Verso il popolo delle stelle
Community: Diari di viaggio e Racconti Verso il popolo delle stelle
Introduzione
Un viaggio che mi porto ancora addosso e che mi sento di consigliare a chi vuole immergersi nel variopinto fragore della vita africana!
Descrizione
Rimane nella pelle il sapore del primo incontro con l'Africa. A distanza di tempo, è vivida l'immagine che il "continente nero" imprime nell'anima. Mani e volti, architetture e paesaggi affollano l'album della memoria.
Bamako, Djenné, i villaggi Dogon, Mopti e la navigazione lungo il fiume Niger fino a Timbouctou, la leggendaria città alle porte del deserto.
Bamako: l'arrivo all'aeroporto nel cuore della notte, il caldo torrido, una sensazione di disorientamento. Poi al San Toro le note della kora, le corde sfiorate con delicatezza come si accarezza il corpo di una donna.
Djenné ci accoglie di lunedì, giorno di mercato: pagnes colorati, pezzi di sapone, burro di karité, zenzero fresco, pesce secco, mango, papaia, merci scambiate dopo lunghe contrattazioni in un vociare festante. Alla concitata animazione della piazza, fa da sfondo la grande moschea di fango, che ogni anno, dopo la stagione delle piogge, viene rimessa a nuovo. Ad occuparsene sono gli uomini del villaggio.
Per la terra dei Dogon, si parte all'alba. Sono con noi Mamadou "il Magnifico", che ci farà da interprete, e Ousmane, autista di fiducia dall'arrivo a Bandiagara. Facciamo sosta a Djuiguibombo dopo un'ora di tragitto lungo una strada sterrata, tutta saliscendi, che con i suoi colori grida la sete dell'Africa: il giallo oro dei tetti, il rosso della terra, il grigio dei massi pietrosi, il timido verde dei ciuffi d'erba sparsi qua e là. In tasca abbiamo le noci di cola acquistate a Bamako per gli anziani del villaggio, un piccolo tributo che noi toubab, occidentali dalla pelle bianca, dovremo pagare ai saggi di queste comunità.
Mi colpisce la toguna, una costruzione in pietra dal tetto molto basso. Qui, nella casa della parola, gli uomini del villaggio dirimono le diatribe. Qui non c'è spazio per gli irascibili. Qui perdere le staffe e alzarsi di scatto è un gesto di cui si pagano le conseguenze: una sonora testata contro la pietra dura induce a riprendere il controllo di sé, repentinamente. È un luogo fresco, la toguna, al riparo dalla calura. Sono appena le nove del mattino e le labbra si seccano rapidamente, la gola è arsa. Si sente la necessità di bere in continuazione. Bisogna tenere le labbra serrate per non ritrovarsi in bocca quei granelli che formano lunghe strisce rosse ai lati delle strade asfaltate.
Se la toguna è il luogo di ritrovo maschile, il pozzo raccoglie intorno a sé l'universo femminile. È al pozzo che le donne si sussurrano confidenze, dopo aver camminato per decine di chilometri con incedere fiero ed elegante, il portamento eretto che non tradisce il peso della fatica. Gli uomini seduti a sbucciare cipolle, le donne avanti e indietro dal pozzo, i figli fasciati ben stretti sul dorso. Lungo il tragitto, le madri allattano con grande naturalezza, senza interrompere il loro andare. In Africa la vita accade in strada, là dove le questioni private si mescolano allo spazio pubblico fino a confondersi.
Mentre camminiamo, decine di bambini sono al nostro fianco. Chiedono acqua, "une bic, un cadeau". Sete e cultura. Non abbiamo quasi niente da dare, eppure non si staccano di dosso. Si contendono i pezzi di pelle cui aggrapparsi. Afferrano le dita, i polsi, le braccia. Cercano e non temono il contatto fisico.
Terminata la visita al villaggio, salutiamo Ousmane. Di qui si prosegue a piedi. Il silenzio è rotto solo dai nostri passi, dall'acqua che si agita nella borraccia e da una brezza che permette di sopportare meglio la calura. Imbocchiamo un'ampia strada asfaltata che porta in Burkina Faso. Ben presto però, abbandonata la via principale, ci ritroviamo in un paesaggio lunare. Gruppi di donne avvolte in pagnes dai colori sgargianti emergono dalla terra brulla. Sul capo pesanti fascine di legna, nel corpo l'agilità di gazzelle. Su e giù per la scarpata, le natiche sode ondeggiano, non per vezzo ma per necessità.
