Capo Horn: la guida completa e aggiornata
Guida Capo Horn, tutto ciò che devi sapere: storia, territorio, quando andare, come muoversi e arrivare, cosa mangiare, cosa visitare e cosa fare
Capo Horn, più che una località, è un autentico mito della storia della navigazione. In uno dei punti in assoluto più a sud del Sudamerica, Capo Horn si trova nell’isola di Hornos, una delle quattro maggiori nell’arcipelago delle isole Hermite (le altre sono Deceit, Herschel ed Hermite, più vari isolotti). Le difficoltà che rendono storicamente Capo Horn un passaggio molto arduo derivano prima di tutto dal fatto che il fondale dello stretto di Drake passa da 4.000 metri a 100 metri di profondità in poche miglia, sommato all’effetto dei venti circumpolari e all’incontro, spesso molto violento, tra le correnti dell’Oceano Atlantico e dell’Oceano Pacifico.
Per questo motivo centinaia di navi, nei secoli, sono affondate dalle onde anomale di Capo Horn. Del resto, anche l’aspetto di questa tundra nuda e sferzata da venti fortissimi suggerisce da subito l’idea di inospitalità. Passare dall’Atlantico al Pacifico era però fondamentale per molti itinerari navali, e così la storia dei tentativi di doppiare il Capo nei secoli è molto lunga e affascinante, anche se spesso tragica. Ancora oggi le regate più appassionanti del mondo e i navigatori solitari più esperti si spingono fino al Capo per affrontare questa sfida estrema tra le tempeste, che a dispetto dei miglioramenti della tecnologia applicata alle imbarcazioni non ha ancora perso un briciolo della sua difficoltà e pericolosità.
Il grande navigatore Ferdinando Magellano, nel 1519, passò per primo lo stretto che ora porta il suo nome, a nord di Capo Horn, ma fu anche questo un attraversamento molto difficoltoso: malgrado le acque non fossero turbolente come quelle dello stretto di Drake, il braccio di mare tra Capo Horn e l’Antartide, le condizioni climatiche erano comunque spesso avverse e il passaggio molto stretto (in un tratto, appena due chilometri).
Il viaggio, come lo racconta il vicentino Antonio Pigafetta, fu molto complesso, con tre navi, e lo stretto venne chiamato “di Tutti i Santi” per il giorno dell’anno in cui venne attraversato; i fuochi degli accampamenti indigeni sulle rive ispirarono Magellano a chiamare quei luoghi “Terra del Fuoco”. Anche il pirata sir Francis Drake seguì nel 1578 lo stretto di Magellano, percorrendolo in soli 16 giorni.
Furono quindi Willem Schouten e Jacob Le Maire, nel 1616, gli europei che nel tentativo di individuare la “Terra Australis” cercarono un passaggio più a sud nello stretto di Drake e doppiarono per la prima volta Capo Horn il 26 gennaio 1616, dandogli il nome della città olandese dov’era nato Schouten, Hoorn. Il grande esploratore James Cook, nel ‘700, prima costeggiò la Terra del Fuoco e poi tornò indietro, verso l’Atlantico, doppiando a sua volta Capo Horn, che a quel punto entrò definitivamente nel mito e fino all’inaugurazione del canale di Panama fu il principale passaggio via mare da un oceano all’altro per le rotte commerciali, spesso a un prezzo molto alto in termini di vite perse e di imbarcazioni distrutte.
Ad aggiungere ulteriore difficoltà al passaggio di Capo Horn ci sono i frequenti iceberg alla deriva, gigantesche sagome che possono essere colpite dalle navi meno attrezzate vista la forte nebbia. Il clima conferma la fama di assoluta inospitalità della zona, tanto che Cook definì la Terra del Fuoco “la più desolata che abbia mai visto”: 12 gradi a gennaio, cioè in piena estate australe, e -5 °C a luglio, in inverno, con una temperatura dell’acqua di pochissimo superiore agli 0 °C.
Capo Horn è entrato nell’immaginario collettivo tanto da ispirare diverse opere artistiche di ogni tipo. In Italia è diventato famoso in particolare per alcuni dischi e canzoni, come l’album di Jovanotti “Lorenzo 1999 - Capo Horn», ma anche “Velasquez” di Roberto Vecchioni e “L’ultima Thule” di Francesco Guccini.



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