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Festina lente. Affrettati lentamente  

Community: Diari di viaggio e Racconti Festina lente. Affrettati lentamente

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Gianni
Scritto da: Gianni
Località: Antananarivo
Durata: 23 giorni
Data partenza: dal 30.06.2007 al
Viaggiatori: Due
Nomi dei viaggiatori: Gianni Fornai Donatella Boscaglia

Introduzione

Il Madagascar da Tana a Ifaty accompagnati da autista privato contattato dall'Italia. Ritorno a Tana e visita di Andasibe, delle Pangalanes, Toamasina,Nosy Boraha.

Le Tappe del Viaggio

All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
All’aeroporto di Malpensa leggiamo sugli avvisi delle partenze che su 60 aerei elencati solo quello dell’Air Madagascar è in ritardo di tre ore, poi diventate quattro. Scherzo con D. : « Si va nel paese dei mora mora dove tutto è lento » Il check point lo cominciano comunque normalmente alle 17 e noi prendiamo i primi posti. L’Air Madagascar, per farsi perdonare, ci offre la cena all’aeroporto e un’altra sull’aereo. Satolli di cibo cerchiamo di dormire durante il lungo viaggio che ci attende.
All’alba scorgiamo dall’aereo una visione fantastica: tra le nubi emerge la vetta maestosa del Kilimingiaro. Scattiamo alcune foto. L’aereo fa tappa a Nosy Be, l’isola grande. La temperatura esterna è di 29 gradi. D. mi dice che abbiamo portato troppo vestiario pesante. Le rispondo di aspettare gli hauts plateaux. L’aereo riprende quota e scendiamo nuovamente a Antananarivo (la città dei mille guerrieri) alle 11.45. Sbrighiamo le pratiche burocratiche del visto pagando 13 euro a testa, affrontiamo un numero imprecisato di funzionari che mette timbri e firme sul visto. Forse fa parte del folclore come alle Hawai le corone di fiori per i nuovi arrivati. Andiamo poi a ritirare il bagaglio e, mentre D. aspetta le valigie, cerco tra la folla urlante Mahery, il nostro autista, con il quale sono in contatto dall’Italia mediante la posta elettronica da almeno sei mesi. Sta aspettando da più di tre ore. Scopro che parla bene l’italiano. Gli dico di pazientare un poco, torno da D. e commetto il mio primo veniale errore in Mada. Carico le valigie su un carrello che mi viene letteralmente staccato di mano da due energumeni che vogliono una congrua mancia per un lavoro di nessuna fatica come spingere un carrello fino all’auto. Do loro due euro che scoprirò essere una somma norme per il Mada:4800 Ariary mentre la tariffa sarebbe per due valigie di 400 Ariary. Mahery ci accompagna a cambiare i soldi e il cambio dello sportello all’aeroporto si rivelerà il più vantaggioso del Mada. Mi consegnano un numero spropositato di biglietti uniti a gruppi di 10 che inserisco in una busta e metto nella borsa. L’albergo dove il nostro autista ci porta è il Sakamanga dove per 25 euro ci danno una camera dignitosa. Mangiamo in due al ristorante con 12 euro pesce, contorni vari, dolce, birra, acqua. Ci portiamo la bottiglia d’acqua in camera e dormiamo un paio d’ore. Poi usciamo e sull’Avenue de l’Indépendence siamo assaliti e tormentati da venditori e mendicanti vari. E’ domenica e i negozi sono chiusi. Torniamo in hotel per fare la doccia e alle 18.00 Mahery viene per stabilire in via definitiva l’itinerario e i prezzi. Fatto il contratto aspettiamo l’ora di cena perché dalle 17.30 è buio. Per cena mangiamo la nota steak di zebù con patate fritte e poi andiamo all’Outcool, un bar a 20 metri sulla destra uscendo dal Sakamanga dove c’è un punto Internet e dove cercheranno per primi di fregarci presentandoci il conto in Franchi Malgasci anziché in Ariary, ma capiscono subito che non è aria. Questo tentativo di presentare la cifra moltiplicata per cinque con una moneta non più in adozione dal 2003 si ripeterà, ma fa parte del folclore del paese. Altra cosa che scopriamo sono le luci elettriche con lampadine molto basse per risparmiare energia elettrica. Per noi Italiani il semibuio è una vera tristezza. Mi sono portato una potente torcia elettrica che sarà di aiuto alla mia miopia.
La mattina ci svegliamo alle 6.45, come nostra abitudine. Alle 7.30 facciamo colazione, andiamo a pagare l’hotel e diamo un anticipo per i tre giorni durante i quali ritorneremo al Sakamanga. Alle 8.30 Mahery arriva. Gli chiedo di andare all’Air Madagascar per confermare i voli interni (mai fidarsi!), ma la fila ci dissuade e rimandiamo l’operazione al giorno in cui saremo a Fianarantsoa. Comincia finalmente il viaggio e ci fermiamo ogni tanto a scattare foto: alle donne che lavano i panni nel fiume, alle piccole botteghe artigianali lungo la strada, alle numerose risaie. Facciamo il nostro primo acquisto, un lemure di rafia. Lungo la strada sono stati posti dei casseurs de vitesse (letteralmente rompitori di velocità) che insieme alle numerose buche non permettono di superare i 50 chilometri orari. Impareremo che sulla strada un camion ha il diritto di buttare fuori strada un’auto, l’auto una motocicletta, la motocicletta una bicicletta secondo una gerarchia che solo la bassa velocità e la perizia del guidatore impediscono di procurare danni a persone e cose. Ad Ambalavao, piccolo borgo che ha lo stesso nome della città che si trova molto più a Sud, vediamo oggetti fatti di sisal (agave), ma D. compra solamente un portachiavi in pelle. Ad Ambalavao c’è una piccola cascata ed una piantagione di ravitoto (manioca) lungo la quale vediamo correre dei topi. Durante il viaggio chiedo a Mahery del Marengy (lotta malgascia), del Kabary (discorso persuasivo), e del Famadihana. Lungo la strada vediamo un’intera famiglia che porta il proprio caro avvolto in un lenzuolo per seppellirlo di nuovo dopo averlo dissepolto. Non possiamo fare foto perché è fady (tabù). Arriviamo ad Antsirabe, Antsirabe significa “là dove c’è molto sale” per le acque termali che contengono molto cloruro di sodio. Mangiamo in un bel ristorante D. e io le crevettes con il riso, Mahery le boulettes di Zebù. Andiamo al Résidence Camelia, albergo che ci ospiterà la notte, per rilassarci. Alle 15.30 abbiamo appuntamento con la nostra guida per vedere la città a piedi. Sono stato intransigente sul fatto di camminare, non so se Mahery abbia gradito…Abbiamo visitato rapidamente le Terme e visto l’hotel des Thermes. Il momento più interessante della giornata è stato quello della dimostrazione del lavoro artigianale del corno di zebù. Vari passaggi: scaldare al fuoco il corno, far uscire l’interno, tagliare con la sega il corno, molarlo, ripassare il lavoro fino a ricavare un éparvier (sparviero). Non possiamo fare a meno di comprarne uno finito e levigato ed alcune cianfrusaglie per restituire agli artigiani quanto gli avevo sottratto con lo sconto. Ci fanno anche fare una bella foto di famiglia che si aggiunge alla collezione di visi e di persone che abbiamo immortalato durante il viaggio. Il mercato dove si trova la bottega artigianale si chiama Asabotsy (sabato), quello famoso, di Tana si chiama Zoma (venerdì). Ho evitato i tagliatori di pietre perché soliti ad appioppare fregature. Non ho parlato dei 10000 pousse pousse e dei loro conducenti, i dannati della terra per parafrasare il titolo di un noto libro, anime dannate dantesche condannate dalla mattina alla sera a portare un carretto con qualche schiavista che ha fretta e che si fa servire per pochi euro al giorno. Siamo rimasti nell’hotel per la cena e per la notte mi sono messo a carne una maglia di lana cotone e sopra il pigiama un altro maglione di alpaca che poi regalerò. Ho notato, comunque, che i Malgasci viaggiano sì a piedi nudi e con le infradito, ma si coprono anche parecchio.Siamo a 1500 metri di altezza e la notte la temperatura scende a 5 gradi.
