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Yemen, l'Arabia sposa l'Oceano Indiano  

Community: Diari di viaggio e Racconti Yemen, l'Arabia sposa l'Oceano Indiano

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andrea
Scritto da: andrea
Località: Sanaa
Durata: 3 settimane
Data partenza: dal 10 aprile 1007 al
Viaggiatori: 1
Nomi dei viaggiatori: Andrea

Introduzione

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario...

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Le Tappe del Viaggio

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

Ci svegliamo sul tardi ed entriamo in Sayun. In un negozio noto due giovani donne che indossano sari colorati e vaporosi, invece della tunica nera e il viso coperto. Normalmente la donna qui vive tra le pareti della casa, se esce lo fa di rado e intermente coperta di nero, salvo a volte una feritoia per gli occhi. Chiedo se siano turiste, ma dicono di essere indiane dello stato di Kerala, qui per lavorare in un ospedale della zona. Mi sorprendo di questo fenomeno di immigrazione che non è peraltro un caso isolato. Ci sono anche tanti impiegati filippini ed etiopi soprattutto nel settore dei servizi.

Ci sediamo in un bar di fronte al palazzo. Adnan scherza con alcuni avventori dicendo che io e Géraldine siamo due oriundi dell'Hadhramawt, cresciuti all'estero e venuti a ritrovare le nostre radici. La gente non sa cosa pensare – credergli o no? – ci sono pareri contrari e si accende una discussione animata che sfocia in una sfida verbale aperta tra Adnan e un altro uomo: assumono atteggiamento fiero, gonfiano il petto, e con voce alta perché tutti sentano, ma senza rabbia, fioccano ingiurie eloquenti ai rispettivi casati e agli antenati, di carattere quasi poetico, mentre tutti osservano incuriositi. Sembra di assistere a una tenzone medievale, senza armi. Adnan esce presto vittorioso, l'altro se ne va con la coda tra le gambe.

Attraversiamo la strada per andare al palazzo di fronte. Anche qui, senza che possa capacitarmi vedo Géraldine plagiare l'impiegato della biglietteria e non so come, ma entriamo gratis. È incredibile come riesca ad essere convincente e decisa! Si tratta di un'immensa costruzione di colore chiaro e tinte pastello, che risplende con la sua mole nell'aria fulgida dell'ampio fertile Wadi. Lo stile, come poi vedremo in altri esempi, è particolare, un misto di diverse influenze asiatiche, europee, coloniali. Sono le tracce lasciate dai facoltosi mercanti ed imprenditori dell'Hadhramawt che hanno stabilito attività in oriente, Indonesia e Singapore e si sono arricchiti con i commerci tra i continenti.

Prendiamo un taxi per Shibam, la splendida compatta cittadina formata di altissimi edifici di mattoni di fango. Sembra una selva antica costruita dall'uomo, di piante d'alto fusto, perfettamente armonica con l'ambiente naturale che la accoglie per i materiali e le tinte di cui è formata. Ammiriamo l'abitato passeggiando al suo interno e poi di fronte da un'altura che ce la fa apprezzare su tutto il suo fronte di case. Poi visitiamo al Qatn e qui prendiamo uno spuntino perché Adnan ha già sopportato fin troppo lo scombussolamento nelle sue precise abitudini e ha fame.

Esco a gironzolare per la città vecchia e passo all'albergo Arabia Felix dove avevo fatto arrivare alcuni giorni fa parte del bagaglio per non doverlo portare in montagna.Nel pomeriggio vado a Wadi Dhahr per visitare il palazzo dell'imam, una specie di antico palazzo fortezza vigilato da torri di guardia sul bordo della falesia che la circonda al bordo della valle. Torno a Sanaa che è illuminata da una bella luce obliqua serale, del tutto diversa da quella perpendicolare di stamattina che non formava un'ombra neanche per sbaglio.

Come mi avevano suggerito, vado a un nuovo albergo che hanno recentemente aperto in un alto edificio e chiedo di salire sul tetto per ammirare il panorama. Le case di mattoni con le decorazioni bianche a motivi geometrici sono fiabesche, tuttavia vedo ogni piccola finestra come barriera al mondo esterno, simbolo di questa chiusura mentale che riscontro nella separazione assoluta tra i sessi, nella discriminazione della donna e nel suo stretto codice di abbigliamento.

Ritorno con la mente a quell'uomo panciuto seduto accanto a me in auto ieri, con le gambe allargate, mentre tutti stavamo stretti. Mi sembrava l'esempio tipico di uno spregevole rappresentante del sesso maschile. Anche quando vedo i bambini a volte penso che loro malgrado si trasformeranno in oppressori, perpetuatori di questo ingiusto ordine sociale con la scusa di una religione che lava il cervello.

Esco da questo meraviglioso albergo con vago senso di vergogna. Ho vissuto un viaggio totalmente diverso da quello che fanno i clienti di questo posto e mi sembra di tradire il mio essere, uscendo da qui come fossi uno di loro; si apre inoltre un divario ancora più ampio tra me forestiero e il mondo semplice e povero che mi circonda, perché so che questo posto è un luogo per turisti facoltosi che vedono il paese come uno spettacolo e non cercano di avvicinarsi a lui per capirlo e sperimentarlo, anche nella difficoltà. Mi ricordo quella turista olandese che mi diceva di sentirsi piuttosto indifferente allo Yemen, perché ha viaggiato tanto e dopo tante esperienze si diventa abituati a tutto. A tutto? Che bestialità ho dovuto sentire, ma l'ho lasciata convinta della sua sete di sensazionale per svegliare un interesse, anche se compatendo questo punto di vista e augurandomi di non arrivare mai a questo punto.

La partenza è prevista con il pulman delle 14.30. Esco di casa in tarda mattina e giro per la città, poi mi incontro con Géraldine alle 13.30 a Bab al-Yemen. Mangiamo qualcosa insieme nel mercato, poi ci incontriamo con Adnan. Lui è originario di Tarim, ma ora risiede a Sanaa, anche se i suoi tre figli gemelli di otto anni, la cui nascita ha purtroppo causato la morte della madre durante il parto, stanno ad Aden con i genitori di lui. Lui stesso ha vissuto durante la sua giovinezza in quella città portuale di cui parla entusiasta.

Nel pulman Adnan tira fuori il sacchetto del qat che ha comprato, inizia a masticarlo e me lo offre. Si tratta delle foglie di un arbusto il cui effetto eccitante è ricercato giornalmente dalla maggior parte degli yemeniti. Ne prendo con un certo timore, addento leggermente la foglia e la metto tra la guancia e i denti. Pian piano le foglie si accumulano e formano la tipica protuberanza, che in certi persone arriva ad essere quasi come una palla in bocca, molto gonfia e sporgente. Sento il gusto dell'erba, poi avverto una intensissima sete che mi costringe a bere in continuazione, la bocca riarsa. Tuttavia non noto altri effetti.

Arriviamo a Marib, dove il cielo è scuro di nubi e l'aria gialla per effetto di una tempesta di sabbia in corso. Dopo due ore che mastico, le foglie si sono ridotte in piccoli frantumi e ho l'impressione di inghiottirle: ho voglia di liberarmene e approfitto della sosta per sputare. Arriviamo a Sayun e troviamo un albergo. Géraldine sfodera una sua incredibile abilità nel contrattare un prezzo che non avrei mai sperato di raggiungere. Non c'è niente da mangiare data l'ora tarda e ci accontentiamo di un succo di frutta in bottiglia.

La notte è stata un disastro. Avevo montato la zanzariera contro le zanzare, che già al crepuscolo si era coperta dall'esterno di tante mosche disgustose. Il problema è stato però il materasso sottile e scomodo per terra. Per di più un cane ha pensato bene di mettersi ad abbaiare come un matto sotto la finestra e poi alle 4 hanno iniziato le preghiere amplificate del mulid che non finivano più. Ho fatto fatica ad alzarmi per essere pronto alle 6. Ho preso, come dagli accordi di ieri sera, un Land Cruiser per Mukalla con altri passeggeri, di cui tre donne nere. Perché non sedessero vicino a uomini estranei ci sono stati i soliti cambi di posto, ma io sono rimasto relegato allo scomodo banchetto del retro, incastrato e senza grande possibilità di sgranchire di tanto in tanto le gambe. Presto ho avuto intorpidite le membra inferiori e il sedere e ho creduto più volte di non farcela più.

All'arrivo a Mukalla c'è stato un bel problema. Ieri avevo concordato con l'autista in 1000 riyal il prezzo del viaggio e nonostante inferiore ai 1300 riyal che avevano detto all'albergo, sinceramente mi sembrava ancora gonfiato. Così verso l'arrivo ho chiesto al mio vicino, il quale ingenuamente mi ha detto che pagava 400. Subito è stato ripreso da un altro passeggero, al corrente del fatto che agli stranieri chiedono solitamente 1000. Io sono stato però zitto, proponendomi di porgere all'autista 400 riyal contati ed andarmene salutandolo cordialmente.

Così ho fatto e la sorpresa gli è venuta addosso come una doccia fredda, ma alle sue rimostranze ho risposto che non sono venuto in Yemen dall'altra parte del mondo per farmi prendere in giro e sfruttare dalla gente. Se tutti avessero pagato 1000, anch'io mi sarei attenuto all'accordo, ma a queste condizioni, non ci sto. Lui ha minacciato di chiamare la polizia, ma ho detto che la polizia la chiamavo io in mia difesa e sono andato via a passo misurato. Dopo cinque minuti che camminavo, però me lo sono trovato davanti con lo sguardo feroce e minaccioso, gli occhi iniettati di sangue. Avanti a ostinarsi, mostrandomi biglietti da 1000 che a sua detta tutti avevano pagato e ricordandomi la mia parola data. Io non mollo e gli volto le spalle, lui alza la voce e mi chiama ladro. Proprio lui!

Entro in una strada a senso unico, dove non mi può seguire con l'auto e penso di nascondermi da qualche parte per un po'. Se andassi all'albergo, potrebbe farsi trovare lì, perché scioccamente gli ho detto dove intendevo andare. Trovo un oscuro negozio internet e rimango un'ora abbondante, approfittando del tempo per dare notizie in Italia.

Vado poi verso l'albergo, ma il prezzo non mi conviene e devo cercarne un altro. Dopo alcuni tentativi trovo una camera a 1200, con un penetrante residuo odore di fumo, impregnato nelle tende. Le pareti sono piastrellate. Armeggio un po' intorno agli interruttori e i comandi del condizionatore finché riesco ad azionarlo. Faccio un rapido bucato che stendo su una corda tesa in camera poi esco nel calore rovente di questa città. Mi spingo fino al porto con le bianche case e il mare azzurro. Lo trovo carino, ma il sole e l'umidità fanno colare in continuazione, tanto che posso presto strizzare il fazzoletto con cui mi asciugo e farne uscire gocce di sudore. Arrivo al lungo fiume, il khor, molto ben sistemato con begli arredi urbani, cosa rarissima per una città araba.

