Il bambino ci guardava in piedi senza dire nulla, davanti alla tenda dove
avevamo trascorso la notte, mentre facevamo colazione. Dietro, gli ottomila
metri dell'Annapurna e del suo guardiano minore l'Himachuli, ritagliavano nel
cielo una skyline di purezza; le nuvole
...
Vedi tutto scorrevano veloci. Mentre i nostri
portatori smontavano il campo e ci apprestavamo a ripartire verso la base della
montagna, si avvicinò a noi, sotto il suo cappelluccio di pelle, mostrandoci in
silenzio la gamba piagata e gonfia.
Non avendo competenze, lasciammo alla madre
gli antibiotici che avevamo con noi con le opportune spiegazioni che le diede il
nostro sardar. Seguiti dal suo sguardo muto, cominciammo a camminare risalendo
la cresta. Un grande senso di impotenza. Salivamo da quasi una settimana, avendo
lasciato Pokhara e il suo lago azzurro e toccando lungo il sentiero piccoli
agglomerati di casupole, Gorepani, Tatopani, Landrung, Gandrung, dove avevamo
dormito da un Gurkha in pensione ancora vestito col maglione dell'esercito
inglese ed il pugnale al fianco.
Il nostro sardar era un Ray dalla faccia
segnata dal sole delle alte quote; un viso scuro, tagliato di rughe profonde che
lo facevano assomigliare in modo curioso a Charles Bronson. La notte prima della
partenza, mentre ci abituavamo al freddo della canadese, aveva fatto un ultima
notte brava con i nostri portatori in qualche locanda vicina e tornando sulla
canna della bicicletta di un amico, piuttosto rotondi entrambi di arrak, un
torcibudella locale, erano caduti nel torrente, dalla spalletta di un
ponticello. Aveva passato la notte nel vicino dispensario, per cui eravamo
partiti un po' più tardi ritrovandocelo davanti con un braccio al collo e la
testa fasciata, ma deciso a non mollare.
A poco a poco, camminando, le botte
erano rientrate e davanti al fuoco, alla sera, mentre man mano mangiavamo i
polli che ci portavamo dietro vivi in una stia (ecco il motivo di quattro
portatori e una guida per due soli clienti), aveva ripreso a ridere, cantando le
sue canzoni himalayane. Oh rato mato, sindru ko saato... Oh terra rossa portata
a valle dal torrente... diceva una melodia in nepali suadente. Cantavano tutti
con occhi sognanti, intensi pensando forse alle mogli al villanggio. Anche San
Drog, il più malandato dei portatori che camminava a piedi nudi, senza neanche
le ciabatte ritagliate dai pneumatici, come gli altri tre; quello a cui
rifilavano sempre la gerla più pesante, quella con la cassa cucina, cantava con
voce forte e potente e guardava sempre verso di me, accarezzando con occhio
intenso il mio cappello di lana pesante ed i miei guanti.
Che piedi straordinari
aveva San Drog! Sembravano forniti di suola eppure apparivano così prensili
quando calcavano con cura il terreno incerto. Tornati a valle, dopo una decina
di giorni, ci abbracciammo forte, prima di vederli allontanare con le loro gerle
sulla schiena e la fascia appoggiata alla fronte. Gli feci scivolare in tasca
cappello e guanti e mentre si allontanava, i suoi occhi ridevano. Scrivemmo per
molti anni al nostro sardar Ray; si è dato alla politica diventando il sindaco
del suo distretto, oggi chissà. Camminare era molto più faticoso.
Enrico
Bo. http://ilventodellest.blogspot.com/
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