Sostiamo una notte a Benigmato, dove da sempre convivono tre religioni. Animismo, islamismo e cristianesimo. Eppure nessuno scontro, in un paese dove quasi il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Qui le guerre di "religione" non hanno senso.
Il sole è alto nel cielo quando arriviamo a Teli, che fu teatro dello scontro tra Tellem (pigmei) e Dogon. All'ombra di una grotta, Mamadou ci narra di come i dogon arrivarono in questa piana un tempo dominata dalla foresta e da bestie feroci, patria dei pigmei, che vivevano in minuscole case abbarbicate alla roccia. I tellem distrussero il raccolto dei dogon, popolo di agricoltori, che si vendicarono accendendo grandi fuochi nella foresta per far fuggire gli animali, fonte principale di sostentamento per i loro avversari. Tagliarono quindi i frutti dagli alberi, inducendo così i pigmei alla resa finale.
Le parole di Mamadou sono offuscate dai nugoli di bimbi che si arrampicano lungo la scarpata per giocare nelle case abbandonate. Il caldo è insopportabile, ma è tempo di rimettersi in cammino. Lungo il tragitto, dei ragazzini recitano una specie di litania. A me sembra una preghiera. Invece ripassano in vista dell'esame trimestrale. Auguriamo loro buona fortuna.
È l'imbrunire, quando ci accampiamo ad Endé. Prima della cena abbiamo diritto ad una doccia: un secchio d'acqua a testa ed una tazza di plastica per versare il prezioso liquido sul corpo. Si dorme sui tetti, solo una zanzariera a separarci dalla volta stellata e la scala dogon a fare da collegamento tra la terra e il cielo. Prima di lasciare il villaggio, passiamo all'emporio del bogolan "juste pour le plaisir des yeux", come dicono da queste parti per lasciarti pensare che sarai libero di scegliere se acquistare. Difficile resistere a questi tessuti, strisce di stoffa cucite assieme e dipinte con fango misto a sangue. Infiniti i motivi decorativi che celano una segreta grammatica di segni.
Il giorno dopo, a Nombori, veniamo trascinati nella festa d'addio per un'anziana signora che lascia il villaggio. Le calebasses fanno da partitura musicale ad una danza di gruppo con qualche assolo. Si entra e si esce dal cerchio, improvvisando una sequenza di movimenti in direzione della festeggiata che osserva partecipe. Al termine del mio assolo, le donne mi fanno cenno di toccare il suolo in segno di ringraziamento.
Al rientro a Bandiagara ci accoglie Youssouf Karembé, un ragazzo dai modi gentili. Suona la chitarra e canta nella Kumo Band. L'avevamo conosciuto su internet; ci aveva chiesto di portargli un rifornimento di cd per registrare le melodie dogon. Sorride con gli occhi quando gli consegniamo il malloppo.
Costa fatica il distacco dal popolo delle stelle, ma non possiamo mancare l'appuntamento con la pinasse che ci porterà a Timbouctou. Navigheremo attraverso le acque tranquille del Niger e osserveremo lo scorrere lento della vita lungo le rive del fiume. Quattro giorni di "niente".
Incontriamo l'equipaggio davanti alla Pâtisserie Dogon, il nostro locale preferito a Mopti. Luminoso, ha tavoli e sedie in legno, qualche pianta, un dipinto ed un poster di Djenné appeso alle pareti. Alì si presenta avvolto in un turbante colorato, indossa vistosi occhiali da sole. Con lui, quattro giovani aiutanti. Partiamo, due soli turisti per un'imbarcazione che può portare fino a quindici persone. Imprevisti della bassa stagione. Lasciato il vivace porto fluviale, ci dirigiamo verso i villaggi lungo le sponde del Niger, sonnolenti come un film al rallentatore. Allevatori peul, il cappello ben calcato sulla testa, accovacciati in attesa delle mandrie al pascolo; donne che lavano i panni nell'acqua verde-azzurrognola; pescatori bozo, i corpi sodi, la pelle color cioccolato … tutti sollevano la mano in segno di saluto. I bimbi gridano a squarciagola: "toubab, toubab! Bonjour!"
Mi affascina la pesca. Passo ore a guardare il lancio delle reti. Un gesto secco, deciso, vigoroso. Poi la rete si accascia in acqua dopo essersi gonfiata in aria. Alì contratta il prezzo della nostra cena. Un enorme pesce ancora vivo, che si dimena nella ciotola argentata. È il capitaine, con cui abbiamo familiarizzato fin dall'arrivo a Bamako. "Vous êtes libres comme le capitaine dans la fleuve Niger" è il ritornello che si ripete incessante di città in città.