Presto il sonno ha il sopravvento su di me, mi devo sdraiare sulla panchina e sonnecchio un po'. Quando mi riprendo, mi sovrasta un uomo in divisa, una guardia. Per un attimo mi viene il sospetto che ciò sia legato all'episodio di stamattina e penso a un interessante seguito della vicenda. Ma si tratta di una guardia che vuole parlare con me. È somalo, da 16 anni in Yemen. Dice che questa zona della città è stata sistemata da un mercante del posto arricchitosi in Arabia. Ora la zona è sorvegliata per mantenere l'ordine e la pulizia. Mi porta un sacchetto riempito di acqua fredda e una sigaretta; mi parla del suo paese e della sua vita qui, del suo sogno di tornare in Somalia, nonostante il rifiuto della moglie yemenita.

Verso le 18 si alza la chiamata della preghiera e mi muovo per passeggiare un po'. Mi spingo verso le vie del mercato, che trovo all'inizio della sua attività giornaliera, brulicante di gente che esce ora che il calore ridotto lo permette. Decine di negozi vendono il famoso miele di Hadhramawt, la gente mangia; passo dal mercato del qat dove la pianticella è protagonista, ma rimangono ora solo gli avanzi. Per cena vado verso il porto peschereccio e mangio un buon pesce grigliato. Nelle strade noto le belle futa, tessuti ricamati indossati dagli uomini a mo' di gonna avvolta alla vita, ma toccando il tessuto al mercato sembra spesso sintetico e probabilmente importato dall'Indonesia.

Faccio colazione in un ristorante popolare. Il pane viene preparato al momento su una grande piastra scaldata da tante fiammelle di gas. Risulta una specie di piadina che viene cosparsa di olio con l'aiuto di una paletta metallica. Mi faccio portare una frittata, del tè al latte e un caffè che non si riconoscerebbe come tale, se non per il nome. Sa fortemente di zenzero ed è di colore chiaro come una camomilla. Concludo poi con un frullato di mango. Vado alla farza, la fila dei taxi, per Bir Ali. Devo un po' trattare con il conducente che inizialmente non mi vuole a bordo in quanto teme che i militari gli facciano problemi, ma lo convinco dicendogli che non ci saranno complicazioni, ho tutte le carte e i permessi in regola.

Il viaggio attraversa paesaggi spettacolari. Rocce aspre dai colori bruciati come il porfido si addolciscono nell'incontro con le acque azzurre dell'oceano verso la spiaggia, dove il colore principe del nostro pianeta si trova spezzato in chiazze di diverse tonalità, da azzurri chiarissimi per la bianca sabbia a blu intensi per le rocce o le alghe sottostanti. Attraversiamo poi un altro tratto dai contorni ancora più duri, sembrano quegli scogli feriscono i piedi se ci si cammina sopra, ma hanno le dimensioni di montagne nere e spigolose. Queste stesse forme oscure, in un tratto successivo, sono inondate da fiumi di sabbia gialla che sembrano saliti, immagino sospinti da forti venti, fino a raggiungere le più alte cime, ma lasciano trasparire sempre pizzi rocciosi scurissimi.

Chiedo all'autista di farmi scendere al vulcano prima dell'abitato. Mi lascia al bordo della strada e mi immagino che gli altri passeggeri si dovranno chiedere cosa farà questo pazzo che scende nel deserto sotto il sole di mezzogiorno. Inizio a salire per lo scosceso fianco dell'altura. Mollo a terra lo zaino troppo pesante e continuo sul pendio che si fa sempre più ripido. Al bordo del cratere si apre uno spettacolo unico: uno lago verde accolto nel bacino molto più sotto di me contrasta con l'azzurro oceano oltre il bordo dirimpetto.

Calcolo le dimensioni per vedere se ce la posso fare a compiere l'intero giro a piedi. Ricordo la formula della circonferenza con pi greca, ma è difficile stimare il raggio di questo gigante. Inoltre non capisco se il sentiero segua tutto il bordo del cratere. Vedo la roccia salire per poi scendere di molto sul lato verso il mare. L'interno del cratere è molto scosceso, cadere per un passo falso vorrebbe dire fare un salto di oltre 100 metri. Inizio poco convinto, dicendomi che potrò sempre tornare indietro. Constato che le dimensioni sono davvero enormi: in 20 minuti sono arrivato al punto più alto, forse a un quarto del percorso, ma poi dovrò scendere molto giù. Per tornare poi al punto di partenza si deve di nuovo salire in alto e là, dove il vulcano si appoggia a una montagna un po' più alta, non si capisce se ci sarà il sentiero.

Da dove mi trovo il panorama abbraccia orizzonti diversi e più ampi. Si vedono alcune isolette oltre la costa, una appare tutta bianca. Proseguo e non trovo ostacoli, anzi, arrivato alla montagna in cui si fonde il vulcano, decido di scalarla, con una certa difficoltà. È scivolosa e ripidissima, ma in poco arrivo alla vetta che domina la baia di Bir Ali. Bilancio dell'avventura: un braccio rosso come la pelle di un gambero – già nel pulmino era rimasto esposto sotto il sole fuori dal finestrino – un litro di liquidi persi con la sudorazione, oltre un'ora di marcia sul bordo del gigante drago estinto, una sfida vinta, un mirabile spettacolo della natura.

Recupero lo zaino e scendo alla strada. Mi metto subito una maglia dalle maniche lunghe e dal cotone si sprigiona lo stomachevole odore di fumo dell'albergo di ieri notte. Avrei voglia di lavare tutto, subito! Non passano auto. Sento nitidamente le parole della radio, iza'at al-Mukalla, che suona a forse 200 m di distanza da me. Proviene da una scavatrice, dove un operaio ha trovato un'occupazione più piacevole in questo clima e in questa calda ora piuttosto che lavorare. Nella calma del posto sento tutte le parole scandite, enunciate in uno stile radiofonico antiquato, che trattano la coltivazione della noce moscata. Finalmente si ferma un camioncino, mi carica sul cassone e mi fa scendere a Bir Ali.

Qui non capisco bene come sia la situazione. I militari controllano i permessi e mi invitano a sedermi all'ombra. Alcuni mi mostrano fieri alcuni filmati osceni sui loro telefonini. Squallido! C'è chi mi dice che queste cose non esistono nel loro paese, ma ribatto che il telefono è yemenita e appartiene a un cittadino yemenita, come dire che non esistono? Qualcuno si propone di portarmi per 300 riyal all'albergo che apparentemente si trova all'altro capo della lunga baia, ma decido di avviarmi a piedi, sperando in un passaggio. Un uomo mi rincorre per indicarmi la strada. Dice di seguire la spiaggia, arrivare alla montagna nera che la chiude e subito al di là troverò l'accampamento. Mi metto di buona lena camminando sulla spiaggia deserta e selvaggia, invasa da rifiuti. Che peccato! Mi allontano sempre più dalle case che, ora capisco, erano il paese di Bir Ali. Si aggirano sul bagnasciuga bei granchi grossi che si dileguano al mio avvicinarmi.

Dopo forse un'ora di marcia arrivo alla montagna e al di là si apre un'altra baia dalla sabbia bella e pulita. Vedo una costruzione in muratura, il posto dove devo arrivare. Contratto il prezzo della camera e mi portano da un uomo, suppongo il padrone, che sta seduto semisdraiato sotto il tetto di una capanna aperta verso il mare. Mi saluta e mi offre acqua fresca, scambia poche parole, ma poi con calma olimpica prende la sua rivista di calcio e si mette a sfogliarla. Dopo aver sorseggiato il tè, di fronte a tanta indifferenza, anch'io, che non capisco il senso di questa attesa – sembrava che dovesse dirmi qualcosa, ma forse stanno sistemando la stanza? – mi metto a leggere i miei appunti. Quando dopo un momento alzo lo sguardo, trovo i suoi occhi fissati su di me, come se stesse aspettando che terminassi con le mie cose per parlarmi. Con una voce pacata e un accento colto mi rivolge alcune domande, commenta su alcune cose.

Si avvia una lenta conversazione mentre lui di tanto in tanto impartisce ordini chiari e concisi ad altrettanti valletti che gli portano tè, poi acqua fresca, poi le foglie di qat appena lavate che fa stendere su una spugna accanto a sé, poi chiede un bicchiere di miele che arriva del colore del tè con un bastoncino di liquirizia impiantato al centro. Mi dice di aver viaggiato in lungo e in largo per l'Europa, l'Oriente, per la sua attività commerciale. Il quadro collima con il suo atteggiamento da ricco uomo d'affari, anche se l'ambiente in cui sta è modesto. Sprigiona un'aurea da boss e ogni tanto intercala il suo arabo con parole inglesi, non per sfoggio, ma perché sono termini commerciali di difficile traduzione. Che singolare accoglienza in un albergo! Mi dice di mettermi a mio agio, fare una nuotata se voglio, riposarmi, e rido sotto i baffi perché mi sembra di essere trattato come se fossi ospite personale in casa sua.

La mia capanna accanto sembra quella dello zio Tom. Il pavimento è di sabbia battuta, un riquadro di linoleum e un materassino di gomma piuma, le pareti di foglie di palma secche intrecciate, spesse, tre finestrelle senza chiusura, una porta verso la spiaggia bianca, oltre, il mare cristallino. Niente in vista se non le rade capanne, nessun altro ospite nel campo. Nuoto per un po', poi mi distendo sotto la zanzariera, aspettando il tramonto. La cena è un piatto di fagioli con pane piatto, un po' di formaggio e marmellata. Me la portano nella capanna. Dopo mangiato, verso le 20, vado alla casa e mi intrattengo a parlare fino alle 22.30 alla luce di una lampada a gas accesa dopo lo spegnimento del generatore di corrente. Grosse cavallette saltano di tanto in tanto, grandi granchi scorrazzano indaffarati per la sabbia e si perdono nel buio. Penso che lascerò montata la zanzariera questa notte, nonostante mi abbiano assicurato che non ci sono zanzare. Non ho paura delle cavallette, ma il loro passo sulla pelle è un po' impressionante, soprattutto durante la notte.

Scendo a piedi a Manakha poi in auto a Maghraba e da qui mi prende un camion per arrivare a Bajel dove ho appuntamento con Géraldine e Sarah. Credevo che Bajel si trovasse a breve distanza dal passo, ma la discesa è infinita. Quello che credevo un paesino di montagna, nell'aria fresca dell'altitudine, è in realtà un grande centro di pianura che raggiungiamo dopo un viaggio di ben un'ora e mezzo. Siamo tornati nel soffocante e brumoso calore della Tihama e mi toccherà aspettare qui ben tre lunghe ore perché telefonando a Géraldine ho appena saputo che sono partite da Sanaa con ampio ritardo.

