creata ponto, Quae sacrum Idalium, Uriasque apertos… Si sappia, quindi, che il lago di Varano avesse l’appellativo di Pantano. Dai registri della Reale Zecca di Napoli, si rileva che l’abbazia di S. Maria in Calena presso Vieste riscuoteva le decime “ Super proventibus Bayrani siti in montana Sancti Angeli”. Da tutto questo si deduce che Plinio e Strabone vollero notare nei loro libri il lago di Varano e non quello di Lesina. L’immenso stato molecolare di arena che coprì il fondo della bassa spiaggia adriatica limitrofa al lago di Lesina, sollevato dalle onde e spinto dai venti impetuosi di tramontana che vi predominano, formò poco a poco un argine che ininterrottamente e metodicamente restrinse la comunicazione marina riducendola poi a semplice emissario, per poi ostruirla del tutto. L’isolotto, chiamato Bosco Isola, prima dell’emersione del lago, non era altro che una duna a contatto immediato di quella zona di terraferma, che lentamente soggiacque alla lenta depressione che ora si vede. Questo bosco, questo suolo mantengono la loro flora simile a quella del Gargano. Così scrive il Maurea : “Io fui forzato a ritenere che il lago in parola sia emerso per graduale depressione del suolo, circoscritto a quella zona. Si ammetta pure un moto di sollevamento bradisismico lungo la costa Adriatica fino al Po. Nessuna legge geologica si oppone a che, per condizioni telluriche soggettive, non si possa verificare un abbassamento, una depressione di suolo, circoscritta ad una determinata zona”. I terreni erosi nelle sponde del Fortore conservano la stratificazione in filoni uniformi paralleli, fino alla nuova foce. È vero che nella nostra spiaggia, nel suo bel mezzo, quasi per tutta l’estensione, si vedono dune ben elevate ed altre meno. Tutto questo dipese dalla varia corrente dei flutti e del turbinio dei venti sulla mobile arena, secondo le insenature del continente, delle colline e dei gruppi di alberi che frapposero graduale ostacolo. Questo fenomeno fa capire come ai margini delle antiche dune poggiate sulla terra ferma, s’incontrano degli stagni circondati da piani di sabbia, che si protraggono per vari chilometri, ora isolotti, ora comunicanti tra loro e denominati fantine o fanghine. Separate, così, le due acque, circoscritte le minori nello specchio attuale, ebbe origine il vero e proprio lago detto di Lesina. Si rileva da questa pianta come all’epoca della sua creazione la forma del lago era più larga dalla parte orientale, perché più vicina quando era seno marino e il restringimento è avvenuto in epoca posteriore. Da questo restringimento si formarono le paludi di Caldola, Lauro e Sangro, come dal lato occidentale quelle di Alvano, Pontonetto o Pontonicchio di San Lorenzo o San Leonardo e Cannella. Si rilevano i magazzini che dal 1400 al 1700 servivano come deposito dei cereali e che i lesinesi commerciavano per via mare, ricavando la Gabella del tumulaggio a favore di Lesina. Quest’ipotesi è avvalorata dalla natura stessa del terreno sabbioso della duna Bosco Isola; dalle molfe, grossi cumuli di arena formati dalle onde marine che, simili ad irregolari bastioni, dal Monte Devio si prolungano per oltre il torrente Saccione. L’ostruzione del porto principale del Fortore, le antiche foci di questo fiume, l’interramento dei numerosi canali tra il mare ed il lago esistenti fino a qualche secolo fa, confermano l’origine del lago di Lesina. Se non si può affermare che lo specchio di acque, che circonda l’abitato di Lesina, all’epoca della fondazione della città, fosse ancora seno, o già si fosse ridotto a lago, si può certamente affermare che esso fin d’allora avesse comunicazione con il mare. Forse la periferia del bacino ne era più ristretta e la conformazione era ben diversa da quella odierna. Le acque certamente dovevano essere più salubri e il letto più profondo. Il fondo doveva essere senza fango e privo di quelle erbe palustri, molto ricercate dagli uccelli acquatici e molto dannose alla pubblica salute. L’aria, indubbiamente, era pura e salubre, immune da quei miasmi micidiali che dettero in seguito al lago, scrive il Beltramelli, la triste nomea che oggi possiede . E’ noto che l’Apulia (e in particolare modo la Daunia) fu sempre annoverata prima fra le più desolate parti d’Italia . Il mare, ritirandosi, aveva lasciato estese zone lagunose, acquitrinose e malariche. Con i calori estivi, resi più intensi per la mancanza di piante, il terreno divenne arido e polveroso. Le caligini infestavano l’aria, tutta la zona bassa s’impregnava di micidiali miasmi. Cicerone la chiamò la regione più vuota d’Italia e Paolo Diacono addirittura terra di perdizione. Tra le regioni d’Italia, la Puglia era la meno densamente popolata. Gli abitanti erano ristretti verso i colli e verso i mari, perché tutta la zona era priva di alberi e di oasi. La pianura era esposta agli ardenti raggi del sole per la sua grande ampiezza. Giuseppe Rosati, nel deplorare l'insensata dissodazione dei boschi, per la quale oggi risentiamo tutti i danni da lui profetizzati, fa un quadro desolante della sua trasandata e diletta provincia . Ora, se le condizioni climatiche della nostra provincia, nei primi secoli dell’era volgare, erano così deplorevoli, peggiori ancora sarebbero state quelle dei dintorni di Lesina, all’inizio della sua esistenza, se il lago non fosse stato marino, ma pantanoso. Gli antichi, nel fondare città e villaggi, castelli e monasteri presceglievano i monti, i colli, le rive dei fiumi e le spiagge dei mari, tenendo conto di tre fattori indispensabili. aria, sicurezza e sbocchi commerciali. Fu sempre cura dei popoli, anche i più rozzi, stabilirsi in contrade salubri, privilegiando, nella scelta delle loro case, zone d’aria pura, prima di scegliere terreni fertili. A tal punto si potrebbe obiettare che i fondatori di Lesina non tennero conto degli altri fattori, preferirono solo la salubrità dell’aria. Lo ha dimostrato il fatto che Lesina, in breve tempo, divenne popolosa ed importante città e tale si mantenne per molti anni. Bisogna convenire che il suo lago, a quel tempo, era alimentato dalle acque saluberrime del mare e che l’aria era sana e pura. Soltanto molto tempo dopo, a causa di cataclismi, piene, detriti di fiumi e torrenti ne cambiarono la forma, l’estensione, la profondità e la natura. Si deve, quindi escludere che una città tanto importante, quale è stata Lesina nel suo passato, potesse sorgere e prosperare in un luogo micidialmente malsano. Si deve ammettere che l’aria fosse salubre . La salubrità dell’aria non è certo un prodotto di un pantano o di un lago pantanino. Il lago sta alle falde occidentali del Gargano, si estende per venti chilometri ed è largo tre, con una superficie di circa 5.100 ettari, corrispondente Kmq. 51,4. Ha una profondità media di m. 0,80 con punte massime di m. 1,50. Nella parte settentrionale ha due canali di comunicazione con il vicino Adriatico, da cui lo separa, in tutta la sua lunghezza, una duna boscosa, ricca di querce e di elci, di zappino e di lauro, di mirto e di rosmarino. Il lago ha sempre costituito la principale ricchezza della contea di Lesina. La pesca era abbondantissima, e il pesce, anche salato, era inviato in molti mercati di consumazione vicini e lontani . La contea con la laguna era passata dagli Svevi agli Angioini, da Carlo I al figlio Carlo II, fino a quando la regina Margherita la donò alla casa dell’Annunziata di Napoli. Venuta la soppressione dei feudi e l’emanazione delle leggi eversive della feudalità, alla università di Lesina fu assegnato un terzo del lago e circa 150 versure del bosco sull’istmo, il resto al feudatario. La pesca, nella terza parte del lago, concessa al comune di Lesina, fu dapprima esercitata liberamente da tutti gli abitanti del comune, ai quali fu imposto di pagare pochi centesimi per ogni rotolo di pesca fatta. Il municipio poi pensò meglio di cedere in fitto quella parte del lago al Principe Imperiale, proprietario dell’altra parte del lago stesso. Ai lesinesi fu conservato il diritto di pescarvi liberamente solo in quattro giorni dell’anno: nella vigilia di Natale, dell’Annunziata e di San Primiano e nel Venerdì Santo. Nel 1823 il Comune cedette in enfiteusi perpetua al feudatario medesimo anche quella zona, rimanendo così soppresso ogni diritto popolare di pesca nella laguna, prima concessi ai lesinesi nei quattro giorni indicati dell’anno. Ci furono lotte per tali diritti, sempre più accese, come tutte le questioni demaniali. Ci furono sommosse popolari, inutili rappresaglie sulla antica ed effettiva proprietà dell’uso dell’acqua e del fondo del lago. Nella zona centrale della laguna sboccano alcuni affluenti di cui i più importanti sono i canali di S. Lorenzo, Lauro e Caldoli, tutti di origine sorgiva . La salinità dell’acqua varia notevolmente sia nell’arco dell’anno sia nelle diverse zone della laguna stessa. Nella zona occidentale, infatti, la salinità varia fra il 33 e il 17%, mentre nella zona centrale i valori oscillano tra 19 e 11% . Il lago di Lesina è diventato “area di importanza internazionale” per la ricchezza ed abbondanza della fauna e della flora, in particolare per la presenza di uccelli. Nel lago svernano decine di migliaia di anatre e molte altre specie di uccelli acquatici. E’ inserito nel perimetro del parco nazionale del Gargano. La popolazione ittica è quella con prevalenza di specie mugilidi. Durante il periodo autunnale è praticata la pesca alle anguille, effettuata per la più parte con bertovelli pescati per mezzo di sbarramenti di rete posti perpendicolarmente alla dimensione maggiore del lago, dette “paranze”. Nel lago di Lesina le specie ittiche più abbondanti e più importanti sono l’orata, la spigola, la sogliola e soprattutto le varie specie di muggini e di anguille, distinte dagli abitanti in maretiche e pantanine. Le anguille maretiche, dette secondo la grandezza: anguille, capomazzi, capitoni, hanno rappresentato e rappresentano la base degli introiti della pesca nella laguna. Nel passato la pesca delle anguille raggiungeva fino a 1600 quintali annui. Ora, invece, la pesca oscilla tra settecento e trecento quintali annui.
Livello 14    
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