La mattina comincia presto con la colazione alle 7. Usciamo da Antsirabe e ci dirigiamo ad Ambositra dove assistiamo alla lavorazioni di legni scolpiti a mano secondo la tecnica Zafimaniry. Acquistiamo un quadro, una piccola scultura di lemure ed una scacchiera per 50000 A. (20 euro). Nel negozio più fornito ce ne avevano chiesti 65000. Aveva troppi clienti per fare sconti. Riprendiamo la strada lasciando alle nostre spalle Ambositra. Per chi percorre la strada che va da Ambositra ad Ambalavao (dove c’è il mercato) è possibile incontrare numerose mandrie spinte lungo i trecento chilometri che separano le due cittadine da mandriani a piedi nudi che incalzano le bestie per dieci giorni di marcia massacrante. Ci siamo fermati a mangiare nell’unico hotely che visiteremo al prezzo di 3 euro per 3 persone: un euro a testa, ma D. ha solo sbocconcellato del riso, mentre io ho mangiato il ravitoto con un pollo ruspante. Arriviamo, infine, a Ranomafana (acqua calda) dove fa molto freddo. L’alloggio è al Setam Lodge ed è costato per 2 notti 104000 Ariary. Il bungalow è grande e abbastanza pulito. Nel parco è possibile vedere il lemure microcebus (lemure notturno) e il fossa fossana. Incontriamo la terza etnia, i Tanala, dopo i Merina e i Betsileo. Siamo andati a fare un giro notturno con Hery, una guida parlante italiano, nella foresta pluviale dove, in una piazzola di avvistamento, è possibile vedere i microcebus, minuscoli lemuri notturni bombardati dai flash dei turisti. Il piccolo lemure è lungo 12 cm. e pesa 40 grammi. E’ apparso anche il fossa fossana al quale le guide lanciano bocconi di nascosto. E’ abituato a fare l’attore per poco cibo tutte le sere! Una gita notturna nel bosco è comunque da farsi. Si consiglia ai miopi come me di portare una forte lampada dall’Italia. La mia mi è stata utile in molte occasioni a cominciare dal bosco di notte. Abbiamo visto per la prima volta il Ravinala (albero dl viaggiatore, ma il nome significa foglia della foresta) dentro il suo habitat naturale. Il resto della vegetazione è formato da Guava che produce delle bacche rosse commestibili.. Fatichiamo, una volta tornati nel Lodge, a trovare tutte le luci. Affamati per le due ore di passeggiata ceniamo con la solita bistecca di zebù e patate fritte. A letto alle 20.
Di buon mattino, verso le 7, siamo entrati nella foresta pluviale. Stiamo cercando il lemure del bambù. Questo animale, dopo aver mangiato la pianta da cui prende il nome, che è piena di cianuro, deve mangiare terra rossa per neutralizzare l’effetto del veleno e bere acqua. Il lemure ha paura di bere l’acqua del torrente. Deve quindi utilizzare l’acqua contenuta nel bambù. A questo scopo scuote la canna e, se piena d’acqua, la rompe a metà. Notiamo nella foresta numerose canne spezzate. Mentre ci inoltriamo nella Alamando (foresta pluviale) la guida ci indica diversi tipi di felce e di orchidea. Vediamo anche le foglie dell’arancia amara con la quale si prepara un infuso simile al thé. Ci fermiamo in una piazzola con altri turisti aspettando di vedere i lemuri. Una turista americana dice: “they are going to open the cages” Non contenta ripete la frase alla guida. In verità ci sono degli avvistatori che comunicano alle guide gli spostamenti dei lemuri ed agevolano il lavoro. La nostra guida (Hery) si rivelerà particolarmente abile nel portarci nei posti adatti. Il primo lemure che avvistiamo è l’hapalemur grigio che è un mangiatore di bambù, ma à interessato solo alle foglie, mentre l’hapalemur aureus si nutre del fusto della pianta. Dal momento che, come abbiamo detto, l’animale deve bere acqua la guida ci scuote tutte le canne di bambù che trova e ci bagna con l’acqua piovana. Sarà uno scherzo ad uso vazaha. Il secondo lemure che vediamo è il microdentis (detto lo sportivo per la sua velocità). Il nostro atleta ha sonno e sta per addormentarsi. E’ un insettivoro e nell’albero dove si trova c’è un’uscita di sicurezza che gli permette di scappare. Le vie di fuga possibili sono due: in basso dall’interno dell’albero se ci sono volatili che lo perseguitano o di risalire in alto se attaccato dalla mangusta. Stiamo facendo il circuito del varibolo (mangiatori di bambù). Siamo nella foresta pluviale primaria perché il Tavy (taglia e brucia) non riesce a distruggere le radici del bambù, gli abitanti del luogo, di conseguenza, hanno rinunciato a distruggere questo particolare tipo di foresta. Successivamente vediamo il lemur rubriventer o lemure dalla pancia rossa. Alla fine del viaggio nous avons de la chance (abbiamo fortuna). Sono le 11.50 e incontriamo sette Sifaka o Propithecus Diadema Edwardi. La vista è emozionante. Mi ha fatto piacere incontrare nella foresta pluviale delle piante di vecchia conoscenza: la smilax o strappabrache della macchia mediterranea e le pittosporacee con le quali in Italia si fanno le siepi. Vediamo anche il palissandro, un tipo particolare di felce (asplenium nidis) a forma di nido dove il lemur fulvus alleva i piccoli. Ovunque troviamo il Vakona (pandanus), pianta endemica che come il ravinala seve per le costruzioni e come l’agave per i tessuti. Nella foresta troviamo i Vatulai, pietre a forma di Menhirs, pietre che per i Tanala ricordano i defunti. La guida ci racconta la storia del Fady che protegge il merlo dall’essere ucciso dall’uomo: durante la persecuzione subita in passato i Tanala si erano rifugiati in alcuni cunicoli della foresta e i nemici non li avevano cercati perché avevano collegato la presenza del merlo all’imbocco dei cunicoli con l’assenza dell’uomo. Così il merlo che aveva salvato loro la vita deve essere per sempre rispettato. Terminata una passeggiata di più di 4 ore è normale avere fame. Andiamo al ristorante Manja (la bella) dove per 27.500 A. mangiamo in tre riso, pollo, patate, acqua e birra. Tra i contorni possibili c’è il Ravitoto (a base di manioca), il Voanjobory (fagioli tondi) e la Romanzava (foglie verdi in zuppa). Subito dopo aver mangiato visitiamo le terme di Ranomafana che sono una vera desolazione. Tutto è abbandonato. Si salva solo una parte della vegetazione del Parco piantata dai Francesi. Ricominciamo il viaggio verso Fianarantsoa (là dove si impara il bene), capoluogo dell’etnia dei Betsileo, 150000 abitanti. Ricambio soldi ad un tasso meno favorevole (1373 anziché 1425 all’aeroporto) alla Banca National del Madagascar. Dovevo essere meno ottimista sulle spese. Confermiamo la nostra presenza all’Air Madagascar che ci chiede un numero di telefono per comunicare eventuali cambiamenti. Come per i taxi brousse l’Air Madagascar fa funzionare gli aerei solo quando sono pieni. Infine andiamo al Tsara Hotel che ha sbagliato a scrivere giorno di prenotazione. Ci spostiamo, quindi, al Soafia che non è Sofia (la Sapienza essendo Fianar una famosa città universitaria), ma Soa (benvenuti) a Fia (Fianarantsoa), gioco di parole di un francese. Alle 16.30 andiamo a visitare il Rova (castello) che si trova nel punto più alto della città. Il Rova è stato trasformato in Scuola Elementare. Tra la Cattedrale e il Rova