Nel frattempo ho chiesto informazioni sul trasporto a Jabal Milhan dove vogliamo andare, nella speranza di potermene andare da qui quanto prima, ma dicono che l'auto partirà verso le 15, quindi avremo il tempo di ritrovarci e partire insieme. Nel frattempo mi stuferò in questa temperatura impressionante. Arrivano ondate di polvere sospinte da un calore che fa sudare anche stando immobili nell'ombra, segno che la temperatura deve essere vicina ai 40°. Gli oggetti di metallo sembrano scottare.

Vado al mercato a comprarmi un paio di calze, ma non resisto a lungo passeggiando. Torno verso il punto di partenza della jeep e mi metto seduto davanti all'equivoca locanda dove masticatori di qat sono indolentemente distesi su reti di metallo senza materasso rialzate dal suolo. Mi portano un cuscino e una coperta sudici per mia comodità. Entrano ed escono donne velate.

Alle 16 uno dei due ragazzi mi fa un cenno come per avvertirmi di una novità e girandomi vedo Géraldine e Sarah con molto piacere dopo questa lunga attesa. È una bella sorpresa perché mi aspettavo di vederle arrivare dall'altra parte! Le due ragazze sono stravolte dopo il lungo scomodo viaggio da Sanaa, ma mi portano una ventata di freschezza con la loro carnagione bianca, l'abbigliamento di colori chiari, un bel sorriso di saluto. Nessun velo!

Géraldine ci tranquillizza sulla precauzione che ha preso contro le pulci che talora infestano le case della gente di montagna presso cui intendiamo appoggiarci: ha un prodotto specifico. Sono partito per una diversa avventura!

Prendiamo accordi con l'autista, ma non si parte prima delle 17. Ci aspettiamo un breve tragitto, ma ho un presentimento che deriva dal ricordo di tutta la distanza percorsa stamattina, scendendo dalle montagne verso la valle. Considero che la distanza dovrà essere altrettanta per risalire ad una certa altezza, dato che qui ci troviamo nella bassa pianura costiera. Le nostre idee sono ben lontane dalla realtà.

Vengono caricati a bordo del cassone diversi sacchi di farina. Sopra siedono o stanno semisdraiati alcuni passeggeri, noi occupiamo la piccola fetta rimasta all'estremità del veicolo. Ci mettiamo in marcia e attraversiamo ampi spazi di campi ingialliti con radi alberi di acacia – sembra una savana, nella luce del tramonto – delimitati da brumosi contorni di montagne in lontananza. Facciamo una rapida sosta in un villaggio dove la folla si assembla intorno alla Toyota. Sono curiosi e stupiti di vederci, tanto quanto noi lo siamo di essere in questo mondo nuovo e fuori da ogni rotta turistica. Ogni momento sarà sempre più così in questo nostro fine settimana sulle montagne.

Inizia la salita verso la montagna e l'auto si ferma davanti a un bivio. Dopo una probabile discussione in cabina di cui non siamo partecipi, l'autista prende sulla sinistra una pista rocciosa. L'auto arranca carica di materiali e di persone, procediamo a poco più del passo di un uomo per parecchio tempo, alzandoci traballanti sopra precipizi poco rassicuranti e nella semioscurità della prima notte. Per quanto fioca, la luce ci permette di vedere il fondo valle che si allontana sempre più oltre il ciglio della pista, in una caduta quasi verticale. Siamo nervosi, ma gli altri incuranti si fanno gioco della nostra insicurezza. Dall'alto del cassone osserviamo il fianco della montagna buttarsi ripidissimo verso il fondo della valle, uno stretto bordo di strada ci separa da quel baratro, la pista fa dondolare il mezzo.

Ora è caduta la notte, ma anche nel chiarore della mezzaluna si capisce che è una strada maledetta. Ci fermiamo dopo forse mezz'ora di salita estenuante per il motore che risulta surriscaldato e dobbiamo lasciarlo raffreddare. Poi ripartiamo. Le rampe sono a tratti incredibili per la straordinaria pendenza e il veicolo sobbalza in continuazione.

Siamo incastrati tra la ruota di scorta e i sacchi. Una corda tesa delimita e trattiene il carico nella prima metà del cassone, ma se questa cedesse la pendenza farebbe rovinare il carico di merce e di uomini su di noi che stiamo incollati alla sponda.

Qualcuno dice che arriveremo alle 22 o anche dopo, ma liquidiamo la notizia come un sicuro scherzo. Ci hanno visto paurosi e vogliono burlarsi di noi. Un'altra sosta dell'auto, il motore è di nuovo surriscaldato e non mi sorprende. Anzi mi stupisce che un mezzo, e così carico, sia in grado di arrampicarsi per questi dislivelli. A questa pausa io e Géraldine e un passeggero ci incamminiamo sulla salita buia perché stiamo nell'ombra della montagna. E' un mercante di qat e ci chiede dove andremo a dormire stanotte, poi ci invita gentilmente a casa sua. Saliamo un bel pezzo e ci rendiamo più conto della salita e del fondo coperto di pietre grosse e sconnesse. Anche se non è più la temperatura della pianura, sudiamo nel caldo umido della notte. L'auto ci riprende alcuni faticosi tornanti più in su e l'ora avanza. Capiamo che l'ora annunciata non era proprio uno scherzo.

A un certo punto ci invitano a scendere perché il motore non ce la fa più. Bisogna camminare e così facciamo per forse mezz'ora, poi risaliamo a bordo ma già vediamo la massa di case di Beni Hajjaj abbondantemente illuminate al contrario di tanti altri villaggi che ci venivano via via additati lungo la strada ma senza elettricità e senza volto durante la notte. E' la ricchezza del qat, siamo qui nel suo regno.

Al paese dobbiamo decidere se proseguire la strada per accettare l'invito di questo giovane che abita ancora più su per la montagna o se rimanere qui. La stanchezza di cinque ore di auto nel cassone, l'ora tarda, ma forse più di tutto il desiderio di non sfidare troppo il destino su questa strada del diavolo ci fanno scegliere di stare qui. Ci dicono di andare dallo sheikh che ci ospiterà per la notte e veniamo presto condotti alla sua imponente casa torre di pietra. Siamo introdotti per la bassa porta poi attraverso passaggi contorti che diventano una stretta scala. Senza che possa prepararmi, mi trovo improvvisamente nel mafraj dove una dozzina di uomini inebetiti dal qat continuano a masticare senza dirsi grandi parole.

Sulla parete ad un lato campeggiano due enormi cartelloni identici che ritraggono il presidente, al centro della stanza oblunga troneggia un enorme narghilè da cui parte un grosso e lungo tubo foderato di velluto che come un serpente si avvolge e porta il fumo di volta in volta ad ciascuno dei convenuti. Un personaggio strano, con una folta barbetta bianca al mento, rimanendo disteso sul suo cuscino all'estremità della stanza, tenta maldestramente di riabbottonarsi la camicia per la presenza delle ragazze, ma i suoi torpidi movimenti non raggiungono lo scopo e si accontenta di sovrapporre i due lembi. Un uomo molto anziano, che credo inizialmente lo sheikh, guarda un po' assente davanti a sé e si fa ripetere all'orecchio alcune frasi che pronunciamo. In fondo all'altro lato sono raggruppati tutti i giovani. Le guance di tutti sono rigonfie di foglie.

La sporca moquette verde è disseminata di foglie e rami spelacchiati, la televisione è accesa, ma nessuno sembra seguirla. Ci vengono rivolte delle domande sparse, ma non si avvia una conversazione che possa definirsi di cortesia. L'atmosfera che regna sembra sospesa nel tempo diluito e irreale della loro mente offuscata, nel fumo del tabacco, nella stanchezza dei nostri corpi, nella notte di questa montagna.

Sembra la corte di un feudatario, all'ombra dell'immagine del re appesa alla parete. Questo è l'uomo forte della zona.Prima di sedermi faccio un giro della stanza stringendo la mano a tutti. Presto le ragazze vengono introdotte nei quartieri delle donne, mentre io rimango a rispondere a qualche ulteriore scarsa domanda e a scambiare sguardi incuriositi con i presenti, facendo passare in rassegna tutti i personaggi schierati davanti a me.

Poi mi fanno salire al mafraj al piano superiore accompagnato dallo sheikh. Ci portano qualcosa da mangiare, ma non tardiamo ad andare a letto, anche perché domani abbiamo un programma di marcia da seguire. Il bagno non ha acqua corrente, ma una tanica; abbiamo materassi per terra e ci sentiamo accomodati proprio bene in questa stanza dalle pareti decorate e piena di armi bianche e da fuoco.

Come si poteva prevedere, appena aperta la porta stamattina si sono precipitati ad osservarci parecchi bambini, poi anche degli adulti tra cui quello che doveva diventare l'incubo della giornata. Quest'uomo parlando qualche parola in inglese ci vuole portare a casa sua; ci vuole trattenere anche per pranzo. Noi ci scusiamo, abbiamo fretta, Sarah deve prendere un aereo alle 18 a Sanaa.

Non possiamo permetterci di indugiare e non rispettare la tabella di marcia, ma niente da fare. Fa mostra di un'insistenza cieca e immotivata senza precedenti. Dice che si tratterà di una sosta di solo one hours, tradendo nell'errore grammaticale la sua vera intenzione. Le ragazze sono innervosite, rispondono in arabo alle sue insistenze in inglese, rendendo ancor più evidente la scollatura sul piano della comunicazione. Mi sembrano sull'orlo di uno sfogo per sfinimento.

Cerco di trattenerle, perché sarebbe spiacevole tradire l'ospitalità ricevuta. Ma l'insistenza è indefessa, non capisce ragioni, diventa aperta maleducazione. Intendiamo che si tratti di orgoglio ferito, soprattutto di lui davanti a tutti i suoi compaesani, o forse il pensiero che nutriamo paura nei confronti della sua gente e che questo ci trattiene dall'accettare le sue offerte.

Non abbiamo più parole, con sorrisi e strette di mano, seguo le ragazze che già sono scappate avanti. È stata una partenza così frettolosa che abbiamo persino trascurato coloro che ci avevano gentilmente accolto. Ancora il gruppo capeggiato dall'uomo che parla inglese, ci segue e continua a gridare di salire al villaggio. Siamo orami sotto di parecchio, ma sentiamo ancora la sua voce gridare di rimanere. Un incubo.

