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La cripta delle 37 mummie che 40 anni fa divennero verdi: è in Italia uno dei posti più inquietanti al mondo  

Il Convento dei Cappuccini di Savoca è un caso unico in Sicilia, un’architettura spirituale custode di cultura, memoria e di corpi mummificati che parlano di un’epoca, di persone concrete, di riti e tradizioni

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Il panorama si apre spettacolare: dal sagrato si domina Savoca, le rovine del castello, il Monte Calvario e le valli sottostanti, con il mare Ionio all’orizzonte. Immerso nei vicoli stretti e storici di Savoca, suggestivo borgo arroccato in provincia di Messina in Sicilia, il Convento dei Cappuccini spicca con il suo fascino austero. È come se qui il tempo si fermasse, invitando a riflettere sulla vita, sulla morte e sul senso della conservazione del ricordo. È un dialogo tra sacro e umano, tra eternità e fragilità.

Il Convento dei Cappuccini di Savoca tra silenzio, arte e storia

Costruito tra il 1603 e il 1614 su progetto del padre generale Lorenzo da Brindisi e del provinciale Girolamo da Polizzi, sorse grazie alla donazione dell’allora nobile savocese Antonio Crisafulli. Successore di un primo insediamento instabile, questo nuovo edificio fu pensato su un colle stabile vicino al centro, a ridosso della storica chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi. L’intera struttura, organizzata su due piani, univa cellette, refettorio e biblioteca – oggi purtroppo priva della sua collezione originaria – ma conserva affreschi settecenteschi, dipinti del 1608 firmati dal frate Gaetano La Rosa. Oltre al valore architettonico, il convento fu per secoli luogo di cultura umanistica, scientifica e giuridica. Tra il XVII e il XIX secolo, fu punto diriferimentoper gli studi di una Sicilia in fermento, ospitando fino a venti frati, ma anche figure laiche che godevano dell’istruzione protetta da quella comunità. L’orto adiacente – ora uno spazio pubblico – testimoniava l’autosufficienza dei religiosi.  La chiesa annessa custodisce opere importanti, tra cui un’antica tela della Madonna di Loreto di scuola antonelliana, oggi sostituita da una copia e conservata nel Museo Regionale di Messina. Sulle pareti si ammirano dipinti seicenteschi come la Madonna col Bambino tra angeli, santi e la città di Savoca, firmata da Domenico Guargena (1661), oltre alle raffigurazioni della vita dei santi e preziose statuine.

La Cripta, un viaggio nella memoria all’insegna del mistero

La cripta delle 37 mummie che 40 anni fa divennero verdi: è in Italia uno dei posti più inquietanti al mondo

Nel sottosuolo del convento, nella piazzetta retrostante, si accede a un luogo che lascia senza fiato: la Cripta dei Cappuccini. Realizzata all’inizio del Settecento, è grandissima e nata come luogo di sepoltura per frati e notabili savocesi. Al suo interno, tra nicchie e bare, riposano 37 mummie legate alle famiglie aristocratiche Trimarchi, Scarcella, Prestipino, ma anche professionisti e persino bambini, tutti vestiti elegantemente secondo la moda del tempo. Le mummie, datate tra il 1776 e il 1876, furono ottenute mediante un processo di essiccamento naturale: immersione in salamoia di sale e aceto, posizionamento in ambienti ventilati (detti putridarium), quindi vestizione e sistemazione nella cripta. Secondo varie teorie, la tecnicadellamummificazione fu insegnata ai frati cappuccini, o importata dai metodi fenici o durante i viaggi in America Latina. Il fenomeno suscitò l’attenzione di noti intellettuali del XX secolo, tra i quali Leonardo Sciascia, Ercole Patti e Mario Praz. Tra i corpi più antichi spicca quello del notaio Pietro Salvadore (1708-1776), mentre il più recente è quello di don Giuseppe Trischitta (1812-1876). Anche la salma del letterato Matteo Procopio vi fu deposta nel 1811.

Nel 2015, uno studio condotto dal National Geographic insieme all’antropologo Dario Piombino-Mascali ha analizzato i corpi: si è scoperto che si trattava di persone mature, con stili di vita agiati, e si sono ricostruite le loro abitudini alimentari e condizioni di salute. Un atto vandalico del 1985 danneggiò molte salme, imbrattate con vernice verde, ma un massiccio lavoro di restauro durato trent’anni ha permesso la sopravvivenza di quasi tutti i corpi esposti.

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