Lo splendido Palazzo Bongiorno di Gangi
A due passi da Palermo, ecco uno dei gioielli architettonici, storici e artistici della Sicilia: il Palazzo Bongiorno nella cittadina di Gangi: scopriamolo insieme!
Il Palazzo Bongiorno, poi Li Destri, è un edificio del secolo XVIII, sito nel centro storico di Gangi (Città Metropolitana di Palermo), tra il Corso Umberto a nord e la Salita Matrice a sud, nei pressi della Piazza del Popolo.
È una delle strutture più belle di architettura settecentesca delle Madonie e dell’area metropolitana. Dal 1967 l’edificio è stato acquistato dal Comune di Gangi, che ne ha fatto la propria sede di rappresentanza, ed ospita la sala dove si svolge il Consiglio Comunale.
La costruzione della sontuosa abitazione dei Bongiorno, baroni del Cacchiamo e marchesi di Eschifaldo, venne iniziata, tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta del 1700, dal barone del Cacchiamo Francesco Benedetto Bongiorno. L’edificio, ora restaurato, è composto da tre piani posti longitudinalmente su due ali, con al centro un giardino pensile. La struttura, a seguito dei restauri, è stata parzialmente modificata. I piani inferiori sono adibiti a sede del Giudice di Pace. Nell’ala est vi sono vari locali, alcuni dei quali dati in affitto per attività di impresa. La decorazione dell’ultimo piano, il piano nobile del palazzo, venne affidata al pittore romano Gaspare Fumagalli (aiutato da Pietro Martorana), attivo a Palermo intorno alla metà del XVIII secolo, che realizzò gli affreschi fra il 1756 e il 1759, firmandoli (Gaspar / Fumagalli / Romanus).
Come risulta da un documento notarile dell’epoca, fu lo stesso barone Francesco Benedetto Bongiorno ad affidare i lavori al Fumagalli e a concertare con lui le icone dei sette dipinti degli affreschi delle volte, che presentano evidenti simboli giansenisti, alchemici e massonici, e anche della piccola saletta del Tabernacolo.
Il palazzo è noto e rinomato proprio per tali affreschi e per essere stato la sede dell’Accademia giansenista degli Industriosi di Gangi. Il barone Francesco Benedetto Bongiorno, che fondò e protesse l’accademia, fece costruire e affrescare il palazzo proprio per mettere tale accademia in rete con le accademie palermitane del Buon Gusto, degli Ereini e degli Agricoltori Oretei, con la famiglia del principe Moncada di Calvaruso e con la famiglia dei tre fratelli Benedettini Di Blasi, in modo particolare con Gabriello Maria.
Gli Agricoltori Oretei Bonajuto (Bernardo) da Trapani, Carì (Sac. Dottor Francesco) da Palermo, Leanti e Grillo (Arcangiolo) da Palermo, Sarri (Gaetano) da Palermo, di Gregorio e Russo (Sac. Dottor Giuseppe) da Palermo, Marini (Niccola) da Palermo (Niccolò Marino), tutti Massoni, e Platamone (Michele) da Palermo, Duca di Cannizzaro, figlio del Massone Baldassarre Platamone Cannizzaro, dopo la cessazione delle attività della loro accademia palermitana, transitarono nell’Accademia degli Industriosi di Gangi e presero come loro “duce” il barone Francesco Benedetto Bongiorno, come dichiara lo stesso Francesco Carì in un sonetto del 1769 (in Rime degli Accademici Industriosi di Gangi).
Il primo protettore forestiero dell’accademia gangitana, Accademico Industrioso per volontà del barone Francesco Benedetto Bongiorno, che ne era il protettore e mecenate locale, fu Tommaso Moncada, domenicano, arcivescovo di Messina, Patriarca di Gerusalemme, Regio Consigliere a latere del re di Napoli e di Sicilia, fratello maggiore di Guglielmo Moncada principe di Calvaruso, uomo di fiducia del Gran Maestro di tutte le Logge massoniche napoletane Raimondo de’ Sangro principe di San Severo, nonché Maestro Venerabile della “Loggia Moncada” e Gentiluomo di Camera con Esercizio del re di Napoli e di Sicilia. Alla sua morte, gli subentrò l’abate benedettino Gabriello Maria Di Blasi, uno tra i più potenti giansenisti dell’isola, anche lui Accademico Industrioso per volontà del barone Francesco Benedetto Bongiorno e arcivescovo di Messina.
Dopo l’Editto Regio e la bolla papale di scomunica della Massoneria, alcuni Massoni siciliani continuarono le loro attività, per alcuni anni, dapprima all’interno dell’Accademia degli Agricoltori Oretei di Palermo e dopo all’interno dell’Accademia degli Industriosi di Gangi.
Gli affreschi del palazzo, unitamente alle sette opere fatte stampare dall’Accademia degli Industriosi di Gangi e al altri documenti, esprimono e mostrano questa fitta rete di relazioni massoniche, gianseniste e alchemiche e, in modo particolare, sono una chiara testimonianza del sistema massonico “operativo” del principe di San Severo Raimondo de’ Sangro. Da qui la loro importanza.
Ciò emerge, in modo particolare, dall’affresco del “Decoro” del palazzo che è stato messo in relazione, da una recente ricerca, con la statua del “Decoro” della Cappella Sansevero di Napoli e con l’icona del “Decoro” dell’Iconologia di Cesare Ripa, fatta rieditare proprio da Raimondo di Sangro, a cura dell’abate Cesare Orlandi.
Già nel 1986, Siracusano aveva osservato che Gaspare Fumagalli, nell'affrescare Palazzo Bongiorno, si era ispirato agli affreschi del Maratta e del Chiari di Palazzo Altieri, a Roma. L’affresco “Clementia Mundi” di Palazzo Bongiorno, che reca la firma del pittore, infatti è una copia, con modifiche anticurialiste, episcopaliste, massoniche e alchemiche, dell’affresco della Clemenza di Palazzo Altieri. Nel 1998, Bongiovanni aveva osservato che, nelle decorazioni almeno di un affresco di Palazzo Bongiorno, Fumagalli si era rifatto esplicitamente all’Iconologia di Cesare Ripa. Si tratta dell’affresco “Bonam Ortu Diem” che raffigura le tre fasi Nigredo – Albedo – Rubedo dell’Opus Magnum alchemico. Ecco cosa scrivevano Maria Concetta Di Natale, Elena Lentini e Guido Meli, nel 1992, circa l'affresco del “Decoro” di Palazzo Bongiorno: «La scena che si rifà al Decoro vede sdoppiata in due figure la sua rappresentazione, come peraltro sembra suggerire il cartiglio mostrato da un puttino in basso che reca la scritta “Sic floret decoro decus”. Elementi simbolici inerenti sono nell’una la pelle di leone e la gamba destra con un coturno, nell'altra la ricca veste, la corona di amaranto sul capo e il piede sinistro con lo zoccolo».

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