veniamo circondati da dieci bambini tra gli 8 e i 15 anni. Arrivati al Castello abbiamo visto degli animatori americani che intrattenevano in giochi vari una quarantina di bambini. Chiedo ad un’animatrice quanti alunni stanno dentro una classe, ma non è in grado di rispondermi. Due dei bambini che ci hanno accompagnato ci spiegano che gli alunni raggiungono i sessanta in una pluriclasse, dato che mi sarà confermato da taxista, guide e altre persone con le quali parlerò in seguito. Nonostante tutto, i bambini del Rova parlano correttamente il francese, si esprimono sufficientemente in italiano e qualcuno in inglese. Miracoli malgasci. Alla fine, tornati sulla Piazza della Cattedrale, compriamo venti quaderni, due per bambino e li distribuiamo. I bambini si eclissano tutti meno Cristina, una quattordicenne che l’anno prossimo andrà in troisième (prima superiore) che ci chiede di comprale un quadernone. La accontentiamo, anche perché i quaderni che mi ha mostrato indicano una notevole precisione e studio attento. Prima di cena, essendo già buio alle 17.30, andiamo in un Internet Point. Quando dobbiamo pagare provano il solito giochetto di presentare il conto in Franchi Malgasci, ma faccio pentire la cassiera svergognandola davanti agli altri clienti. Parlare correntemente il francese è un vantaggio indubbio. Andiamo poi al Ristorante del Tsara Hotel che ha la fama del migliore della città. Si vede dai piatti dello chef, ma non dal prezzo: con 18 euro ce la caviamo in tre, cifra alta per il Mada, ma irrisoria per un italiano.
La mattina ci svegliamo alle 6.30. Colazione alle 7 con Mahery nel salone da thé vicino all’albergo. Colazione ottima che ci mette di buonumore (4 euro di spesa in tre). Alle 7.30 partiamo. Percorriamo una strada piena di “Varamba”, carretti usati per il trasporto delle merci. Siamo nel territorio dei Bara, poligami e noti ladri di bestiame. Ci fermiamo a vedere lavorare l’agave, facciamo una foto alla numerosa famiglia dei lavoranti e compriamo tre basi per pentole per far contenti dei poveri cristi che lavorano dalla mattina alla sera per pochi Ariary. Raggiungiamo Ambalavao dove assistiamo al mercato degli Zebù (siamo fortunati perché c’è solo il mercoledì e il giovedì). Gli animali si trovano dentro grandi steccati e i più ricchi si possono permettere di trasportarli con i camion, , mentre i più poveri trasportano a piedi gli animali su lunghe distanze. . Il traffico settimanale di zebù è stimato in circa 2000 capi. Sembra di essere dentro un film western. Altra attrattiva di Ambalavao è la fabbrica di carta antemoro. La fabbricazione di questa carta, molto pregiata, è permessa da un arbusto, l’avoha, che si caratterizza per la fibra molto solida. Assistiamo ai vari passaggi della lavorazione e compriamo un paio di quaderni ornati da fiori sulla copertina.. Partiamo poi alla volta di Ihosy, capoluogo del territorio dei Bara. Quando andiamo a mangiare in un ristorante a Ihosy, non so perché, ma Mahery ci fa togliere dalla macchina gli zaini. Si vede che i Bara si sono modernizzati e non rubano solo gli zebù. Riprendiamo l’auto e arriviamo all’Isalo Ranch. Prima paghiamo all’Angap 50000 Ariary per la visita al Parco dell’Isalo del giorno successivo. A Ranomafana avevamo già pagato 37500 Ariary l’ingresso nel Parco e 60000Ariary la guida. La guida dell’Isalo ci costerà 40000 Ariary. Per questo molti Malgasci si sono messi a studiare le lingue, i nomi delle piante e degli animali in latino. Una guida è un riccone nell’universo della povertà del paese. All’Isalo Ranch dormiamo in un caratteristico bungalow e siamo a mezza pensione. Il proprietario è un francese di più di cinquanta anni con accanto una malgascia di meno di venti: non è il primo caso e neppure l’ultimo. La fame è la fame.
Ranohira significa acqua del lemure dalla storia dei lemuri che erano andati a fare il bagno dove solo il re poteva usufruire della doccia naturale. Il villaggio è il punto di partenza per le escursioni nel Parco dell’Isalo. Dopo una buona colazione che comprendeva il pane “mofo” (fatto di manioca)e la grenadelle, succo di frutta ricavato dalla passiflora e imbottigliato dalla premiata ditta Tiko (la ditta del Presidente che ha inventato la traduzione malgascia dell’I like inglese). A Ranhoira carichiamo in macchina la guida parlante italiano Tina (nome d’arte Réné), uno dei tanti kamikaze della cultura che con un vocabolario ed un libretto hanno cercato di imparare l’italiano e, chapeau, dicono i Francesi, ci sono riusciti meglio dei nostri alunni asini che scaldano i banchi di scuola. Arriviamo ad un parcheggio a 17 Km. da Ranohira. Di lì proseguiamo a piedi fino al Canyon dei Makis (lemuri). Entriamo nel canyon e dopo la doccia del re ci fermiamo in una spiaggia bianchissima accanto al fiume. Tina va a cercare i lemuri (o ad aprire le gabbie) e poi torna a chiamarci. Quattro Propithecus verreauxi sono penzolanti da altrettanti rami di albero. Sono lemuri dal pelo spesso, ma corto e sembrano orsi polari bonsai. Se scendono a terra si muovono a passo di danza. Solite foto da posizione ravvicinata e ritorniamo. La pianura che attraversiamo è caratterizzata da una copertura vegetale povera formata da graminacee con la presenza di rari alberi pirofili (resistenti al fuoco) vista l’abitudine locale di migliorare i pascoli dando loro fuoco per far rinascere l’erba utile come cibo per gli zebù. Siamo nel territorio dei Bara dove lo zebù è tutto. Andiamo alla Maison de l’Isalo, una specie di museo dal quale si gode una vista magnifica. Pranziamo e dopo pranzo partiamo per vedere la piscina naturale. Si tratta di una passeggiata di poco più di tre chilometri con una salita iniziale. Ci fermiamo a riposare e, per caso, vediamo i primi lemuri non addestrati ai turisti, si tratta del lemur catta, dalla caratteristica coda ad anelli che cammina a due zampe e si muove a terra a circa 100 metri dal luogo dove sediamo. Li guardiamo con il binocolo e poi proseguiamo la marcia Siamo circondati da rocce di calcare e granito, scolpite dalla pioggia e dal vento, a forma conica o piramidale che come gigantesche sentinelle sorvegliano il nostro passaggio. Abbiamo l’impressione di essere in Colorado e di veder spuntare degli Indiani all’orizzonte. Possiamo turbare il sonno dei defunti Sakalava che si trovano dentro piccole caverne nei loro “lolo” (sepolture, ma il nome significa farfalla).. Dalla tomba originaria verranno spostati in tombe inaccessibili poste in alto dove i congiunti arrivano calandosi con delle corde. Ci fermiamo in un punto dal quale si ammira un magnifico panorama. Raggiungiamo poi la piscina dove almeno venti turisti fanno il bagno. La guida scende lungo la cascata e sparisce per una ventina di minuti. Maligno con D. dicendo che è andata a vedere le turiste che si levavano il costume bagnato. Durante il ritorno ammiriamo diverse piante di Vonkaka (pachypodium, specie di baobab bonsai), di kalankoe (gigantesche rispetto a quelle italiane) e di aloe. Ritornati alla nostra capanna ci riposiamo e poi andiamo a cena.