La carcassa di una mucca a pochi metri dalla riva mi rattrista. Penso a come si dev'essere accasciata a pochi metri dalla salvezza. Incrociamo una piroga. Trasporta vasi di terracotta. Ha una vela nera, costruita con la plastica dei sacchi dell'immondizia. O almeno così mi sembra. Non so perché, penso alle navi dei pirati.
Alì sale sul tetto della pinasse. Lo guardiamo inginocchiarsi ripetutamente verso la Mecca: è l'ora della preghiera. Poi a poppa, seduto cavalcioni, il nostro pinassier guarda le stelle, solitario, e mi indica il punto dove passeremo la notte. Mi confida sottovoce il suo sogno: acquistare un'imbarcazione tutta per sé e smettere di essere un salariato.
Costeggiamo un villaggio di pescatori bozo. Si scorgono i fuochi accesi per la cena e le sagome degli abitanti indaffarati nelle ultime attività del giorno. Anche per noi è tempo di riposo. Avvolti in variopinte coperte di lana, ci prepariamo ad affrontare la notte.
È giorno inoltrato quando sostiamo a Niafunké. Nel villaggio di Ali Farka Touré le sponde argillose lasciano spazio a dune di sabbia fine. Il deserto è alle porte.
Finalmente il porto, un taxi ci attende. 18 chilometri ci separano da Timbouctou. Lungo la strada, si stagliano i pannelli che illustrano progetti di cooperazione, appelli alla lotta contro la desertificazione ed alla prevenzione delle malattie.
Al nostro arrivo, l'hotel è vuoto. Riposiamo un po' prima di uscire alla scoperta di questa misteriosa città fantasma. Sulle prime, siamo invasi da un senso di desolazione. Si cammina a fatica. Spinta dai venti del deserto, la sabbia avanza nelle strade, nelle case. In giro non si vede nessuno. Passeggiamo verso il "pozzo di Bouctou", spazio sacro intorno a cui sarebbe sorta la città. Allontaniamo le decine di ragazzini che si offrono di farci da guida.
Depositate le scarpe all'ingresso, entriamo soli nella moschea di Dyingerey-Ber, la più antica della città. Attraversiamo i corridoi fino a giungere alla porta "segreta", nascosta alla vista da una stuoia di paglia. Di qui sarebbe fuggito un occidentale per essersi intrufolato a pregare senza essere musulmano.
Passiamo davanti alle case degli esploratori. Sulle porte d'ingresso brillano gli intarsi argentati della luna e delle stelle che illuminano la notte dei tuareg. Si cena all'Amanar. Ha il nome di una delle quattro stelle che guidano i "figli del vento" nelle loro traversate.
Il giorno seguente, di primo mattino, ci dirigiamo verso la Flamme de la paix (fiamma della pace), il monumento che sorge oggi nel luogo dove vennero bruciate tremila armi da fuoco, a sancire la fine delle ostilità tra tuareg e songhaï. Avvolti nei loro turbanti, gli uomini blu insistono per offrirci un thé alla menta. Mi fissano indicando le loro sacche ricolme di gioielli. Rifiutiamo un'escursione a dorso di cammello, ma ci concediamo quattro chiacchiere con questi uomini stanchi, che hanno dovuto lasciare la vita nomade, e si ritrovano a rincorrere i pochi turisti di passaggio.
Camminando, c'imbattiamo negli allievi di una scuola coranica. Accovacciati per terra, incidono spesse tavolette in legno, ben addossati ai muri per sfruttare la sottile striscia d'ombra. Basta un cenno del marabout: la lezione è interrotta e grappoli di bambini si mettono in posa per essere immortalati dal nostro obiettivo. Al centro, il maestro, pronto a riscuotere. Siamo a corto di monete, non ci rimane che lasciargli una banconota da 1.000 CFA.
Ancora qualche passo lungo le strade insabbiate, poi ci lasciamo rapire dal fascino di una biblioteca. È una delle tante biblioteche private che si trovano a Timbouctou, raccolte di manoscritti ordinati, classificati ed esposti con cura. Circondata dai libri, la mia mente va ai griot, poeti cantori del passato. Penso all'importanza della tradizione orale in Africa e ricordo le parole di Amadou Hampâté Bâ: "in Africa, ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia".








