L'aria del tribunale mi terrorizza. Non c'è una ragione logica, ma le pochissime
(per fortuna) volte che ne ho varcato la soglia, un senso di colpa inespresso mi
azzerava la salivazione, anche se dovevo chiedere solo un timbro su dei
...
Vedi tutto
documenti di adozione. Tranne una. In un altro tempo ed in un altro mondo,
avevamo perso le valigie in aeroporto ed un taxi pieno di pendenti, rosari
mussulmani e musica a palla all'interno, ma con i paraurti staccati e il
parabrezza a tela di ragno, ci portava verso le trine bianche e le finestre di
alabastro del centro di Sana'a. Una città di fiaba cantata da Pasolini e
cristallizzata nel tempo.
Sul lungo vialone dell'aeroporto il taxi procedeva ai
trenta all'ora, cioè la la sua velocità massima, quando in fondo al rettilineo
deserto una macchina uscì dal parcheggio e si immise lentamente sulla strada. La
distanza, la folle velocità e probabilmente la mancanza di freni unita alla
ritmata masticazione del qat del taxista provocò l'inevitabile cozzo, mentre noi
ci tenevamo ben fermi al sedile, come su un autoscontro alla fiera dell'est.
Il
nostro scese, magnificando il suo danno (il paraurti che già in precedenza
ciondolava), mentre il suo avversario controllava il lieve bozzo sulla fiancata,
che però, come apparve subito in tutta la sua tragica evidenza, era una macchina
di ambasciata. Arrivò, pronta, la polizia, che senza dire bah, afferrò il
taxista per gli stracci (e la parola non è scelta a caso) e se ne andò sirenando
a tutto spiano e lasciandoci in mezzo al guado.
Non avendo i bagagli (perduti)
fu facile fare l'autostop per raggiungere un fascinoso albergo nel centro, dove
dimenticare l'inconveniente e pensare, passata la notte, ad immergerci
nell'atmosfera della città. Due giorni dopo, trovammo ad attenderci
nell'ingresso, un tizio barbuto piuttosto inquietante, con regolamentare jambija
alla cinta, ma con sguardo basso e questuante. Risultò essere il fratello del
taxista che ci chiedeva di testimoniare a suo favore. Ritenendo di poter dare
una mano alla soluzione di un problemino assicurativo, lo assecondammo e,
caricati sull'ormai noto taxi, fummo portati in un palazzotto del centro che non
pareva essere la sede della Sai, essendo dotato di robuste sbarre alle finestre.
In un ampio cortile, circondato da portici, apprendemmo infatti, essere quella
la sede del tribunale giudiziario, dove si celebravano ogni giorni i processi.
Avendo visto, nei giorni precedenti, nel bazar, diversi moncherini di mani e
nasi mozzati, avevamo una idea del dipanarsi della giustizia yemenita, ma dopo
la discussione di un caso, a noi poco chiaro dove il giudicato fu trascinato via
con modi un po' rudi, quale fu la nostra sorpresa al vedere il nostro taxista
condotto in catene dinnanzi al giudice. Non sembrava in gran forma psicofisica,
anche se le catene alle caviglie non parevano pesanti. Recava in mano una
cartelletta, contenente con ogni probabilità i dati del suo caso, che gli fu
tolta sgarbatamente di mano e data con sussiego al giudice. Costui, in divisa
militare, sedeva impettito ad una scrivania sotto il portico principale e si
guardava attorno con noncuranza.
Mentre eravamo stati fatti sedere a poca
distanza, lui, fingendo di non averci notato, con cenni della testa, imponeva
agli astanti, ed in particolar modo al difensore del precedente imputato, un
comportamento più dignitoso e meno caciarone, evidentemente per non dare cattive
impressioni ai due stranieri. Chi perorava la causa del nostro prigione, iniziò a chiarirne le ragioni con una certa foga, mentre Minosse lo richiamava di tanto in tanto alla moderazione, con piccoli gesti della mano e
lievi aggrottamenti delle sopracciglia. Non avevamo capito molto e quando fu la
nostra volta, si rivolse direttamente a me in un inglese assai corretto,
ignorando Tiziana che, bionda e non velata, attirava molte occhiate dagli
astanti, ma era pur sempre donna.
Mi domandò lo svolgersi dei fatti e chiarito
l'indubbio diritto di precedenza dell'imputato, dichiarò salvo il nostro uomo ed
alzatosi, lasciò l'arengo, salutandoci con un breve cenno del capo e l'assemblea
si sciolse. Furono subito tolte le catene al nostro amico che si profuse nei
ringraziamenti del caso. Non riuscimmo a capire a quale pena sarebbe incorso, ma
la legge yemenita non è tenera con i trasgressori. La giornata finì in gloria
coi fratelli taxisti che ci aiutarono a recuperare le valigie, finite nel
magazzino dell'aeroporto, incustodite tra sacchi di datteri e montagne di
scatoloni dalle scritte in cinese. Ci assicurarono che tanto lì nessuno ruba
nulla.
Enrico Bo. enricobo2@tin.it - http://ilventodellest.blogspot.com/
Voto complessivo