Partiamo alle 7 dopo abbondante colazione. Ci aspettano 280 chilometri di viaggio con gli ultimi 40 sullo sterrato pieno di buche. Passiamo attraverso Ilakaka, paese che conoscevo già per fama, avendolo visto alla televisione francese. Ilakaka e dintorni sono un giacimento di pietre preziose, di zaffiri che ha richiamato migliaia di Malgasci in cerca di fortuna. Armati di vanghe si alzano all’alba sperando nella fortuna, dormono in capanne peggiori di quelle che abbiamo visto di solito, mentre pochi speculatori li sorvegliano, armati di pistola, dalle costose 4 X 4 che si sono potuti comprare con i vari traffici leciti e illeciti. Successivamente ci fermiamo per sgranchirci le gambe a Sakaraha dove vediamo un mercato vero, senza turisti, ma anche senza mendicanti e venditori che importunano. Scatto numerose foto con il teleobiettivo e riprendo donne che sistemano la carbonella in sacchetti, allevatori di zebù, uomini e donne che fanno colazione in ciotole arrugginite. Siamo nel territorio dei Mahafalty. I Mahafalty lavorano tutta la vita per accumulare il maggior numero possibile di zebù in vista dei propri funerali. La famiglia, poi, per tre mesi piange il defunto ed ammazza tutti gli zebù piantandone i corni sulla tomba in pietra che il congiunto si è fatta costruire. Il risultato è una famiglia rovinata senza più la ricchezza rappresentata dal numero degli zebù ed una bella tomba in pietra visibile dalla strada numero 7 che attraversa il territorio dell’etnia. Nei pressi di Tulear cambiamo etnia ed entriamo nel territorio dei Vezo, pescatori costieri. Il loro territorio si estende da Morondova, a Nord, fino a Androka, a Sud. I Vezo usano piroghe a bilanciere e sono capaci di navigare per centinaia di chilometri per portare a casa il pesce necessario per mantenere la famiglia. Vivono in capanne formate da una sola stanza e dormono su un telo gettato per terra Impareremo a conoscerli meglio ad Ifaty per i ricordi che lasciano sulla spiaggia. Ci fermiamo all’arboreto di Antsokay prima di Tulear.Un botanico svizzero vi ha riunito piante endemiche del Madagascar. Noi vogliamo vedere le diverse specie di baobab. La leggenda racconta che gli Dei, stanchi di veder crescere in modo così superbo i baobab, li strapparono dalla terra per poi ripiantarli al contrario: le fronde ridotte in alto e il tronco massiccio danno l’impressione di radici volte verso il cielo. Il nome di questo albero significa “albero dei mille anni”. In tutta l’Africa esiste solo una specie: l’Adansonia digitata. In Madagascar sono presenti altre sei specie, delle quali la più tipica è il “fony”, a forma di collo di bottiglia, ma belli a vedersi sono la Adansonia Granatieri, il Renala e lo Za. Non fa parte dei baobab il Pachypodium (o zampa di elefante). Del baobab si utilizza la corteccia per costruire case e tessete tessuti, il legno tenero e spugnoso per nutrire il bestiame, i frutti per confezionare bevande vitaminiche. Rivediamo l’agave e l’aloe. Endemiche del Madagascar sono le Didieracee, specie arboree che possono raggiungere diversi metri di altezza. Ricordiamo tra i quattro generi provvisti di robuste spine l’Allaudia dai lunghi rami verticali e le Didieracee madagascarensis et rollii che ricordano i cactus giganti dell’Arizona. I malgasci si servono del loro legno per lavori di carpenteria. Ricordiamo, infine la Roupellina Boivini per le proprietà tossiche delle foglie, vari tipi di Euforbia e l’Adenia firirgelvensis passifloracea (che non ha nulla a che fare con il grenadelle, succo di passiflora che beviamo tutte le mattine). Non sapremo mai da dove Monsieur Tiko ricava il suo succo di frutta perché i Malgasci la passiflora (passion flower) non sembrano conoscerla. Ci fermiamo a mangiare in un ottimo ristorante tenuto da un italiano, “le jardin”, dove assaggiamo per la prima volta “la capitaine”, pesce squisito e fresco e ce la caviamo con pochissima spesa, caffè e frutta compresi. Il Ristorante non è ricordato nelle tre guide (Lonely Placet, Routard e Guide Bleu) che abbiamo a disposizione. Non è neppure citato l’Hotel de la Plage dove arriviamo dopo 40 chilometri di sterrato e 90 minuti di auto. Mahery ci saluta perché ha altri clienti che lo aspettano a Tana. Persona corretta e autodidatta, anche lui, per quanto concerne la lingua italiana, persona intelligente e affidabile. Il suo indirizzo di posta elettronica è rajaonaz@yahoo.fr e il telefono 0320459549. Deve ancora adempiere, con un cugino che ci farà da autista durante la seconda parte del viaggio, al contratto firmato con noi. Rimasti soli, cosa che non mi dispiace perché generalmente non ho mai affidato a terzi parte di un viaggio, andando incoscientemente all’avventura, Facciamo subito, prima che tramonti il sole, una passeggiata sulla spiaggia tra granchi giganteschi che ci corrono tra i piedi e palme lussureggianti. La costa Ovest del Mada non è lontana dal Mozambico, quella Est dalle Mauritius e dalle Seychelles, ma i prezzi sono un po’ diversi. Incontriamo i primi bambini Vezo, ma sono isolati e apparentemente innocui. Sfortunatamente dovremo restare una sola notte perché la notte seguente rientreremo a Tulear per prendere n tempo l’aereo che invece ha procrastinato la partenza. Perderemo così un giorno di paradiso, ma pazienza. Alle 19.00 ceniamo con brochettes de poisson e con papaia per dessert. Andiamo, poi, a dormire nella nostra capanna sulla spiaggia, a pochi metri dal mare, con davanti una magnifica palma che ondeggia al vento. Per Tulear passa il Tropico del Capricorno.