Riflettiamo a lungo tra di noi sull'incidente. Siamo dispiaciuti per non essere riusciti a congedarci degnamente da chi ci aveva invitato. Ma ancora di più so di avere deluso le aspettative di tutti, soprattutto quando un bambino che scende con noi mi dice: "Non siete stati bene da noi, se no sareste rimasti". Gli spiego chiaramente la situazione, ma c'è un problema culturale alla base, che tocca la concezione del tempo, dell'appuntamento, della fretta, dell'ospitalità, dell'escursione in montagna…

Scendiamo fino alle tre case di Rishe e da qui proseguiamo la marcia nel fondovalle che digrada costantemente verso un calore e un sole sempre più intensi. Arriviamo estenuati ed assetati ad un villaggio che crediamo essere l'inizio della strada asfaltata. Ma non è ancora quello. Ci dobbiamo comunque fermare e bere all'ombra e mentre riposiamo spuntano alcuni visi alle finestre che ci invitano ad avvicinarci alle case.

Una donna avvenente dai bei tratti, il naso perfetto, gli occhi nerissimi e un velo sulla testa ci fa sedere sulla soglia di casa sua. Per lei è impossibile accogliere dentro un uomo estraneo, ma stiamo comunque all'ombra e insiste perché mangiamo. Ci porta, lì fuori dall'ingresso, un ottimo pranzo del venerdì, di riso, mlukhiyye, carne in brodo, rucola e bamia, un vero ben di Dio. Parla intanto con noi da dentro la casa e rivolge alle ragazze anche domande su di me, a cui rispondo direttamente.

Riflettiamo sulla bellezza di questo gesto profondamente ospitale, mentre nei nostri paesi l'individualismo moderno constringe l'uomo a vivere quasi esclusivamente per sé stesso. Chiunque in Europa avrebbe paura di esporsi al rischio del ridicolo o del giudizio degli altri nel mostrarsi così spontaneo e attento alle esigenze del prossimo, ovvero invocherebbe un vago rischio di pericolo nell'accogliere uno sconosciuto dalla strada. Invece qui accogliere è un dovere e al tempo stesso un onore. Da noi molti misurerebbero l'esborso monetario, non perché tutti siamo spilorci in Europa, ma perché tendiamo a misurare il nostro valore come persone tramite il denaro. Se qualcuno mi truffa e mi frega, attenta al mio onore; se guadagno meno di te, mi sento inferiore; più ricchezza riesco a ostentare, più affermo la mia posizione sociale; se ho guadagnato in borsa, ho realizzato me stesso; se ho fatto un cattivo affare, rimango deluso… Non capiamo che in fondo sono solo soldi, solo soldi, niente in confronto alla vita!

Prendiamo un'auto per Hanake e raggiungiamo la strada asfaltata. Mentre aspettiamo il trasporto per Mahwit i bambini, saranno almeno 15 più o meno grandi, si mettono in fila seduti davanti a noi per osservarci, senza stancarsi. Il viaggio per Mahwit lo facciamo sul cassone per ammirare più che possibile i paesaggi vasti e immensi che si colgono viaggiando da una cresta all'altra. Prima di arrivare al termine della lunga corsa si mette a piovere a catinelle. Dobbiamo entrare in cabina stringendoci e in un secondo tempo ritiriamo anche gli zaini ormai bagnati per non rovinare i documenti.

Prendiamo un'auto per Sanaa. Sarah non ha più speranze di prendere il suo aereo stasera. Tiro fuori il sacco a pelo e ci raggomitoliamo in cerca di caldino dato che siamo tutti un po' bagnati e infreddoliti.

Scendo a Tawila e lascio proseguire le ragazze. Prendo una camera nello scarso albergo con bagno senz'acqua corrente, ma rispetto a ieri sera c'è almeno un bagno e mi lavo per quello che posso con l'acqua fredda di una pentola.

Scendo dall'alta falesia per arrivare alla base dove si trova Shibam. Lascio il bagaglio in un negozio e prendo un'auto per Hababa. È un paese grazioso, ma abbastanza mal ridotto. Dopo averlo girato un po' ed essere stato perseguitato dai bambini sempre in cerca dell'eterna penna, mi dirigo a piedi attraverso i campi verso Thula. Mi dicono che in un'ora e un quarto dovrei arrivarci. Il paese che sorge sull'altura è un costante riferimento al mio andare.

Si tratta di un bellissimo posto e molto ben tenuto. Si vede che è stato investito denaro per ristrutturare le splendide case alte in pietra. Nel pomeriggio mi rimetto in cammino per tornare a Shibam. Dato che il sentiero non è marcato mi ritrovo sulla strada asfaltata, ma non faccio uno sforzo per tornare al sentiero perché mi pare di aver camminato abbastanza per oggi.

Prendo un'auto che passa e da Shibam un collettivo per Sanaa. Vado a casa di Géraldine che mi invita ad assistere alla lezione di dialetto. È presente anche un professore tunisino che insegna alla Sorbona, attualmente ospite di Géraldine, dato che ha tenuto un seminario sulla traduzione. Usciamo a mangiare insieme pesce grigliato.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori anche in Yemen. Abbiamo appuntamento con Adnan a Suq al-Luqma per mangiare. Arrivando all'appuntamento mi godo le ultime chiacchiere con alcuni venditori del mercato, mentre curioso tra i sacchi delle granaglie e delle spezie, comprando le meravigliose uvette secche. Poi mangiamo una saporita salta, proprio come il primo giorno che arrivai qui tre settimane fa, prima di partire per Hadhramawt.

Ci dirigiamo a Bab al-Yemen per bere un succo di frutta. Il tempo per la partenza è giunto, ma se fosse per Géraldine potrei perdere anche l'aereo perché si inventa di passare dal calzolaio, copiare le foto sul suo pc, ma non funziona, e deve ripetere l'operazione diverse volte senza successo. (In realtà il problema è che uno dei miei cd su cui sono registrate è irrimediabilmente danneggiato.)

Ci salutiamo, ci diciamo arrivederci a presto e lo spero davvero perché questo incontro in un paese lontano è stato l'occasione per apprezzare la mia amica come persona davvero straordinaria, determinata nel suo fermo proposito di studio e di ricerca, ammirabile per la sua costanza e la sua forza di continuare a vivere questo suo amore per il mondo arabo che anche me ha colpito e ci ha fatto incontrare tre anni fa a Damasco e ancora una volta in questi bellissimi giorni nello Yemen. Prendo un taxi per l'aeroporto, un giovane autista con la guancia gonfia di qat, mi parla garrulo sputacchiando frammenti delle foglie immagazzinate. Tutto lo Yemen tutto in una guancia, ma io spero che mi rimanga quanto più possibile nella mente e nel cuore.

Anche ieri sera la giornata si è chiusa con il rito del qat che io e Adnan abbiamo masticato fino alle 2 di notte. Forse questa volta ho sentito un leggerissimo effetto perché ho fatto fatica a prendere sonno. Ma l'effetto più grande è stato lo sfregamento delle foglie più coriacee sulla mia gengiva che si è irritata. Géraldine quando mi ha visto con questa palla in bocca è scoppiata a ridere, mentre io mi lamentavo.

Géraldine passa a darci la sveglia e il buongiorno alle 9, ma noi continuiamo a dormire per un'altra ora. Poi ci pieghiamo ai suoi voleri di fare la colazione nel palmeto con la frutta comprata ieri sera, una specie di picnic. Ritorna a bomba con l'idea della piscina, nuovi rimproveri ai padroni dell'albergo, addirittura l'idea malsana di andare in una piscina pubblica, proposito insensato da cui riusciamo a farla desiste, dato che la loro partenza è fissata con il pulman delle 13.30.

Saliamo tutti sullo stesso mezzo, ma loro tornano a Sana, mentre io mi faccio lasciare a Qatn da dove cercherò di arrivare a Sif, in un ramo del Wadi chiamato Daw'an, famoso per la sua bellezza, ma difficile da esplorare per mancanza di trasporti pubblici. La distanza è per di più considerevole. Nel tratto di strada tra Sayun e Qatn, forse di 40 minuti, mangio un po' del riso con il pesce che avevamo comprato.

Mi congedo dai miei amici e da Qatn prendo un pulmino che mi lascia a un posto di blocco. Qui i servizievoli soldati si fanno parte attiva per trovarmi un'auto che mi porti su per la valle. Alcuni autisti avanzano richieste di denaro assurde per prendermi, ma so che è solo questione di pazienza. Infatti dopo tre quarti d'ora di attesa, un autista cerca di formare un pulmino di passeggeri. Si contratta una tariffa tra tutti e mi oppongo fieramente a differenziazioni di prezzo a mio svantaggio. Concordiamo la tariffa di 350 riyal, spuntati dopo una contrattazione in puro stile Géraldine, determinato ma simpatico e con argomentazioni ben esposte.

Risaliamo lo stupendo Wadi Daw'an con enormi bastioni di roccia che lo delimitano e cieli dai colori unici. Si vedono villaggi, case, rocche costruite in mattoni di fango in stile unico, alcune in estrema rovina, altre perfettamente mantenute. A un incrocio ci fermiamo; si deve aspettare un altro passeggero. Alcune gocce di pioggia diventano via via un acquazzone che bagna la strada e la campagna. Scendo dal bus e mi riparo sotto una tettoia. Un ragazzo tiene una bellissima scimmietta legata a una catena. L'ha catturata nella zona e si muove come un essere umano. La pioggia diventa fortissima, una benedizione dal cielo in questa arida terra e un raro evento naturale. La tettoia non basta più per ripararmi e rientro nel bus.

Quando ripartiamo si vedono numerose cascate d'acqua fangosa che scendono dai dirupi, in getti continui che formano torrenti ed invadono la strada costruita senza ponti. Passiamo dal meraviglioso villaggio di Hajarayn che visiterò domani, indi arriviamo a Sif.

Mi sento ormai dentro nell'avventura. Sono l'unico ospite del semplice albergo di quattro stanze, con i materassi per terra e splendide porte di legno intagliato. Mangio in un ristorantino sulla strada e il padrone mi dà indicazioni per continuare il viaggio domani ancora più su per la valle, che dice essere ancora più bella, piuttosto che dirigermi subito verso la costa. Alle 21 il villaggio è buio e capisco che vogliono chiudere il ristorante. Le case sparse sul fianco della montagna sono quiete. Pochi giovani in un gruppo parlano per strada sotto un lampione. L'aria è bellissima, ma non ho altro da fare che ritirarmi presto e recuperare il sonno perduto per sfruttare al meglio la giornata di domani.

Mi sono svegliato alla preghiera dell'alba con molta sete. Non è consigliabile bere l'acqua del rubinetto, perciò scendo all'ingresso e riempio la bottiglia da un distributore di acqua fredda, senza troppo curarmi nel mio torpore da che fonte venga. Erano le 5 e mi sono dato solo altre due ore di sonno perché voglio partire presto con un programma abbastanza intenso di cose da fare. Voglio infatti visitare Jibla a due ore da qui e poi andare a Zabid per la notte, ma per questo dovrò tornare a Ta'izz perché non ci sono collegamenti diretti da là.

