Lo hanno chiamato il "palazzo più brutto d'Italia": si trova nel cuore di Milano e la sua è una storia di rinascita
Nel cuore di Milano, un edificio definito per anni tra i più brutti d’Italia racconta oggi una storia di rinascita, tra architettura del Novecento e un importante restauro.
A pochi minuti a piedi dal Duomo, la Torre Velasca è uno di quei luoghi che dividono subito i viaggiatori: c’è chi la trova affascinante e chi la considera una stonatura nello skyline di Milano. Eppure, per capire davvero la città, vale la pena fermarsi a guardarla con calma. Nata negli anni Cinquanta dalla matita dello studio BBPR, questa torre “a fungo” racconta la stagione della ricostruzione postbellica e il tentativo di immaginare una Milano moderna senza cancellarne il passato. Oggi, dopo un importante restauro che ne ha rivalutato facciate, spazi e funzioni, la Velasca è tornata al centro del dibattito architettonico e turistico. Camminando tra le sue ombre e le guglie del Duomo,sipercepisce tutta la tensione tra tradizione e innovazione che caratterizza la città. Un contrasto netto, ma proprio per questo estremamente rivelatore.
Panoramica: perché la Torre Velasca è un’icona discussa di Milano

Se vi piace esplorare le città andando oltre le cartoline da social, la Torre Velasca è una tappa quasi obbligata. Nel cuore di Milano, a breve distanza dal Duomo, questo edificio alto circa 106 metri spicca nello skyline con la sua forma allargata in sommità, tanto riconoscibile quanto controversa.
Progettata negli anni Cinquanta dallo studio BBPR, la torre nasce nella stagione in cui la città tenta di rialzarsi dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale. Non è un semplice grattacielo, ma un esperimento di convivenza tra uffici, residenze e funzioni urbane concentrate in un unico volume, in una posizione strategica del centro storico.
Nel corso del tempo è stata celebrata dagli storici dell’architettura e, allo stesso tempo, bersaglio di titoli come “il palazzo più brutto d’Italia”. Etichette senz’altro efficaci, ma riduttive. Per chi visita Milano, la Velasca è soprattutto un punto di osservazione privilegiato per leggere il rapporto tra città storica e modernità.
Architettura e paesaggio urbano: una torre moderna che guarda al Medioevo

Avvicinandosi alla Torre Velasca, la prima cosa che colpisce è la sagoma: un corpo più snello alla base e un grande volume superiore sporgente, sostenuto visivamente da elementi obliqui che marcano il carattere strutturale della facciata. Contrariamente a molti grattacieli che si assottigliano verso l’alto, qui la massa sembra aumentare salendo.
Molti studiosi hanno collegato questa scelta alle torri e alle architetture fortificate medievali lombarde, dove i piani alti potevano sporgere rispetto al basamento. Non si tratta di una citazione letterale, ma di un richiamo colto, tradotto con materiali e tecnologie del Novecento e inserito nel contesto della Milano storica.
Anche il colore e la trama delle superfici distanziano la Velasca dai grattacieli internazionali in vetro e acciaio: qui la torre rivendica una propria identità locale, rifiutando l’idea di un edificio che potrebbe trovarsi ovunque tra New York e Chicago. È proprio questa volontà di non essere neutra ad aver generato giudizi così contrastanti, ma anche a renderla un soggetto irresistibile per fotografie, studi e passeggiate urbane consapevoli.
Dalla ricostruzione al restauro: storia, memorie e rinascita della Velasca

Per inquadrare davvero la Torre Velasca bisogna partire dalla Milano del dopoguerra. I bombardamenti avevano ferito il centro e la ricostruzione apriva una domanda cruciale: come essere moderni senza cancellare la memoria urbana? Lo studio BBPR – Banfi, Barbiano di Belgiojoso, Peressutti, Rogers – risponde con un progetto che accoglie la verticalità delle grandi città europee, ma cerca un dialogo con la trama storica del capoluogo lombardo.
Completata nel 1958, la torre concentra residenze e uffici in un’unica struttura, affermandosi come uno dei simboli dell’architettura italiana del secondo dopoguerra. La sua forma divisiva alimenta critiche e entusiasmi, ma la rende costantemente presente nel dibattito, fino all’avvio, negli anni Venti del XXI secolo, di un importante intervento di restauro.
Il recente progetto, curato per il versante architettonico dallo studio AstoriDePontiAssociati, ha lavorato su facciate, materiali, interni e spazi alla base della torre, puntando a conservarne l’identità originaria e ad aggiornarne le funzioni. La Velasca diventa così un caso emblematico di come affrontare oggi la tutela dell’architettura moderna, ormai abbastanza “anziana” da meritare la stessa attenzione riservata ai monumenti storici.
Come visitare la Torre Velasca: consigli pratici e percorsi a piedi
Dal punto di vista turistico, la Torre Velasca è facilissima da inserire in un itinerario milanese. Si raggiunge in pochi minuti a piedi da piazza del Duomo, camminando tra vie commerciali e scorci storici. In questo breve tragitto passate dalle guglie gotiche della cattedrale a una delle torri più discusse del Novecento italiano: un contrasto che racconta meglio di molte guide l’identità stratificata della città.
Gli spazi interni non sono sempre liberamente accessibili e le modalità di visita possono variare nel tempo, quindi è fondamentale verificare orari, destinazioni d’uso ed eventuali aperture straordinarie sui canali ufficiali della proprietà e del complesso. In ogni caso, la lettura dall’esterno è già molto ricca: osservate il cambio di proporzioni tra base e sommità, i sostegni obliqui, il rapporto con gli edifici circostanti.
Per un piccolo “tour urbano” vi suggerisco di abbinare la Velasca al Duomo, all’Università Statale e a una passeggiata verso piazza Missori e corso di Porta Romana. In pochi isolati vi troverete a camminare tra epoche diversissime, con la torre sempre pronta a riaffiorare tra i tetti come un segnale inequivocabile della Milano del dopoguerra e della sua continua capacità di reinventarsi.