Di buon mattino facciamo la doccia ed una buona colazione e poi partiamo a piedi lungo la spiaggia per vedere le mangrovie che si trovano a quattro chilometri dal nostro bungalow. Il percorso è sulla sabbia, ma troviamo anche scogli duri e taglienti, fortunatamente non camminiamo a piedi nudi, come nostro solito, sulla spiaggia e portiamo delle ciabatte. Dopo aver visto diverse palme piene di noci di cocco arriviamo ad un villaggio Vezo. La padrona dell’hotel ci aveva detto di non dare confidenza ai bambini o alla gente del villaggio, ma non ci aveva precisato un altro particolare dei Vezo, particolare che sfugge anche alle dotte guide citate sopra. I vezo fanno la cacchina direttamente sul bagnasciuga aspettando che l’alta marea pulisca i residui fecali dell’intera popolazione. Ci troviamo a fare uno strano slalom mentre alcuni bambini ci cominciavano a chiedere i “cadeau”. Ma la maggior parte sono intenti alla toilette mattutina e D. è presa da conati di vomito. Riusciamo a fotografare le mangrovie, ma l’ultimo particolare che ci persuade a ritornare indietro è un soldato armato di mitra che sale su una piroga di pescatori. Ogni villaggio ha i suoi bravi soldati con il mitra all’ingresso e all’uscita, si dice per motivi di sicurezza, o per riscuotere una mancia dagli autisti dei taxi-brousse o dai Vazaha in difficoltà. Ma un soldato con il mitra sulla spiaggia ci sembra troppo. Mentre torniamo siamo circondati da una banda di ragazzi e ragazze incattiviti che insistono a chiederci un cadeau. Alla fine snocciolo tutte le parole malgasce che conosco e i bambini, forse pensando di avere a che fare con un vazaha pazzo, ci lasciano in pace. Più tardi, dal ristorante, vedremo una gentile signora tedesca correre trafelata inseguita da una banda di monelli. Sulla spiaggia, comunque, abbiamo trovato numerose conchiglie gigantesche e coralli bianchi che abbiamo messo in valigia dentro le bottiglie di plastica dell’acqua decapitate con il coltello e sono arrivate integre a destinazione. Con il binocolo abbiamo visto diversi turisti portati in barca e, in lontananza, la barriera corallina. Prima delle 12 abbiamo lasciato il bungalow e portato le valigie nell’albergo, mangiato e pagato il conto. L’autista, chiamato per telefono, ci ha chiesto 33 euro per portarci a Tulear, ma tenendo conto dei suoi tempi di andata e ritorno la tariffa non è poi così alta. L’albergo di Tulear si trova alla periferia, vicino c’è la stazione dei Taxi Brousse. Giriamo un poco la città, ma alle 17.30 c’è il solito coprifuoco. Dormiamo in mezzo ad una vegetazione magnifica, ma piena di zanzare che lasceranno i loro ricordi sulla mia gamba sinistra. Prendiamo, per sicurezza, ogni giorno una pasticca di malarone che, a parte la sonnolenza ed un leggero mal di stomaco, dovrebbe salvaguardarci dal rischio malaria L’hotel “chez Alain” è noto per la sua cucina, ma siamo solo 4 avventori e la cena è deludente.
Dopo un’attesa prolungata riusciamo a far colazione al “Chez Alain”. Spero che chi scrive i testi del Lonely Placet e del Routard faccia un controllo prima di dire cose inesatte quando esalta un ristorante. Solo la spesa è ridotta: 102.500 Ariary per due trattamenti di mezza pensione. Il taxi all’aeroporto, in compenso, ci costa 20000 Ariary per pochi chilometri. Abbiamo saputo che l’aereo che doveva partire alle 8.55 è stato spostato alle 11.30 e ce la prendiamo comoda. All’aeroporto entrano nella sala d’aspetto una fila di mendicanti fastidiosi. L’aereo parte e l’Air Madagascar ci regala la seconda sorpresa: per andare da Roma a Milano fa scalo a Palermo. Potrebbe essere un’idea per risanare l’Alitalia. Così vediamo dall’alto e poi dalla pista l’aeroporto di Tolagnaro (Port Dauphin) e arriviamo a Tana alle 14. All’aeroporto ci aspettano la moglie di Mahery e il cugino, come da accordi presi, che ci riportano al Sakamanga (le chat bleu, ma significa anche cercare il bene, misteri linguistici !). Usciamo per comprare due zaini in sostituzione di quelli comprati in Italia alcuni anni prima e con 20 euro ce la caviamo. Salta la luce e non possiamo usufruire dell’Internet dell’albergo, dati gli sbalzi di corrente. La sera, dopo la cena, guardiamo la televisione e ci riposiamo. Nel progetto del viaggio abbiamo inserito due giorni di “dolce far niente”.
La colazione al Saka è buona ed abbondante. Usciamo e D. cerca una parrucchiera che si trova poco più su del Saka, dopo il bar outcool (dove c’è un internet point ben funzionante). Trenta minuti di lavoro e quattro euro e ci togliamo il pensiero. Percorriamo la Araben ny Fahaleovantena, la parte della città bassa conosciuta comunemente con il nome di Avenue de l'Indépendance. Subito davanti ad Analakely (il mercato che sostituisce quello un tempo noto come Zoma) saliamo la caratteristica scalinata per vedere Kianja ny Fahaleovantena (Place de l'Indépendance), nella città alta, per antonomasia la zona più ricca di negozi della città. Un viaggiatore non deve sperare di trovare sulla carta il nome delle vie, meno quelle principali, le indicazioni si basano sulla prossimità di banche, alberghi, ristoranti, palazzi famosi. Sto cercando la librairie-loisirs che si trova nella haute ville in rue Ratsimilaho. La libreria più fornita del Madagascar è un negozietto di medie dimensioni di una cittadina di provincia. Compriamo comunque delle cartoline, un libro da leggere (chronique d’une passion malgache) e dei giornali. Guardiamo per un attimo il palazzo presidenziale e poi ci dirigiamo alla ricerca del poco noto museo delle tradizioni culturali. Una gentile commessa di un negozio dove compriamo venti penne per futuri bambini questuanti ci indica la strada. Prima del Ristorante Rossini giriamo a sinistra, passiamo davanti all’ambasciata del Giappone e davanti alla maison de la Reunion si trova il museo. Indicazioni semplici ed efficaci. Provare per credere. Il museo non è niente di eccezionale, ma un gentile impiegato ci spiega in un pessimo francese come funziona la capanna malgascia e i riti che accompagnano la crescita di un bambino fino alla circoncisione. La donna che ha partorito deve restar con il neonato nel letto per sette giorni senza uscire dalla capanna. Memore dei Vezo-popò mi sorge spontanea la domanda su dove la donna assolve a certe necessità corporali. Semplice: su una foglia di banano che funziona da vaso da notte. Il bello è che il resto della famiglia dorme accanto al letto. Ringrazio con congrua mancia il gentile impiegato e torno lungo la scalinata alla città bassa. Tra i tanti venditori uno mi offre un coltello di grosse dimensioni per 80000 Ariary, gliene do 30000 e comincio a girare armato. Sono un po’ stanco di tutta la gente che mi assale. Ma noi siamo persone civili. Il coltello è solo per sicurezza teorica. Andiamo all’outcool ed ognuno di noi due affitta un computer. Mi levo la soddisfazione di leggere le solite notizie dall’Italia, oltre che i messaggi. Rientriamo in camera e mi dedico alla lettura dei giornali e del libro acquistati. Ceniamo in modo divino al Saka e andiamo a dormire.
