Una notte ai Tata Somba
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Introduzione
Descrizione
Arrivo a Kossokoingou, nord Benin, verso il tardo pomeriggio. Il taxi brousse che mi ha depositato, in una nuvola di polvere , si allontana velocemente. Ho ancora l’eco delle risate degli occupanti , tutti paysans della brousse che porta a Boukombè, quando ho detto loro che avrei dormito dentro ad una tata. La tata è l’abitazione di questa magnifica etnia: i betamarribè, chiamati anche comunemente Tata Somba, anche se la parola somba, ha un qualcosa di dispregiativo e non suona bene alle loro orecchie; loro si definiscono abitanti del paese Otamarri’. Questa abitazione è unica nel suo genere in tutto il continente africano, è costruito in "banco'", ovvero con terra, fango e sterco di vacca, come quelle dei masai, ma a differenza di questi ultimi, è a più piani e a forma di fortino.
I Betamarribè, vengono chiamati i “castellani” dell’Africa, perché architetturalmente, davvero l’abitazione è un piccolo castello. Come dappertutto, anche qui la globalizzazione ha prodotto danni culturali, notevoli; i giovani si vergognano di abitare nelle case tradizionali, e preferiscono costruirsi una casetta in "dure" (terra con un po’ di cemento), con la lamiera come tetto; in pochi anni un patrimonio culturale architettonico di secoli, è stato spazzato via. Fortunatamente qualcuno è orgoglioso di abitarci ancora, e il seme della tradizione non è andato totalmente perduto. A Kossokoingou, un gruppo di giovani motivati e aiutati da un’associazione beninese di turismo responsabile, si è associato in un gruppo, chiamato La Perl de l’Atakora, per cercare di fermare questa deriva culturale. E’ cercando nuove mete e proposte per i miei viaggi di turismo responsabile, che mi sono imbattuto la prima volta , alcuni anni fa., in questo gruppo di ragazzi, e li ho spronati a continuare. Il progetto, da allora è andato avanti, ed oggi è veramente possibile per chiunque, provare l’ebbrezza di vivere e dormire dentro ad una tata.
Ma come è fatta una Tata? Ho già detto che dall’esterno assomiglia ad un piccolo fortino in fango, avvicinandoci, vediamo l’entrata chiusa da una porta in legno. Sopra alla porta possiamo ammirare i feticci, messi a protezione delle persone e degli animali domestici. Vicino alla porta, si può notare un’altarino, dove vengono fatti sacrifici per propiziare una buona caccia. Alle pareti esterne, vengono ripresi i segni tribali, che questa popolazione porta sul viso e sul corpo. Questi segni possono variare da famiglia a famiglia e da villaggio a villaggio. Le persone quindi si identificano con la loro casa, grazie a questi segni sono una cosa sola. Mi chiedo che senso potrà avere un domani che non esisteranno più queste costruzioni, le loro cicatrici razziali, sicuramente saranno più deboli culturalmente e facilmente manipolabili. Appena entrati, si può notare il colore nero di tutte le pareti e dei bastoni e assi, che formano la struttura. Il padrone di casa, ha opportunatamente affumicato tutto il legno, in modo che le termiti non abbiano facile gioco. Non solo questo rito di affumicare, è ben presente, ogni mattina presto, e serve a scacciare gli insetti e le zanzare, ben presenti specialmente nella stagione piovosa. Di norma a destra c’è il “tavolo” in muratura, ricavato dalla costruzione, che serve alle donne per rendere in polvere gli ingredienti delle piante per produrre la salsa; è in pratica la cucina. Di fronte, ma in basso, a sinistra per chi entra, c’è una piccola cavità: è il pollaio. A questo punto la stanza al pianterreno viene divisa da un muretto a mezza altezza, in questa ala della costruzione vi dormono gli altri animali : capre e vacche. C’è anche una specie di letto in muratura scolpito, che può servire per la persona incaricata a vegliare sul bestiame. In fondo vi è la scaletta: questa può essere in muratura scolpita, oppure può essere un grosso e nodoso ramo, oppure un piccolo tronco intagliato: di qui si sale al piano superiore .
Al primo piano di questa fantastica costruzione abbiamo: le camere per: il capofamiglia, la prima moglie e i figli. Essendo praticata la poligamia, le altre mogli coi loro figli, abitano in capanne normali annesse alla tata. Queste camere dunque possono essere in tutto al massimo 3 o 4 capanne piccole, disposte più o meno ai lati del “castello”. Al quarto lato vi è il granaio, costruito quindi dentro alla casa e non esteriormente come in tutti i villaggi dell’Africa. Il granaio rimane vicino alla camera del capofamiglia, simbolicamente guardiano della “cassa” di famiglia. La tradizione voleva che i figli crescendo e mettendo su famiglia, dalla terrazza della tata, lanciassero una pietra, dove si posava, lì avrebbero costruito la loro abitazione, previo sacrifici agli dei ed agli antenati. Ora i giovani, emigrano in città, non se la sentono più di abitare nelle case tradizionali,e lasciano i campi incolti, alla ricerca di un futuro improbabile, ma con la certezza di avere perso per sempre la loro storia e le loro radici. Gli anziani che incontro in questo villaggio, sono orgogliosi delle loro case, e non tutti voglio i “taburé” (i bianchi), nelle loro case, atri invece sono contenti, e si fermano vicino a te a fumare la pipa, e ti parlano con gli occhi che emanano un senso di tranquillità e di sicurezza a noi occidentali sconosciuti: "Taburé, sei qui mio ospite, va tutto bene, riposati, rifocillati riprendi le forze per continuare il viaggio."
Una stuoina sarà il mio materasso per la notte, un “ventaglio”di foglie secche e intreciate fra di loro, legato alla struttura con una piccola liana , sarà la finestra della mia cameretta. Immerso nella foresta tropicale, ascolto gli uccelli notturni, intenti a richiamarsi, le ultime voci dei bimbi in lontananza, poi spengo la mia lanterna a karitè e mi addormento sereno, immerso nella natura….



