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Santa Pudenziana, la (presunta) chiesa più antica di Roma  

Risalente addirittura al II secolo avanti Cristo, questo antichissimo luogo della fede è una tappa originale di un viaggio nella Capitale

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“Nelle chiese di Roma si trovano testimonianze di ogni epoca, di ogni fase della cultura e della storia, di ogni stile architettonico, di ogni scuola artistica”, con questa citazione di Roberta Bernabei vogliamo introdurre l’oggetto del nostro articolo; le chiese di Roma fanno dell’Urbe una meticcia, un crocevia di popoli, un incedere di ritmi sincopati e culturali che spaziano da “Cristo all’Oriente” come diceva Fellini, dalla Grecia alla Roma antica, dal mitraismo al cristianesimo, tanto che a guardarle, per dirla con Stendhal, “si è subito afferrati dall’idea di stabilirvisi”. Nella storia della basilica di santa Pudenziana – sita nel rione Monti e per secoli ritenuta la chiesa più antica di Roma –, rivive una eco che potremmo definire quasi catacombale. Vi ricordate la storia delle prime catacombe romane? Se non titolate a santi, queste sorgevano sui poderi dati in dotazione da qualche cittadina o cittadino romano abbiente che si era da poco convertito al cristianesimo, e ad essi venivano dedicate – esempi concreti ne sono le catacombe di Domitilla, di Pretestato o di Priscilla.

Ecco, la genesi della basilica di santa Pudenziana inizia così, da una domus romana appartenuta al senatore Pudente – iniziavano a sorgere, al tempo, anche le domus ecclesiae, abitazioni private entro cui i primi cristiani celebravano il mistero dell’eucaristia –, il quale, con le sue due figlie Pudenziana e Prassede – a quest’ultima è dedicata un’altra chiesa sita anch’essa nel rione Monti –, sarebbe stato convertito al cristianesimo nientedimeno che dall’apostolo Pietro, che, invero, durante il suo soggiorno a Roma e molto prima del martirio, avrebbe dimorato nella sua abitazione per circa 7 anni. Proprio come Pietro, Pudente diverrà martire – ci piace qui sottolineare l’etimologia del termine, dal greco, “testimone” –, sotto il regno dell’imperatore Nerone, non prima, però, di aver lasciato che la sua abitazione venisse trasformata in un luogo di culto cristiano; è utile specificare che, ad oggi, la domus si trova ben nove metri sottostanti alla basilica attuale  

Assieme alla sorella Prassede, Pudenziana fu martirizzata durante l’epoca delle persecuzioni, e, con ogni probabilità, a posteriori del padre, al tempo dell’imperatore Antonino Pio – metà del II secolo d.C. –, si pensa, stando alle fonti, all’età di soli 16 anni. Ad entrambe furono dedicati due luoghi di culto di particolare rilevanza storica, noti per essere fra gli edifici paleocristiani più significativi di Roma, sebbene, a dispetto di altre strutture coeve, le dimensioni siano piuttosto ridotte.

L’architettura e la storia di Santa Pudenziana

Per quanto concerne la struttura vera e propria, questa farebbe parte delle terme di Novato – figlio anch’egli del senatore Pudente e fratello di Pudenziana e Prassede –, la cui trasformazione in luogo di culto cristiano sarebbe avvenuta durante il IV secolo, momento in cui la chiesa venne altresì dotata di un portico d’ingresso; la menzione di Pudenziana – giacché il titulus della chiesa era riferito a Pudente, il titulus Pudentis – si ha per la prima volta all’interno del Martirologio Geronimiano, il più antico catalogo di martiri cristiani pervenuto fino ai nostri giorni, e risalente circa al V secolo d.C.

Il corpo della basilica, lungi dall’aver mantenuto la struttura paleocristiana, è frutto dei lavori di ristrutturazione cinquecenteschi compiuti da parte di Francesco Capriani detto il Volterra, lavori che, inoltre, comportarono la distruzione di parte del mosaico absidale raffigurante Cristo in Trono; nello specifico, le capriate lignee furono sostituite con delle coperture a volta, il coro fu rimosso e vennero realizzati dei pilastri con l’intento di dividere lo spazio originariamente costituito in tre navate, di cui quella centrale presenta un presbiterio sormontato da una cupola affrescata da Nicolò Cirignani detto il Pomarancio, lo stesso artista che operò all’interno della basilica di Santo Stefano Rotondo affrescando le storie e il supplizio dei martiri

Per quanto riguarda la facciata, questa fu restaurata per volere del cardinale Lucien-Louis-Joseph Bonaparte, nipote di Napoleone, e conte di Canino e Musignano; in particolare, al di là del portale timpanato con marmi policromi, si segnala il campanile in cinque ordini che ha mantenuto la struttura duecentesca e un affresco che riproduce Cristo benedicente fra due angeli nel gesto dell’adlocutio

Il progetto del Volterra ritorna all’interno della basilica, dove la cappella Caetani, dedicata all’omonimo cardinale, riporta la sua firma; nello sfarzo dei marmi policromi – la cappella era destinata alle sepolture familiari – svetta il mosaico della lunetta, raffigurante le sante Prassede e Pudenziana che raccolgono il sangue e i corpi dei martiri, a cui si aggiungono i lavori scultorei del Buonvicino, di Giovanni Battista della Porta e di Carlo Maderno, di cui si segnala il monumento funebre del cardinale Enrico Caetani – a cui è dedicata la cappella –, e quella del duca Filippo Caetani

Il mosaico di Santa Pudenziana                 

Sebbene non sia il più antico di Roma (e d’Occidente) – primato che spetta ai mosaici del mausoleo di Santa Costanza, risalenti, invero, al 360 –, il mosaico di Santa Pudenziana rimane comunque uno dei più significativi e antichi della Capitale, risalendo, invero, agli inizi del V secolo La rappresentazione è suggestiva, potente, non ancora del tutto chiarita, e perciò potremmo azzardare misteriosa, rilucente in tutto il suo splendore, fra il tecnicismo che la contraddistingue e lo sfavillio delle pietre che la compongono. Il mosaico raffigura Cristo in trono contornato da un’aureola dorata, nel portamento del Cristo-re, Cristo-filosofo, Cristo-docente, circondato dagli apostoli – di cui due sono andati perduti –, e con affianco due figure femminili che incoronano i santi Pietro e Paolo, la cui identificazione, però, non è ancora del tutto chiarita; potrebbe infatti trattarsi delle sante Pudenziana e Prassede, così come della rappresentazione allegorica della chiesa cristiana, nata rispettivamente ex gentibus – e cioè dai gentili, i pagani, di cui san Paolo fu il principale evangelizzatore – e ex circumcisione – vale a dire degli ebrei, dal cui mondo proveniva invece l’apostolo Pietro –.

Le figure si stagliano su uno sfondo che potrebbe forse essere identificato con la città di Gerusalemme, in virtù delle chiese rappresentate, risalenti, invero, all’epoca di Costantino I, che ne ordinò l’edificazione; Cristo è sormontato da una croce gemmata, che, secondo la tradizione, richiamerebbe la croce fatta erigere dall’imperatore Teodosio II sul Calvario. Nel cielo svetta invece la figura dei tetramorfi, una delle più antiche giunte sino ai nostri giorni; l’angelo, Matteo, il bue, Luca, il leone, Marco, e l’aquila, Giovanni, animano e colorano lo sfondo azzurro, inframezzato da alcune strisce dorate e da tinte rossicce.

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