Messico e Guatemala - Nel regno del giaguaro
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Introduzione
Le Tappe del Viaggio
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.
Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).
Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.
Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.
Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza. Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais. Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.
Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi. Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona.
Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato. Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo). Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.
Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.
Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.
Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante,
entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300
mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con
le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel
periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne
in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro
politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato.
Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro
di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta
area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno
si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare
il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti,
raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite
ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte
la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos ,
contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La
Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (
46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63
m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura
New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di
assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti.
La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi
ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare
nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene,
12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio,
in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta
a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza
sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.
Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica
della regione il sito Zapoteco di Monte Alban.
Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche,
nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di
una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi
che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme
ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu
fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento
gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo
di altri ma molto ben conservato.
Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban
ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona",
un'escursione fuori programma.
El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni
di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata
ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per
possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ).
L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete,
misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000
anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella
sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione
di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima
una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede
di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi
sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per
colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire
dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori,
ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare
questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile
ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.
Mitla
Finalmente
ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca,
la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere
apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento
sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che
conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono
decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate
di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche
nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce
esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione
di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso
lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva
utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione
di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state
rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto
umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna
della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco
stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica
mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio.
Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche
alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno
del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare
appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.
Tuxla Gutierrez
Certo
che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la
fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo
inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le
cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho
sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo
ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia
a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando
a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo
toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare
San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San
Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.
San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera
mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari
pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con
credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale
ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in
una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente
proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica
credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto
), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla
chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare
milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto
di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di
verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del
turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto
di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto
di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza
principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano
inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura
di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto
con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire
con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una
sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila.
Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni,
vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati
) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante.
Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le
loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente
agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono
invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento
di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con
abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al
colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ),
verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite
di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo
di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le
statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della
guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche
religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.
Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo
in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello
a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino
indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio
avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito
ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne.
Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani,
di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro
costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario,
ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote,
adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno
nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre
attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il
gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal
fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo
sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi
barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso
messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che
poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto
fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran
voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il
resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente
in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente
la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con
in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della
giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli
naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di
pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti
pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare
al meglio la luce che c'è in quel momento.
Le cascate di Agua Azul
Sono
uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare
al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile
recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono
cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate
si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono
a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta
armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle
risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno
non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello
affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata
la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque,
il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida
e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con
un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra
giornata.
Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo
fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non
arriverà mai.
La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque
. Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere
ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato
riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce.
La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800
a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente
a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una
minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici,
ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce
dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni
piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome
che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio
delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del
re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti
Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora
oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni.
Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le
tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle
più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi
per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente
decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente
usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e
seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate
alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed
il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune
stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei.
Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco
della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana
del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del
volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.
In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione
per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore
locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di
sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati
in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo
trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia
dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya,
di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo
popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella
parte più inesplorata della
foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di
sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne
hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente
il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la
versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della
verità narra di decenni
di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate
a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta.
All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti
artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne
la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti
come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di
varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno
paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio
Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e
Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole
barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie
partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo
su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume.
Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel,
posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere
il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo
che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la
nostra prima tappa in Guatemala.
Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.



























