La chiamano la perla del Sannio: la città sospesa nel vuoto che è tra le più spettacolari di tutto il Sud
Un borgo sospeso nel tempo, tra arte, sapori autentici e panorami mozzafiato: è la perla nascosta del Sannio che incanta a ogni passo.
In Campania, Sant’Agata de’ Goti emerge dalle colline del Sannio come un miraggio di tufo e storia, aggrappata a una rocca che sovrasta i fiumi Martorano e Riello. In provincia di Benevento, questa “perla del Sannio” a 159 metri sul mare mescola storia e tradizioni con il profumo di mele annurche mature, vini robusti e tartufi neri che escono dalle zolle umide. Per le sue caratteristiche geografiche, sembra un vero e proprio presepe scavato nella roccia, che va esplorato in ogni angolo.
Sant’Agata de’ Goti: il centro storico tra chiese e palazzi

Sant’Agata de’ Goti non è solo un borgo, ma un concentrato di epoche, dove le invasioni barbariche, i Longobardi e i Normanni hanno lasciato impronte incise nella pietra porosa. Le origini affondano nell’antica Saticula sannita, assediata da Annibale e divenuta, poi, accampamento romano sotto Augusto, fino al VI secolo, quando i Goti sconfitti si stabilirono qui come sudditi bizantini, battezzando il luogo in onore di Sant’Agata. Divenne sede vescovile nel 970, resistendo ad assedi e passaggi di potere tra Capua, Napoli e feudatari aragonesi. Ogni vicolo sembra custodire un capitolo di questa saga, tra palazzi nobiliari e ipogei scavati per conservare vino e olio.
Il centro storico mantiene l’impianto medievale, dove spiccano il Duomo, il castello ducale e i conventi, tra strati archeologici. La parte bassa, più moderna, cede il passo a quella alta arroccata, un labirinto di archi e cortili che aprono sul burrone. Il Duomo di Santa Maria Assunta, costruito nel 970 su un tempio pagano, ristrutturato nel XII secolo e reso barocco nel Settecento, domina la piazza con il suo porticato di dodici colonne corinzie, interno a tre navate, cupola e cappelle marmoree.
Poco distante, la Chiesa di San Menna è una gemma paleocristiana, con pavimenti cosmateschi del VI-XI secolo: marmi intrecciati in geometrie ipnotiche cingono il coro, opera di maestri romani che fonde bizantino e romanico. La Chiesa di San Francesco del 1267, poi, accoglie il sepolcro di Ludovico d’Artus e maioliche rinascimentali dei fratelli Massa, famosi artisti napoletani capaci di unire sacro e artigianato. Il Palazzo Vescovile, con cortili interni e il Salone degli Stemmi, che conserva sessantotto ritratti di prelati, domina Piazza del Duomo. L’edifico è fortemente legato a Sant’Alfonso de’ Liguori. Dal ponte Vittorio Emanuele, il borgo appare sospeso:tettirossi,torrietufovivosfidando la gravità, un’immagine che strega i turisti da secoli. Ma tale architettura non è casuale, perché il tufo carsico è perfetto per conservare in cantina i prodotti della terra.
L’Infiorata, tra tradizione e fede

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A giugno, per celebrare il Corpus Domini, Sant’Agata de’ Goti si veste di petali, grazie all’Infiorata. Questa tradizione risale al dopoguerra e trasforma le strade e le piazze in dipinti coloratissimi. Volontari, cittadini e artisti locali raccolgono rose, garofani e semi dai campi vicini, stendendoli millimetro per millimetro a terra per formare straordinarie composizioni: scene dell’Ultima Cena, Resurrezioni, Santi, Madonne e simboli di pace emergono in quadri lunghi metri, calpestati dalla processione in un gesto di umile sacrificio.
Il percorso serpeggia dal Duomo alla Chiesa di San Menna, passando per la Chiesa di San Francesco, tra canti gregoriani e profumi floreali che saturano l’aria calda. Non è uno spettacolo fine a sé stesso, ma fa da collante alla popolazione, dove mani callose insegnano pazienza e devozione.
I sapori tipici di Sant’Agata de’ Goti
La generosità del suolo vulcanico del Taburno dà prodotti di fama nazionale e internazionale. La mela annurca IGP, nota come “la regina delle mele”, è la protagonista di alcune sagre e fiere e viene lasciata riposare su stuoie di paglia dopo la raccolta, un rito che serve a bilanciare dolce e acido per sidri, torte o morsi freschi. Falanghina e Aglianico, poi, sono le specialità enologiche da abbinare ai piatti della tradizione, dalla carne al pesce, dalla selvaggina ai salumi. L’olio extravergine di oliva, spremuto a freddo, pizzica il palato con un retrogusto erbaceo e mandorlato ed è il re delle zuppe sannite.
Impossibile, infine, non assaggiare le ‘nfrennule, dei taralli rustici intrecciati a forma di “8”, conditi con finocchietto selvatico e cotti in forno a legna. Nate come pasto per i contadini in transumanza, oggi si sgranocchiano con vino locale. Tartufi neri, pecorino di fossa e salumi completano il quadro, venduti in mercati rionali tra chiacchiere dialettali.