La strada per Jibla è molto bella, sale per le montagne e dominiamo belle vallate, ora non più bruciate letteralmente dal sole, ma coperte da bassa e rada vegetazione. Avvicinandomi alla grande città di Ibb penso che Jibla nelle sue vicinanze sarà una delusione, ma mi sbaglio. All'incrocio sulla strada principale salgo su una jeep che mi porta a questa graziosa città adagiata su un colle. Le case sono costruite in pietra e mi ricordano l'austera architettura medievale del centro Italia. I minareti delle moschee sono particolari. Salgo alla moschea della regina Arwa e vengo presentato all'imam. Normalmente i non musulmani non vengono ammessi nei luoghi di culto, ma quest'uomo ripensandoci fa un'eccezione per me che parlo arabo, quasi fosse un segno di buona predisposizione o di mezza conversione.

Ritorno a Ta'izz con un altro mezzo, poi arrivo dopo un lungo spostamento in città fino alla periferia da dove partono i mezzi per Zabid. Scelgo il pulmino piuttosto che il taxi e occupo un posto davanti. È più comodo, ma mi pento pensando alla possibilità di un incidente. L'autista piuttosto attempato ha un braccio che trema, poveretto, e per un po' rimango a giocare con la fantasia di finire fuori strada per poi cacciare l'idea, dicendomi che il destino sta scritto.

Mentre aspettavo la partenza un giovane passeggero mi ha offerto una generosa manciata di qat. Guarda caso proprio oggi mi dicevo che avrei provato un'altra volta a masticarlo per vedere se la mia insensibilità è davvero reale. Dopo un po' di strada anche l'autista ha voluto riformi. Gli mostro la mia guancia già gonfia, ma non c'è niente da fare, estrae il sacchetto che teneva sotto la giacca e mi porge un'altra manciata di foglie, questa volta meno tenere delle prime, con un paterno invito "Khazzin!".

La strada scende dalle montagne e arriva alla pianura costiera della Tihama. L'aria qui è pesante di umidità e la temperatura è salita di molto, anche se non soffriamo ancora il caldo per il movimento del mezzo. Un lungo tratto di terra sterile è coperto da ciuffi di sterpaglie già ingiallite, poi si apre un tratto coltivato. L'autista con un cordiale sorriso mi dice che siamo a Zabid, dopo quasi tre ore di marcia, da aggiungere alle 4 ore di stamattina tra Ta'izz e Jibla e viceversa. Con una moto raggiungo l'albergo, ma senza fare la doccia approfitto dell'ultima luce del giorno per visitare la città rosolata nel caldo e nella polvere.

Sembra a tutti gli effetti un paese rurale con gli odori, le bestie, la fine sabbia per le strade. Non la si direbbe la capitale della scienza che è stata. Ci sono edifici interessanti sparsi, ma l'effetto è un po' deludente per la decadenza del posto. I bambini mi perseguitano ad ogni passo, ma con alcuni riesco ad andare oltre la solita richiesta della biro e di monete e mi accompagnano per un tratto parlando.

In albergo c'è una coppia di neozelandesi che incontro nuovamente al ristorante sulla strada principale. Una spropositata fiamma a gas su cui riscaldano il cibo disturba l'ambiente con il suo boato, anche se siamo all'aperto. Sembra di essere in fonderia. I due signori mi invitano a fare il viaggio in auto con loro domani. Anche se da una parte mi dispiace non vivere la giornata di domani a contatto con la realtà del paese, faticando nei mezzi pubblici, ma piuttosto passarla rinchiuso in un'auto privata come in una torre d'avorio, non esito ad accettare per mia comodità e per non disdegnare la loro gentilezza.

Spesso qui la gente ti chiede se sia musulmano, con la naturalezza con cui si chiederebbe "Come stai oggi? ". Poi mi chiedono se stia cercando di avvicinarmi all'islam e alla mia negativa, ho sempre affiancato una espressione di rispetto, proprio come mi aspetto che loro rispettino me, le mie idee e convinzioni. Saranno parole al vento? Forse, ma quanto meno cerco di lanciare un messaggio.

Ebbene, oggi dopo cena con un gruppo di ragazzi si instaura un interessante dialogo. Vado oltre la distratta risposta negativa quando mi dicono "Inshallah diventerai musulmano". Gli dico che non desidero che si convertano alla mia religione, ma che siano buoni musulmani. Così loro dovrebbero pensare dei cristiani, perché siamo fratelli. Sopraggiunge un loro amico che ha imparato a memoria tutto il Corano. Gli chiedo che metodo abbia seguito e mi spiega. Mi dice anche che ha letto il vangelo di S. Marco e parliamo di alcune differenze. Gli consiglio di leggere la Genesi per comparare la storia di Giuseppe ivi contenuta con quella del Corano. Ci lasciamo con reciproca stima.

Mi invitano ad andare a un matrimonio per vedere l'arrivo dello sposo accompagnato dagli amici tra recitazioni e fuochi d'artificio. Scoppia però un rissa e due gruppi di giovani si affrontano a spintoni e pugni. È la seconda a cui assisto oggi!

Scrivo nella bella cameretta della pensione di montagna di Hajara a oltre 2000 m. Il clima qui è ragionevole, niente a che vedere con quel forno di Zabid. Mi sono goduto anche una dormitina pomeridiana, mentre il cielo si rannuvolava e le nubi basse scure sfioravano le montagne per poi far cadere qualche sparsa goccia. Si è accesa una luce diversa da quella del sole brillante e questo ha fornito un motivo in più per sottolineare il cambiamento dal posto in cui ero stamattina. Per seguire con ordine, sono partito con i neozelandesi e il loro autista. Lui deve essere pastore anglicano e ha lavorato ad Aden per quasi un anno. Ci siamo fermati al mercato del pesce di Hudeida per osservare gli scambi e la belle varietà di pesce in offerta, tra cui tanti squali.

Uno strano divertente personaggio dai capelli lungi e dall'aspetto un po' hippy – dice di essere delle isole Kamaran – ci ha accompagnato in giro dando concitate spiegazioni con tanti gesti e poche parole in inglese. Quando ha saputo che parlo arabo ha rinnovato molti dei chiarimenti con maggiore entusiasmo e dovizia di dettagli. A Maghraba abbiamo mangiato e ci siamo separati. Da lì ho preso un'auto per Manakha, quindi ho camminato fino a Hajara con una sosta per conversare con un ragazzo che ha voluto sapere tante cose sul mio paese. La serata è stata occupata da una lauta cena a lume di candela per il blackout e poi una suonata di liuto e canti locali.

È stata una giornata molto attiva. Alle 8 di questa mattina sono partito con una guida e siamo risaliti per un ripido fianco della montagna fino ad arrivare al villaggio di Hutayb e da lì proseguire per un secondo centro, al-Kahl, meta di pellegrinaggi di ismaeliti soprattutto indiani. Ho lasciato la guida a Manakha, dove ho preso un succo di mango, poi sono risalito a Hajara in un taxi che mi ha preso sulla strada. Ho riposato fino alle 15 appisolato, ma meditavo già l'idea che mi aveva dato un signore, cioè di fare un altro giro circolare per diversi villaggi sull'altro versante della valle, quello verso Hudayda, da cui sono arrivato ieri.

Mi sono fatto scrivere la lista dei villaggi da cui passare e mi sono incamminato solo. Questa volta ho gustato veramente l'avventura, la necessità di risolvere il dubbio ogni volta che mi trovavo ad ogni bivio. Tuttavia sono sempre riuscito a cavarmela perché ho chiesto spesso conferma ai tanti contadini al lavoro nei campi, sempre manuale o al massimo con un asino. Ad un certo punto addirittura diverse donne mi hanno chiamato da lontano perché vedevano che prendevo un cammino sbagliato e mi hanno indicato la strada per Juma'a, decisamente il più bello dei paesini da cui sono passato questo pomeriggio. Si trova arroccato su uno sperone e pare una piccola fortezza di case in pietra strette tra di loro.

In tutto sono state tre ore ininterrotte di marcia, da aggiungere alle altrettante del mattino. Mi sono allenato per il trek che inizierò domani con le mie amiche. Ma dato che al contrario di oggi dovrò portare lo zaino intero perché il percorso non è ad anello, ho cercato un modo per inviare il superfluo a Sanaa e ho trovato un autista che depositerà il mio pacchetto in un albergo della capitale. Rimango con il minimo indispensabile.

Dopo aver esplorato Tawila parto per Kawkaban a piedi. Non so se ce la farò perché è una distanza enorme. Inoltre sono indisposto a causa, credo, del piatto di fave di ieri sera che mi ha lasciato nausea. Cammino per tre ore e mezzo senza sosta per arrivare a Bukur. Arrivo esausto e mi getto su una pietra per riposare, ignorando del tutto le proposte dei bambini che vorrebbero mostrarmi l'attrattiva del posto.

Appena riprese le forze mi rimetto in cammino per vedere il lisan, la straordinaria lingua di roccia a strapiombo orripilante sul vuoto della profondissima e ampia valle sottostante. È davvero un posto sospeso nell'aria e la sola vicinanza al bordo dà i brividi.

Riprendo la strada asfaltata sperando di trovare un'auto, ma devo arrivare a Zakati prima di riuscirci. Faccio appena a tempo a vedere i ruderi del paesino costruito su una colonna di roccia perché un'auto mi carica per seguire la nuova strada che scende a capofitto nella valle in pochi tornanti. A Shibam riconsidero il piano e decido di salire a Kawkaban, sull'orlo della falesia da cui scenderò domani a piedi. Sono a quota 2600 m e non mi stupisco pertanto dell'aria fredda che soffia qui. L'albergo è carino e mi faccio una doccia calda. Passo la serata con un gruppo di turisti olandesi stagionati.

Sono arrivato da poco a Sanaa, dall'aeroporto ho preso due pulmini per arrivare a Tahrir, la piazza centrale della capitale. Ho due ore di ritardo sull'orario, cerco un negozio per telefonare e chiamo Géraldine, la mia amica che ho conosciuto tre anni fa; eravamo coinquilini in una vecchia cara casa nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Mi dice di spingermi verso la via 26 settembre e mentre cammino mi accosta un taxi in velocità, improvvisamente si apre la porta di dietro e un sorriso accompagnato da una fragorosa risata di felicità mi dà il migliore caldo benvenuto, una ventata di tepore in questa giornata un po' fresca e rannuvolata, che mi vede stanco dopo una notte in viaggio senza sonno e naturalmente spaesato per essere appena sbarcato in un posto che non conosco.

Raggiungiamo la bella casa che ha affittato, dove vive da quasi due anni, ma ancora per pochi mesi. Ha condotto e sta concludendo uno studio sulla letteratura yemenita contemporanea. Mentre mangiavamo qualcosa seduti sui cuscini per terra del mafraj, il soggiorno delle case yemenite, la sala con vista, abbiamo parlato a lungo, credo per 3 ore. Avevamo tante cose da raccontarci, da ricordare. Poi mette una cassetta di musica di liuto con parole cantate e mi stendo su questi materassi per un dolce riposo.Verso sera siamo usciti per ottenere il permesso di viaggio dalla Polizia turistica per il viaggio di domani.