Alle 8.00 Léonard, il cugino di Mahery, viene a prenderci alla reception dell’albergo. Abbiamo fatto una buona colazione e siamo freschi e riposati. Abbiamo concordato quattro posti da vedere. E’ sempre opportuno essere noi a decidere. Il primo posto è la crocodile farm. Oltre che la visita (16000 A il biglietto in due) sto cercando dei portafogli di pelle di coccodrillo, ma il prezzo, rispetto al prodotto, non mi sembra allettante. I coccodrilli sono numerosi e vengono nutriti tre volte la settimana. Per il resto del tempo stanno intorpiditi a sonnecchiare al sole. Uno solo ci viene incontro e, nonostante la rete, preferiamo allontanarci. I coccodrilli del Nilo sono i più pericolosi e possono anche raggiungere i sei metri di lunghezza. Ci sono anche tartarughe gigantesche armate di rostro, struzzi irascibili e porcellini d’India. Subito dopo andiamo al mercato della Digue dove, dopo strenua contrattazione, riescono a venderci 2 portafogli di finta pelle di coccodrillo a 30000 A. l’uno. Il mercato artigianale della Digue è un’occasione per gli acquisti e sarà l’ultima chance di trovare prodotti decenti a buon prezzo. A parte che abbiamo già le valigie sufficientemente piene nonostante i vestiti regalati o lasciati negli alberghi e quelli che la sera lasceremo al Sakamanga insieme a due zaini vecchi. Andiamo successivamente al Tsimbaraza, il giardino zoologico e botanico (20000 A. i due biglietti). Si trova quattro chilometri a Sud del centro città mentre la Croc Farm era a 3 chilometri dall’aeroporto. Senza autista il viaggio che stiamo facendo richiederebbe molto più tempo ed un numero imprecisato di taxi. E’ un po’ un ripasso della fauna e della flora del Mada vista finora: lemuri, coccodrilli, uccelli di tutti i tipi. Vedere i lemuri in cattività, nelle gabbie che non si aprono, o su isolotti ci crea un senso di pena. Il lemure catta, quello con la coda ad anelli, impazzisce alla vista del guardiano che gli sta portando in canoa da mangiare e salta da un ramo all’altro dell’unico albero a disposizione, preso da un autentico attacco di nevrosi. Questi nostri lontani parenti vivono bene solamente in libertà. Non riusciamo a vedere gli Aye Aye perché lemuri notturni e perdiamo un’occasione unica, ma dovremmo ritornare la notte in visita prenotata. Mangiamo all’una in un ristorante di bassa qualità, nonostante le pretese, che si trova nei pressi dello zoo (Café d’octobre). Nel pomeriggio andiamo a vedere il museo Andafiavaratra. Una guida improvvisata con la quale tratto il prezzo della prestazione, ci racconta delle diverse regine e dei vari incroci matrimoniali che forse incuriosiscono gli abitanti del luogo, ma il sottoscritto è abbastanza tetragono alle vicende dei reali d’Inghilterra o alle corna dei politici italiani per interessarsi alle prestazioni sessuali dei regnanti malgasci. Il museo contiene pochi reperti di interesse. Bello, invece, il panorama della città visto dall’alto, specialmente il lago Anosy e l’altro lago naturale. Per godere pienamente della vista del paesaggio bisogna salire al Rova (palazzo della regina) con lo stesso biglietto del museo. L’attuale Presidente, monsieur Tiko, sta facendo rifare il palazzo con una spesa faraonica. Ma se i soldi le impiegasse per le strade e i cittadini non farebbe vivere meglio qualche milione di Malgasci? Dopo il Rova torniamo all’hotel, andiamo al lentissimo internet point e, poi, ci fermiamo in camera a scrivere e a leggere fino all’ora di cena. In camera trovo lavati e stirati dei vestiti che ho lasciato. Ottimo lavoro. Io e D. riempiamo gli zaini vecchi di magliette sudate, scriviamo sopra un cartello “caveau” perché non ci rincorrano per restituirci gli zaini ed andiamo a cena. Pollo alla griglia con patate fritte per me e tagliatelle ai frutti di mare per D. Ci rifacciamo del cattivo pranzo del giorno (45000 A.) e paghiamo solo 22100 A. Chi spende meno mangia meglio, slogan che suggerirei ai proprietari del Saka.
Saldiamo il conto al Sakamanga e partiamo alle 8.30 alla volta di Andasibe (l’accampamento è grande). Durante il viaggio abbiamo visitato la riserva di Peyrieras dove abbiamo visto tutte le specie di camaleonti possibili, ma anche farfalle come la Comète. Abbiamo scattato più di quaranta foto. La somma delle foto scattate alla fine del viaggio supererà le 400. Oltre che i camaleonti e le farfalle sono presenti nella piccola riserva le rane, tra cui quelle rosse microscopiche, vari tipi di gechi, i soliti coccodrilli,, i pipistrelli e il porcospino. Riprendiamo il viaggio e passiamo da Moramanga (facile il bene). Le costruzioni delle case sono sempre in ravinala. Lungo la strada vediamo anche numerosi operai che stanno rifacendo il manto stradale. Uno lavora e venti lo guardano. Guadagneranno poco, ma non si affaticano molto.. Arriviamo infine all’hotel Feon’ny Ala (l’urlo della foresta) dove pranziamo. Il bungalow è in una posizione meravigliosa. Davanti abbiamo un albero di euphorbia pulcherrima, da noi nota come stella di Natale con dimensioni minime. Fa una certa impressione vedere piante note in scala gigante. Tra l’altro l’albero à conosciuto come albero del Madagascar perché piegando la foglia in due questa assume la forma dell’isola. Stando seduti comodamente possiamo vedere con il binocolo dalla terrazza del bungalow tre Indri Indri. La notte ci allieteranno con il loro urlo lamentoso di richiamo. Il nostro bungalow è ben tenuto. Il complesso è amministrato da dei cinesi che sembrano molto efficienti. La Riserva di Andasibe si trova a circa 140 chilometri da Antananarivo su una vasta regione di colline coperte dalla foresta pluviale primaria alla quale si mischiano gli eucaliptus piantati dall’uomo. Ma vediamo già nel parco dell’hotel i ravinala, il pandanus e alcuni alberi di palissandro.