Ci danno due fogli compilati senza nemmeno l'indicazione dei nostri dati personali, nemmeno il nome, sembra una formalità senza efficacia, ma se a loro va bene così… Ceniamo in un ristorante popolare situato in una stradina frequentata dalla gente del sud del paese. Ci servono un coccio di fave ancora in ebollizione, pane piatto appena cotto con cui bisogna prendere il cibo e portarlo alla bocca, tè al latte leggermente speziato.

Attraversiamo a piedi la vecchia città, con le luci della notte che fanno sembrare le splendide case quelle di un paese incantato. Mi rendo conto che si tratta, anche solo osservando l'aspetto esteriore della città, di un paese dall'anima araba, ma diversa da quelle finora conosciute: spirito fiero, cultura tipica, architettura speciale. Prepariamo tutto per la partenza domani per il Wadi Hadhramawt. Starò in compagnia di Géraldine e un suo amico per alcuni giorni, poi mi lasceranno continuare il mio giro da solo, mentre loro torneranno a Sanaa.

Andremo oggi a Tarim, la città natale di Adnan, ma prima passiamo dal barbiere, perché è venerdì e Adnan dice che è sunna, nella tradizione stabilita dal Profeta. Spesso ci riferisce racconti di spiriti, di jinn, di numeri magici, di rimedi naturali miracolosi. La sua famiglia appartiene all'aristocrazia locale dei sada, discendente del Profeta, storicamente legata al sufismo e all'esoterimo. Quando ci racconta queste cose, sembra che non lo sfiori la minima ombra di dubbio, ma io e Géraldine spesso ci guardiamo e scoppiamo in una simpatica amichevole risata. Lui non si scompone: non si capisce se accetti con spirito aperto un punto di vista disilluso rispetto a queste verità assolute; oppure se ci compatisca perché siamo poveri infedeli; o invece se stia zitto per educazione. Però a volte, quando sta per raccontare una delle sue, ho notato sulle sue labbra un leggerissimo sorriso ironico, e mi sembra che stia furbescamente al gioco.

Certo che Géraldine non ha peli sulla lingua, dice e fa tutto quello che le passa per la testa, si trasforma in uno spettacolo in tutte le occasioni, soprattutto nel suo rapporto con gli uomini che non sono abituati ad avere a che fare con una donna così disinvolta e disinibita. Sfrutta al massimo questo effetto di sorpresa, la sua capacità di convincimento e la duttilità del mondo arabo. Si muove perfettamente a suo agio in quasi tutte le situazioni.

Tuttavia oggi l'ho vista un po' imbarazzata quando siamo stati a trovare il cugino di Adnan. Siamo stati introdotti in uno spoglio soggiorno, una grande stanza senza mobili, senza cuscini, solo una chiara moquette per terra e la foto del nonno appesa alla parete, la stessa che avevamo visto nella casa natale di Adnan. Questo arredo essenziale rivela lo spirito austero, alcuni dicono parsimonioso di questa gente.Ci offre del tè, ma i due parenti, che non si vedono da due anni, si scambiano solo poche cortesi parole, forse un po' impacciate. Può darsi che siamo noi a causare imbarazzo. Suppongo che il cugino non sappia bene cosa pensare di Adnan, che si trova in compagnia di un'occidentale, la quale a sua volta in tutta naturalezza e libertà, senza vincoli matrimoniali va a spasso con due amici uomini.

Naturalmente Adnan vuole incontrare sua zia, con cui ha vissuto per anni da piccolo. Io non ho però diritto di vederla, essendo un uomo estraneo. Mentre lei incontrerà il nipote, approfittano per farmi vedere la splendida vista dal tetto dell'alto immenso edificio. Salgo altri due o tre piani, camminando a piedi nudi per la scala su pavimenti impolverati e scorgendo stanze inutilizzate chiuse da mesi, per arrivare in cima. In questo frattempo, la zia incontra il nipote e Géraldine, e quando scendo accompagnato dal cugino, lei è già scomparsa.

Tarim è un centro di formazione islamica internazionale, ci sono studenti di scienze religiose da tutto il mondo, soprattutto dall'Asia, Indonesia e Malesia. Ce ne siamo accorti ieri sera quando abbiamo preso un pulmino pieno di uomini che andavano a un mulid, la cerimonia di celebrazione per la nascita del Profeta nel mese lunare di Rabie al-awwal. Tutti erano vestiti di bianco e si sono aggiunti alla folla già radunata in un piazzale ormai nell'oscurità, ma illuminata da alcuni fari e dove una voce roca e stridula, anche per la cattiva amplificazione, cantava nenie e guidava la celebrazione. Anche qui non una sola donna all'aperto, solo poche interamente velate seguivano il rito dall'interno delle vetture parcheggiate ai margini del piazzale. Gli sguardi insistenti di parecchi uomini rivolti a Géraldine erano altrettanti eloquenti inviti ad andarsene via.

E così abbiamo fatto, pronti per goderci una nuotata nella piscina dell'albergo come ieri sera con enormi pipistrelli che svolazzavano nell'aria e sfioravano a volte l'acqua. All'albergo però troviamo la piscina svuotata per pulizie. Apriti cielo! Géraldine non risparmia una lunga, scherzosa, ma insistente ramanzina ai padroni e si dichiara disposta a pulirla personalmente per poterla utilizzare subito!

Stasera ho girato alcuni alberghi alla ricerca di un gruppo di turisti cui aggregarmi domani per visitare rami del Wadi più remoti, ma non ho trovato niente. Vuol dire che da domani mi arrangerò con i mezzi che troverò.

Alle 7 stamattina ero in piedi e poco dopo uscivo per esplorare Sif tra i bambini che andavano a scuola. Le bambine sono già tutte coperte di nero e molte anche sugli occhi e sulla testa, ma fanno tenerezza quando da sotto questa tremenda cappa si nota ancora la spontaneità curiosa e birichina che ti segue con lo sguardo furbo e ti chiede con innocenza una penna o come ti chiami. Non sono ancora state rinchiuse definitivamente nella prigione del vestito e della casa, condanna perpetua che è il destino della donna qui, dal giorno in cui nasce. Che tristezza! In effetti di ragazze più grandi non se ne vedono in giro, mai.

Finito il giro per Sif, sono le 8 e riprendo il bagaglio per fare autostop verso Hajarayn. Devo aspettare quasi un'ora prima che mi prenda un'auto che mi porta fino alla salita per lo splendido villaggio sul fianco della scogliera. Quest'uomo mi raccomanda di non trattenermi più di un paio d'ore perché nel pomeriggio ci potrà essere pioggia. Alle 12 mi incammino verso l'ospedale e un ragazzo mi ci porta gentilmente in moto. Qui devo ricominciare a fare autostop, perché di mezzi pubblici per Khrayba non ce ne sono. In realtà non so nemmeno se ci sia per certo un albergo perché la guida non lo cita, ma la gente mi assicura del contrario e mi fido. Al più dormirò in casa di qualche buon'anima.

Dei soldati che scendono da una vettura mi aiutano a trovare un mezzo che mi porta al bivio dove il Wadi si divide in due, un ramo attraversato dalla strada per Mukalla, l'altro che termina con Khraiba.

Mi lasciano a un posto dove ci sono alcuni ristoranti molto semplici e ne approfitto per mangiare. Sono le 12.30 e mi dico che un po' di cibo mi darà energia per continuare questa difficile e incerta giornata. Il pollo con il riso è molto gustoso e sono circondato dalla simpatia di tante persone che si interessano a me, mi rivolgono domande. In particolare l'addetto al pane che esegue l'operazione di spianare la pasta come una sottile pizza per poi appiccicarla con un gesto deciso alla parete di un forno cilindrico verticale, il tannur, al cui centro brucia il calore. Estrae poi questi dischi di ottimo pane bruciacchiato con un gancio e li impila al lato. È avvolto dal fumo che proviene dalla griglia per la carne e io stesso mi allontano per non essere affumicato.

Finito il pranzo non perdo tempo. Il pomeriggio è lungo ma non so come andrà a finire. I traporti sono un problema in questa parte dell'Hadhramawt e non vedo molte macchine passare. Mi dicono di aspettare un po' più in là, sotto il sole molto caldo. Osservo che da stamattina c'è una leggera foschia nell'aria, forse dovuta alla pioggia di ieri.

Non passa molto tempo, però, forse cinque minuti, che vedo un camion azzurro sul cui cassone sono stipati gli alunni di una scuola. Mi faccio avanti senza esitazioni e chiedo all'autista se mi può prendere; lui mi invita immediatamente a salire in cabina. Non vuole soldi, ma dice che mi lascerà in un posto a un'ora e mezzo da Khraiba. Lungo il percorso depositiamo i vari scolari alle rispettive case, e dalla cabina dobbiamo rendere loro fagotti di libri legati, quaderni o thermos di tè che si sono portati a scuola. Dopo aver scaricato l'ultimo alunno l'autista usa la cortesia di portarmi al villaggio seguente che si trova oltre un'ardua salita. Qui mi lascia e torna indietro.

Mi incammino, ma subito si ferma un camioncino che mi sa salire dietro, all'aria aperta e nell'euforia che mi procura il vento e la bellezza del paesaggio, mi fa avanzare ancora un pezzo, poi mi fa segno che si fermerà all'ombra delle palme per masticare il qat con altri. Dalla strada si vedono le pareti del wadi, qui sensibilmente più stretto e il fondo di terreno fertile invaso da una elegantissima foresta di palme. I villaggi, quelli, si trovano all'inizio della falesia, tutti di una bellezza inaudita.

Ancora un ragazzino con la sua moto mi porta ancora avanti un po'. Insomma dopo tutti questi spostamenti mi trovo, secondo quanto dice la gente, a un'ora di cammino da Khraiba che intraprendo con piacere senza ormai pensare di aspettare altri veicoli. Certo, lo zaino sulle spalle è pesante, ma il paesaggio ricompensa di tutte le fatiche. Mi godo alla velocità del mio passo la serie di paesini incredibili arroccati dai colori di terra, ma inframmezzati da alcune case intonacate e anche verniciate.

Proprio stamattina sono passato davanti a un piccolo cantiere e i muratori, vedendomi incuriosito, mi hanno invitato ad entrare. Lavoravano con le mani, spalmando strati di fango su cui disponevano i mattoni di paglia e argilla. Mi hanno detto che l'intonaco di gesso, detto nura, serve per proteggere dalla pioggia. Altra informazione interessante captata oggi in auto riguarda i sada, la casta a cui appartiene Adnan e la sua famiglia Alaidrus. Ebbene, le persone che mi parlavano avevano un'opinione piuttosto negativa nei confronti dei privilegi di natura aristocratica che si arrogano. Pare inoltre che ci sia un legame tra questa classe e il sufismo dell'Hadhramawt, visto come una pratica religiosa meno rigorosa.

Questa conversazione, che, come sempre, ha toccato anche il tema della religione, mi ha fatto riflettere sul bizzarro connubio tra una religione musulmana formalistica che impone regole su ogni minima pratica della vita quotidiana (come il numero di genuflessioni che bisogna fare quando si prega) e la totale mancanza di rigore del popolo arabo, la possibilità di adattare le regole, contrattare e ottenere cose che si penserebbero escluse a priori se si parte da una mentalità occidentale dove un orario, un appuntamento, una parola data hanno un preciso significato di impegno. Eppure una di quelle persone affermava, nel tentare un grossolano e viziato raffronto tra Islam e Cristianesimo, che a noi non piacciono le regole. In un certo senso la cosa è probabilmente vera per il Cristianesimo occidentale, perché abbiamo innalzato la religione ad un ambito talmente astratto e intellettuale che non abbiamo più molta considerazione per il rito e per le regole, che releghiamo al rango di fatto esteriore, formalità e retaggio del passato. E tuttavia la regola ha un significato preciso, aiuta a vivere, dà un senso al gesto che si compie. Dopo tutto l'uomo non vive forse in uno spazio concreto, in un tempo finito e non è condizionato da fatti materiali? In effetti le ho molto rivalutate dopo il contatto con il Cristianesimo orientale.

È bello contemplare i villaggi in argilla che si fondono nel paesaggio e lo rendono umano perché abitato, ma sta oscurandosi il cielo, soffiano forti raffiche di vento che sollevano polveroni e portano da lontano gocce di pioggia. Affretto il passo, non vorrei trovarmi sotto una pioggia come quella di ieri, ma ormai vedo il villaggio al termine del rettilineo. Arrivo all'albergo, dove anche qui sono l'unico ospite. È una casa antica di una basicità estrema, con una scala di alti irregolari gradini e circa 60 di larghezza che si inerpica in corte ripide rampe per i tre piani dell'edificio. La mia stanza non ha arredamento, solo dei materassini di gomma piuma gettati contro il muro e quattro finestrelle chiuse dalle persiane. Subito le apro, osservo la vita del villaggio, poi salgo sulla terrazza. Le poche gocce di acqua non arrivano a diventare pioggia. Quando smette del tutto, vado a spasso. La gente assemblata osserva dalla sponda incuriosita e senza stancarsi il torrente ora gonfio di acque fangose e impetuoso per piogge lontane. Deve essere un avvenimento inconsueto. Il paese è molto vivace, con tante bancarelle, ma anche molta immondizia in giro, piaga che affligge purtroppo tutto lo Yemen di oggi.

La sera mangio dei formaggini e del pane, perché non sembra esserci un ristorante, e comunque non ho voglia di cercarlo. Poi mi metto davanti all'albergo con un libro di lettura, ma mi sento al centro degli sguardi. Un ragazzo mi si avvicina e ammira il fatto che stia leggendo, che mi stia dedicando a un'attività intellettuale, ormai dimenticata dagli arabi. Pur giovane com'è, questo gli dà spunto per parlare con disillusione della decadenza attuale del popolo arabo, dell'assenza di competenze, della necessità di importare tutto e di dipendere dalla tecnologia altrui. Quanto è vero quello che dice! ma mi dispiace sentirlo abbattersi amareggiato sulla realtà della sua nazione. Gli dico che la speranza è nel futuro delle generazioni giovani come lui.

Sopraggiunge il padrone cieco, di cui alcuni giovani si fanno le burle, ma io voglio dare un esempio e di proposito parlo con lui. Mi informa che il turismo è iniziato nel 1991, anno della riunificazione dei due Yemen, con gruppi di italiani. Tra l'altro è arrivato da poco un gruppo francese nell'altro albergo più carino, che è stato aperto per loro.Qualcuno mi avverte che il villaggio a monte di Khraiba è quello da cui discende la famiglia Bin Laden. Infatti ho già visto il cognome scritto su cartelli.

Un bambino mi chiede con chi sia venuto fino qui, e quando gli dico che sono da solo, lancia un'esclamazione di grande meraviglia. Capisco che forse è davvero follia la mia, di essermi spinto in questa terra lontana e sperduta in modo completamente indipendente. Ma sono contento e fiero di me... Ma è ora di andare a letto: le ante dell'albergo vengono chiuse e io spedito in camera.

Mi godo la spiaggia. Cerco di scalare la montagna nera per vedere il panorama dall'alto ma oltre una certa altezza è impossibile progredire da questo lato. Ciò nonostante già da qui la vista è splendida e le acque chiare sotto invitano a scendere e approfittare di loro. Così faccio e mi beo nella tranquillità del posto, galleggiando pigramente nel tiepido mare. Alle 11.30 pago il conto e vorrei avviarmi a piedi verso il villaggio, ma mi trattengono dicendo che mi porteranno a Bir Ali in auto. Passa mezz'ora, e capisco che non si muove nessuno e che se ci sarà un'auto dovrò pagarla come un taxi, quindi mi alzo abbastanza scocciato. Saluto e dico che me ne sarei dovuto andare da subito. Cercano di dissuadermi dalla finestra, ma proseguo. Se non si sa cosa si vuole nel mondo arabo, si perde la trebisonda. In tre quarti d'ora raggiungo il posto di polizia di ieri, mi dicono che effettivamente c'è un bus alle 13.30 per Aden, cosa che sorprendentemente nessuno sapeva al campeggio, e quindi ho anche il tempo per mangiare.

Ordino riso e pollo che mangio seduto sulla stuoia circolare per terra, portando il cibo alla bocca con le mani. Mi sento un po' maleducato, ma qui è il modo normale. Non penso nemmeno di chiedere le posate, che probabilmente non hanno nemmeno. Inoltre ho imparato a soppesare i grani di riso per compattarli prima di metterli in bocca e quasi mi diverto.Arriva il bus, contratto la tariffa che l'autista si intascherà come guadagno extra e parto. Ci sono anche tre coreani a bordo che lavorano in un impianto di gas in costruzione sulla costa.

Rocce nere tormentate cospargono i pendii del rilievo fino alla costa, segno evidente di un'origine vulcanica. In un tratto, tracce di veicoli e ruspe che hanno rimosso questo rivestimento sembrano come ferite nel manto della terra inviolato e primordiale. Segue un'infinita distesa di sabbia cosparsa da montagnette con ciuffi di erba secca quasi per scherzo, e la prospettiva dal mezzo che corre fa sembrare queste cunette girare intorno e rincorrersi in un pazzo girotondo sullo sfondo di una striscia di mare azzurro. Lasciamo la costa e ci spingiamo lungo una strada stretta verso le montagne. Presto sarà inaugurata una nuova strada per Aden che segue la costa, ma per ora dobbiamo allungare ed entrare in vicinanza di Shabwa. Il paesaggio montuoso impervio è fatto di enormi torrioni di roccia, baluardi sostenuti da fianchi di detriti, scogliere verticali che si sgretolano. È in queste regioni aspre che si sono verificati dei rapimenti in passato.

Entriamo nel governatorato di Abian e siamo scortati da una camionetta della polizia con uomini armati che ci precede. Nel pulman c'è un ufficiale di polizia nervoso che inveisce contro i coreani la cui presenza a bordo del mezzo richiede il suo intervento. Io non capisco e dopo un po' chiedo le scorte vengono organizzate solo per i coreani. E gli altri stranieri? Ma io è come se non esistessi, sono in incognito. A tutti i posti di controllo, l'autista dichiara di avere a bordo come stranieri solo tre coreani. Sento che qualcuno, parlando di me dice, che devo essere egiziano; un altro nega, dice giordano. Io dico no, sono italiano! Ma anche d'ora in poi, ai posti di controllo esistono solo i coreani... La strada si inerpica a curve su per le cime, poi scende verso Aden.

Poco prima di arrivare in città contatto Sarah, un'amica di Géraldine. Mi dice molto gentilmente che mi aspetta a casa sua e viene a prendermi davanti alla sede della polizia di Aden. Mi fa piacere trovare un'amicizia in questo paese, per interrompere un po' lo schema della giornata di viaggio. Inoltre mi dice che ha studiato a Napoli e in effetti parla anche un buon italiano. Abita in una tranquilla villetta, enorme per una sola persona. Mi dà una bella camera con aria condizionata.

Ci rechiamo al centro culturale francese e vedo il posto di lavoro di Sarah. Occupa il posto di direttrice del centro di Aden ed è contenta del suo incarico che ha assunto da poco. Controllo la mia posta poi verso le 12 prendo il pulmino verso la città e passeggio per le vie del centro tra i negozi. Il sole è molto caldo. Parecchi edifici sono costruiti in pietra e risalgono probabilmente al periodo coloniale, l'epoca d'oro del porto di Aden. È una città particolare, affacciata su rotte commerciali un tempo strategiche e anche ora riveste una certa importanza, ma il suo porto non sembra in decadenza, per diversi motivi, tra cui episodi di terrorismo accaduti nelle acque del bacino ai danni di interessi americani e francesi. Si nota la presenza di persone di diverse provenienze e la sua storia affascina, la sua stessa conformazione naturale vulcanica protesa nel mare, anche se non ci sono attrattive turistiche di prima importanza.

Mi siedo per bere un frullato ad un bar e un marinaio insiste per parlarmi in modo impertinente da un tavolo vicino. È piuttosto grassoccio, anche in viso e porta occhialetti rettangolari affumicati. Lo vedrei bene come personaggio di un romanzo marinaresco di Conrad. Senza pudore affonda pervicacemente le dita nelle sue narici e mi rivolge petulanti domande, alle quali non avrei obiezione a rispondere educatamente se lui rispondesse alle mie, ad esempio di che paese è, ma sembra che giochi agli indovinelli. Parla con me un inglese con accento indiano, ma forse è arabo. Si avvicina un mendicante e con tono irritato e comico questo personaggio mi ingiunge di cacciarlo via. Ignoro questa sua ulteriore maleducazione, ma sono proprio infastidito e gli faccio capire che non intendo proseguire questa conversazione indisponente: fingo di immergermi nella lettura, per poi scambiare due battute con il papà di un bambino seduto al mio tavolo.