Ci svegliamo alle 6 e alle 6.45 facciamo colazione. Alle 7.30 partiamo per il Parco di Andasibe, noto anche come Parco di Périnet. Il permesso del Parco ci costa 50000 Ariary. Alla fine del giro di quattro ore e trenta daremo alla guida 30000 Ariary. I tre Parchi visitati, guide incluse, ci costeranno 110 euro in tutto. Il Parco conferma la presenza di vegetazione lussureggiante con numerose piante epifite, parassite e liane tra un albero e l’altro. Nei laghi che incontreremo (lago verde e lago rosso) ci sono anche numerose ninfee. All’inizio della visita ammiriamo la Camelia japonica, pianta a noi cara perché fa bella mostra di sé in uno dei nostri terrazzi a casa. Essendo inverno, in Madagascar è fiorita. Mi fa un curioso effetto, lo ribadisco, vedere piante note in un clima e in una stagione opposta a quella che ho lasciato in Italia. Più che vedere le numerose piante nuove come il Pandanus, il palissandro, il legno di rosa e l’ebano che abbondano nella foresta pluviale. Passiamo accanto ad un impianto di piscicoltura che l’esondazione dovuta al Tifone del marzo ha vuotato dei pesci (tilapia e carpa reale) che vi venivano allevati. Mentre si sente lungo la foresta l’urlo di Tartan del babakoto (l’Indri) scorgiamo su un albero un’ammucchiata di Havai Laniger, lemure notturno. Ne vedremo, in seguito, altri due, amorosamente abbracciati nel sonno, in un incavo di un tronco ad altezza d’uomo. Vediamo, infine, una famiglia di Indri. Il richiamo di Babakoto, come il gigantesco lemure viene chiamato affettuosamente in malgascio, si distingue secondo se si tratta di comunicazione, di grido di allarme o di manifestazione di amore. In quest’ultimo caso assomiglia ad un tenue sbaciucchio. L’Indri si distingue dagli altri lemuri per le sue dimensioni massicce: un maschio adulto può pesate fino a 15 chili e misurare 75 cm. di altezza. Gli esemplari che abbiamo davanti peseranno dagli 8 ai 10 chili, hanno la testa nera e la schiena bianca, sono pressoché senza coda. Saltano agilmente da un ramo all’altro e visti con il binocolo, quando emettono il famoso urlo aprendo le fauci, assomigliano molto più ad un orso bianco che ad un koala: i denti sono piuttosto aguzzi. L’animale inghiotte durante la giornata fino ad un chilo e mezzo di nutrimento proveniente da 70 specie vegetali differenti. Si tratta di frutti, di gemme degli alberi, di insetti, di larve e di molte foglie. Per questo, dopo aver mangiato in quantità, si spostano e la guida ci dice: “Vanno alla toilette”, il che, in francese, ma anche in italiano, ha un significato inequivocabile. Gli Indri aspettano che i turisti si mettano sotto di loro con il naso per aria, la bocca aperta e le macchine fotografiche ben posizionate e li bombardano con munizioni leggere (pipì) e pesanti (popò). Le avanguardie dei turisti posizionate in prima fila sono, ovviamente, formate da coraggiosi marines americani.Le seconde file, delle quali noi facciamo parte, si ritirano ingloriosamente subito lasciando ad altri l’onore di resistere al fuoco nemico continuando a scattare foto. Incontriamo, successivamente, un’altra famiglia di Babakoto. Per le guide esiste nel caso di lemuri lo stesso principio dei funghi, non bisogna andarli a cercare, ma coglierli dove sappiamo che sono. L’incontro più emozionante è con 11 esemplari di lemur fulvus che si avvicinano a noi senza paura. L’unico rumore che li fa saltare via è quello dei rami spezzati, mentre sembrano incuriositi alla vista dell’uomo. Finito il giro e pagata Marie, la guida, una donna, andiamo a pranzo.Ordiniamo due birre giganti e antipasto di pomodori, pesce e dolce. La fame è fame. E la spesa è limitata: 27.000 A. Il pomeriggio preferiamo dormire e non fare la seconda escursione programmata. Restiamo nel villaggio turistico. Andiamo a comprare dei rotolini per le macchine fotografiche nel negozio vicino e ritroviamo Marie a fare la commessa per una cooperativa di donne del vicino villaggio. La sera Marie accompagnerà i turisti in un giro notturno a vedere i lemuri notturni. Donna vulcanica e piena di energia. Noi, invece, andiamo a letto presto
Facciamo la solita colazione della quale ricordo l nome della marmellata liquida ricavata dalla “guiave”, una pianta comune in Madagascar. Il percorso che facciamo è piacevole e vediamo da un lato della strada numerose e maestose piante di Ravinala che caratterizzano il paesaggio di questa zona. Le capanne sono un po’ diverse perché costruite su palafitte. Ad un certo punto lasciamo la route numéro 2 e deviamo per una strada sconnessa che porta a Manambato sulle rive del Lago Rasoabe nelle Pangalanes. Siamo nell’etnia dei Betsimisaraka che \costruiscono particolari tombe a forma di piroga. Questa etnia seppellisce i propri morti vicino al mare, lasciando scarpe, cappelli, utensili da cucina ai piedi delle loro tombe. La presenza di croci dimostra la commistione di culti cristiani e pagani. Arrivati al lago Rasoabe aspettiamo con Leonardo la barca che ci porterà all’hotel Ony (lago), hotel che si trova alla confluenza di tre laghi: il Rasoabe, il Laokangady e il Filomo. Il battello ci porta in una quarantina di minuti all’hotel dove ci accoglie un omone malgascio. Chiedo le varie tariffe e scopro che la barca che ci ha portato fino all’hotel e che ci porterà fino a Toamasina (o Tamatave in francese) ci costerà 500.000 Ariary, 200 euro. Per vedere le Pangalanes sarebbe stato meno costoso andare a Tamatave e lì prenotare una barca per un giro, cosa che fa la maggior parte dei turisti. Il consiglio di Mahery che mi ha prenoto l’hotel si è rivelato una fregatura, ma dato che dobbiamo ballare balliamo. Pranziamo, io con il pesce talapia, e D: con les crevettes (gamberetti). Il posto è comunque tsara be (bellissimo) e il padrone, dietro richiesta, ci consiglia due itinerari a piedi, uno che porta all’imboccatura delle Pangalanes a partire dal lago Rasoabe e l’altro che ci dovrebbe portare a vedere delle piante carnivore, les nepentes, abbastanza comuni in Madagascar. Percorriamo il primo itinerario che dovrebbe avere come coronamento finale e premio la vista dei makis, Ma D. non vuole entrare nella foresta ed io riesco a vedere, oltre ad alcune capanne, solo alcuni uccellini ed un falco che ci seguirà, un po’ minaccioso, per un buon tratto di strada. Al ritorno (novanta minuti tra andare e tornare) troviamo due bambine che ci chiedono i soliti bonbons e noi diamo loro delle penne. Al ritorno al bungalow la luce non funziona e ci mettiamo a leggere seduti sugli scalini perché abbiamo steso dei panni ad asciugare sulle sedie disponibili. La sera, mentre attendiamo la cena alla reception, leggiamo che noi “golden eggs chicken”, contribuiamo allo sviluppo della scuola dei due villaggi vicini di Ampanotoamaizina e Ambodihintsina. Ritengo che il proprietario si intaschi il tutto e dia 1000 A. alla scuola, ma ogni tanto sono maligno. Ci troviamo a 72 chilometri da tamatave e questa è la distanza che copriremo in battello domani. Il nostro bungalow è comunque gigantesco. Il tetto in ravinala ha resistito molto bene alla pioggia battente della notte, così come l’insieme della struttura, forse perché le pareti sono in bambù e il pavimento è in muratura. Nonostante ciò D. la notte non dorme a causa dei vari rumori del lago, del vento e della pioggia. Io russo dormendo il sonno del giusto e dell’incosciente. Siamo praticamente isolati su un’isola (lo dice la parola) in un posto sconosciuto.