Alle 2 mi incontro con Sarah. Compriamo un pesce al mercato e ce lo facciamo arrostire in un ristorante. Poi andiamo per negozi e quando Sarah torna al lavoro io prendo un pulmino che mi porta in un'altra zona della città, il porto di Mu'alla. Qui si vede bene il grandissimo bacino naturale chiuso dai bastioni delle montagne vulcaniche e le loro pendici come bracci nel mare. Torno ad Aden, passo nuovamente dal Centro cultuale francese e torno a casa con Sarah. Questa sera lei è invitata a un matrimonio, la parte femminile, e quindi andrà da sola alla festa. È molto incerta su come vestirsi; se rispettare l'etichetta locale che la vorrebbe coperta della palandrana di velluto cremisi di dubbio gusto che le ha prestato un'amica, oppure essere sé stessa e portare un suo vestito con il rischio di non avere una tenuta appropriata.

Rimango in casa da solo qualche ora, ma verso le 23 sento suonare il campanello. È Sarah. Mi racconta delusa che gli uomini sono arrivati molto prima del previsto e la riunione delle donne si è dovuta sciogliere in fretta e furia. Non ha potuto partecipare alle danze come desiderava. Rimaniamo svegli a parlare fino a tardi.

Abbiamo deciso di andare oggi a Fuqum, un villaggio di pescatori dove ha soggiornato per alcuni mesi uno studente di antropologia francese che anch'io ho conosciuto a Damasco di sfuggita. Géraldine è venuta a trovarlo qui tempo fa e ha conosciuto i suoi ospiti. Mi ha dato il loro indirizzo per passare a trovarli, dicendomi che sono persone squisite.

Abbiamo comprato un pollo arrosto e della frutta da mangiare, passando per Sheikh Othman prima di prendere l'auto per il mare. Appena arrivati, salutiamo e ci tratteniamo poco tempo in casa, poi saliamo in una barca da pesca che ci porta ad una bella spiaggia deserta dove la sabbia dorata si alza dalla linea del mare e forma un'alta duna molto ripida. Non c'è nessuno al di fuori di alcune persone all'estremo opposto della spiaggia. Alle 14 il figlio maggiore, Rashidi, viene a riprenderci in barca e ci porta a un'isola vulcanica sotto cui si trova una bella caverna a livello del mare. Ci buttiamo in acqua e nuotiamo. Mi dicono che nuotando sott'acqua si può raggiungere un'altra cavità della roccia. Esito, ma mi devo sottoporre alla prova e tenendo gli occhi aperti per non sbattere contro un ostacolo, emergo in un cunicolo angusto. Esco dall'acqua con la testa per respirare ma l'aria è umida e pesante. Non vedo l'ora di uscire.

Poi approdiamo su un lato dell'isolotto e lo scaliamo per arrivare sulla cima da dove si vede tutto il panorama del mare in una vivissima luce di sole splendente che si riflette sul mare, facendolo sembrare metallico. Torniamo al povero villaggio dove le case sono semplici costruzioni addossate, fatte di prismi di cemento, rabberciate alla bell'e meglio, con stanze a volte a cielo aperto.

Il padre di Rashidi mi racconta il suo viaggio per l'Europa quando era studente in Libia. È molto informato sull'attualità e istruito e anche suo figlio ha preso questo gusto per il sapere. Ci intratteniamo per parecchio tempo, poi siamo invitati a visitare altre case che raggiungiamo passando tra angusti corridoi tra le case, invasi di sabbia, rifiuti e tubi, in alcuni punti si sente odore di orina.

Entriamo in un'ultima casa e capiamo che ci vogliono trattenere per la cena. Mangiamo un buon pasto, con pesce naturalmente, sereno nella compagnia rilassata dei nostri amici. Le donne qui sembrano molto meno segregate che altrove, si sono mescolate per la cena con gli uomini e con me, hanno il viso scoperto. Mi colpisce la bellezza di una giovane donna in particolare dai bellissimi lineamenti quasi indiani. Porta un foulard sul capo e mi rivolge alcune naturali domande. La relazione sembra normale. Rientriamo con il taxi collettivo. A casa ci intratteniamo ancora a parlare fino a tardi. 

Lascio Aden e la casa di Sarah per continuare il mio itinerario. Prendo un taxi per Ta'izz e qui trovo un albergo dopo alcuni tentativi. Riesco ad avere per 1500 riyal, dopo una prima richiesta di 2500, una bella camera con letto fornito di lenzuola, il primo che mi è dato di avere in un albergo in Yemen. Esco per mangiare e mi godo una passeggiata per le strade. La città è dominata dalla mole del Jabel Sabir, di oltre 3000 m.

La città stessa è ad una certa altitudine e gode di un piacevolissimo clima, rispetto a quello della costa. Verso sera tante persone si riversano per le strade e un numero infinito di bancarelle e di banchetti di vendita dei più impensabili e vari oggetti invadono addirittura la metà di ogni corsia della strada principale. I poveri veicoli si devono fare strada a passo di lumaca e con infinita pazienza.

Ci svegliamo nel bel sole che illumina la valle e apprezziamo il punto di vista che si gode dal tetto, dall'alto della montagna sulle strade ardite che ci hanno fatto salire fino a qui. Proprio nel momento in cui curiosavo tra le suppellettili appese alla parete, compare lo sheikh che con poche parole ci dà il buongiorno. Rimango con la spada in mano e cerco invano di riappenderla ai suoi sostegni, ma nel tentativo faccio anche scivolare dalla sua cornice la foto del presidente da giovane dietro la tenda che separa il bagno.

Ci avevano già offerto una specie di gustoso, per quanto grasso, pane fritto, ma presto ci portano la vera e propria colazione e la stanza si riempie di uomini. Assaggiamo qualcosa solo per gradire, poi prendiamo congedo ringraziando e ci mettiamo in marcia.

Anche in questo villaggio siamo subito al centro dell'attenzione e un piccolo corteo si raggruppa attorno a noi e ci segue incuriosito. Saliamo per la montagna stupefatti per la bellezza del paesaggio naturale che nelle terrazze minuziosamente realizzate rivela una attiva presenza dell'uomo da tempo immemorabile. È un giardino di unica bellezza. Sullo sfondo le cime svettano aguzze a denti di sega e dovremo raggiungere un alto passo sopra di noi per scavalcare nella vallata accanto.

Camminiamo con un gruppo di uomini tra cui un ragazzetto dagli occhi vivaci e intelligenti che torna al suo villaggio dopo aver venduto al mercato il suo qat. Fa questa strada di tre ore, tutta a piedi, due o tre volte alla settimana partendo ben prima dell'alba. Ci fermiamo per bere da una canna che fa scendere l'acqua da una sorgente e la porta a un villaggio.

Arrivati quasi in cima qualcuno ci avvista e aspetta con ansia il nostro arrivo. Si sente dire: "Sono due stranieri! No, tre!", grido di avvertimento per la grande novità. Si raggruppa un numero di persone e ci aspettano arrivare, poi si stringono attorno a noi, ci invitano ripetutamente ad entrare in una delle case per bere del tè.

Le finestre di questa stanza sembrano sospese sul vuoto. Ci portano da mangiare anche se non abbiamo fame, ma approfittiamo per avere un po' di energia in più. Lasciamo delle uvette come ringraziamento. Riprendiamo la marcia e saliamo ancora più su. Siamo quasi a toccare le nuvole, dominiamo da questa cresta splendidi panorami su diverse vallate. I versanti sono ripidissimi, ma questo non ha impedito lo sfruttamento accurato di ogni centimetro di terra.

Il tempo sta volgendo al brutto quando iniziamo a scendere per l'altro versante. Ci invitano a trattenerci in una casa per aspettare la pioggia. Siamo indecisi e già cadono alcune gocce, ma partiamo lo stesso e poco dopo la pioggia diventa intensa. Ritorniamo sui nostri passi per ritrovare una provvidenziale roccia sporgente sul sentiero e sotto di essa ci ripariamo. Cade grandine e fa freddo. Le nuvole inondano il cielo, risalgono il versante della montagna che volge verso il mare, vengono mandate verso l'alto, si elevano in colonne di umidità scura che forma vortici, ricadono come vapori diafani sul nostro lato. Nel giro di mezz'ora però il tempo è di nuovo adatto per camminare.

Ad uno dei villaggi successivi ritroviamo il ragazzino di stamattina. Dice che ci stava aspettando. Ci invita a casa sua, ma è troppo vicina e bassa nella valle per fare tappa lì. Preferiamo approfittare della sua perfetta conoscenza della zona per farci dare indicazioni su come proseguire la marcia. Ci accompagna a un bivio e ci indica la strada. Durante il cammino mi rivolge domande intelligenti e curiose sul mio paese, intonate nella simpatica cadenza di questo arabo di montagna. Proseguiamo la marcia attraverso una valle meno spettacolare della prima, tagliando a mezza costa. Incontriamo una giovane contadina che si sfoga con noi lamentandosi della sua dura vita e del marito emigrato in Arabia.

Al tramonto camminiamo ancora e non sappiamo se se spingerci oltre o cercare rifugio per la notte. Un uomo ci invita a casa sua. Esitiamo, ma proseguiamo un pezzo. L'uomo ci segue discretamente e reitera l'invito: dato che il sole è già sceso accettiamo. Ci viene aperta una stanza spoglia con pavimento di cemento, due finestrelle e il soffitto di legno. Getta due materassini per terra e ci porta alcune coperte dall'aspetto poco pulito. Non c'è elettricità, né acqua, né bagno.

Si sparge la notizia del nostro arrivo tra le pochissime case dell'abitato e tutti entrano nella stanza per vederci. Conto 35 persone, stipate le une contro le altre, sedute ad ammirare la novità di questi forestieri arrivati in un villaggio che non forse non ne ha mai visti neppure di passaggio; forestieri stravolti dalla giornata di cammino e incerti su come reagire di fronte a tanto interesse.

Come se non bastasse Sarah presto ci avverte di quello che sta subendo mentre io e Géraldine siamo occupati con un altro gruppo di persone: una contadina molto intraprendente le tocca insistentemente il seno e le rivolge sguardi intensi. Ci dice di passarle presto la coperta che per quanto sudicia le permetterà di avvolgersi e fare schermo.Premurosamente ci portano pane e un tegame con due pesci sommersi di olio rossiccio in cui intingere. Poi arriva il narghilè e fumano mentre godono di questo inaspettato cambiamento nella vita del villaggio.

Un'anziana signora racconta a Sarah, mostrando il libro di inglese su cui insegnava suo figlio, il tragico incidente di un'auto precipitata dalla montagna che l'ha ucciso. La vedova, una donna molto affettuosa e gentile, aperta anche nei miei confronti, mi rivolge le attenzioni di una madre e tutta la sua dolcezza.

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Commenti

Paolo  rossi
Livello 4    
ciao ho letto i primi 6 giorni del tuo diario e mi sembrano scritti molto bene. Io volo domani 1 luglio per San a , magari possiamo metterci in contatto via mail, anche perche viaggio in maniera autonoma, non conosco... vedi tutto nessuno e non so l arabo, magari mi puoi aiutare con dritte e altro. Se puoi ti ringrazio Fabio
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