La mattina continua ancora a piovere. Il padrone dell’albergo ci vorrebbe far viaggiare su un motoscafo scoperto, ma veloce. Ci vuole persuadere che due impermeabili neri e lunghi come due tonache da prete ci eviteranno raffreddori ed influenze. Alla fine la pioggia battente convince anche lui e utilizziamo la barca coperta che ci ha portato all’hotel. Scopriamo di aver pagato il viaggio a sette persone: noi due, il padrone dell’hotel, due marinai, una donna con un piccolo bambino. I vazaha sono buoni. Il viaggio fino a Tamatave prevede, secondo gli accordi presi, una fermata al villaggio di Niaouli (alambicco). Mentre il viaggio prosegue incontriamo battelli con turisti che provengono da Tamatave. Per passare il tempo mi metto a giocare con il bambino al quale regaliamo una penna. Arrivati al villaggio ci si presenta come guida ufficiale una ragazza claudicante da entrambe le gambe e che balbetta, ma che comunque riesce a parlare francese. Un’altra, quasi senza denti, mi spiega che gli alambicchi servono per lavorare foglie di eucaliptus ed altre essenze e che le donne guadagnano ben 1500 Ariary al giorno e che oggi non c’è nessuno al lavoro perché è domenica e per l’week end è giusto riposarsi. Il fatto che queste povere disgraziate guadagnino ben 15 euro al mese mi commuove e compro dei flaconcini lasciando loro il resto. In cambio mi regalano delle piccole sporte fatte a mano del valore di 500 Ariary l’una. Entro poi nella scuola primaria, orgoglio del villaggio. L’insegnamento è diviso in due pluriclassi, una per i bambini dalla onzième alla neuvième (viene seguito il modello francese che funziona contando al contrario). L’altra classe va dalla huitième alla septième. La prima pluriclasse è composta da 26 bambini, 17 nell’altro. La scuola è formata da due locali con preti in nattes sconnesse. Alle pareti delle tavole anatomiche o delle carte geografiche strappate. Le lavagne sono graffiate e i banchi vecchi e stretti. Regaliamo tutte le nostre penne ai numerosi bambini che timidamente ci hanno circondato. L’unico che chiede una penna in regalo è un adulto al quale dico: “non sei mica un bambino”. Penso che la battuta circolerà anche nei villaggi vicini. Lasciamo con molta tristezza Alambicco e la sua povertà, le sue illusioni che si traducono nel proverbio malgascio “mamy ni aina”, la vita è bella. I Malgasci sorridono sempre. I porteurs de bagages che incontreremo all’isola Santa Maria portano dietro le spalle un altro slogan in francese: “la vie en mieux” (la vita che migliora). L’ottimismo sorregge questo popolo.. Il villaggio si trova stretto tra le Pangalanes e l’Oceano Indiano ed è diviso in due da una ferrovia sopra la quale passano rari treni merci.. Gli uomini del villaggio, salvo qualche giovane, non si vedono. Probabilmente sono pescatori. Riprendiamo il viaggio mentre, fortunatamente, il tempo è migliorato. In un punto, tra le ninfee, la barca rischia di incagliarsi. Noi scendiamo per adempiere a delle funzioni corporali (il viaggio dura dalle 9 alle 13.30). Dall’alto della riva vediamo uno stuolo di baldi giovani che mangiando canna da zucchero spingono la barca fuori dalla secca. Il proprietario li compensa tutti con ben 5000 Ariary, preso da un impeto di generosità malgascia. Arrivati a Tamatave, comunque, il Nostro ci chiama un taxi, una Renault 4 tutta arrugginita del 1901 che affonda nelle pozze della strada vicino all’attracco della barca. Facciamo gli scongiuri sperando che arrivi all’hotel che dista ben tre chilometri. Anche l’hotel è piuttosto vecchio, ma ha la luce elettrica,, l’acqua corrente e la T.V. Siamo ritornati ad una parvenza di civiltà. Chiedo alla reception dove posso mangiare perché è domenica e il ristorante dell’hotel rispetta la festività. Ci suggeriscono di andare al Bateau Ivre, ma per strada, poco prima, troviamo il ristorante Récrea dove un gruppo di baldi giovani ci rompe i timpani con la loro musica tradizionale, l’Hira Gasy. Finiamo di mangiare alle 15 con un conto di 45000 A. che rappresenta il nostro record, ma il cibo è buono e l’appetito non manca. Mangiamo il filet de poisson meunière aux achards e il pesce è il solito mérou, ma esistono altri pesci che non possiamo gustare come il rouget, la capitaine, la dorade, il perroquet e la marguerite. Prima del coprifuoco delle 17.30, tra una pozza e l’altra delle strade e tra un “crachin” (spruzzo di pioggia) e l’altro, camminiamo sulla spiaggia dove una folla di persone si diverte come può durante il giorno festivo. Notiamo, tra l’altro il solito genitore che fa fare il bagno al figlio nudo nello scarico fognario a cielo aperto che sfocia direttamente in mare e qualche coraggioso che si tuffa. Durante il ritorno ci fermiamo ad un Internet Point dove, al momento del conto, riprovano con il solito trucco dei Franchi Malgasci a farci pagare cinque volte tanto. Dico alla gentile signorina: “Sono 4 anni che i Franchi Malgasci non ci sono più e lei pensa di convincermi che ci sono sempre?”. La gentile signorina impallidisce e rettifica il prezzo, è molto elegante per le possibilità finanziarie della popolazione locale e del lavoro che fa. I soldi, in qualche modo, li deve incassare. Andiamo in albergo e rispettiamo il coprifuoco prima che i numerosi conduttori di pousse pousse ci travolgano offrendo le loro prestazioni o che l’acquazzone ci infradici dalla testa ai piedi.
La leggenda malgascia racconta che Radama Primo, scendendo per la prima vola dagli altipiani al mare, avrebbe esclamato assaggiando l’acqua: “toa masina” (è salata). La città è bella, ma diverse strade sono impraticabili, piove come a Londra e i conduttori di pousse pousse dicono a mia moglie che li ignora: “fuck you” senza tenere conto che uno li può anche ammazzare di botte vista la differenza di taglia tra il sottoscritto ed un malgascio. Di buon mattino, dopo una colazione spartana all’hotel, percorriamo la città in lungo e in largo in attesa dell’apertura dei negozi e dell’Air Madagascar che raggiungiamo, sotto la pioggia battente risalendo da Boulevard Joffre e svoltando a sinistra, all’altezza della piazza, subito dopo i grandi magazzini Store. E’ la seconda volta che confermiamo dando i numeri di telefono di tutti gli alberghi. Successivamente andiamo alla libreria Fakra di Boulevard Joffre per comprare altre penne per i bambini. Riandiamo a cambiare degli euro per essere sicuri di non trovarci in difficoltà a Nosy Boraha, nostra prossima tappa. Riandiamo sulla spiaggia dove godiamo un po’ di sole che è tornato a splendere, ma frotte di venditori ci individuano e ci costringono a ritornare all’albergo dove ci sediamo ai tavolini che si trovano davanti all’ingresso, zona riservata agli ospiti e vietata agli estranei. Beviamo il solito grenadelle, fiore della passione, che, secondo le mie nozioni, ha un effetto tipo camomilla e poi andiamo al ristorante La Vérande. Ottimo pranzo. Prima di salire in camera concordo con un taxista il viaggio del giorno dopo e la partenza dall’albergo alle 6.15. Dormiamo fino alle 16 e poi andiamo all’Internet Point dove, al momento del conto, una commessa ci riprova, ma quella del giorno prima la blocca dicendole che non è aria. Prendiamo, poi, un altro aperitivo e ceniamo all’hotel Joffre. Prima di ritiraci in camera dove la luce elettrica ci permette di leggere e la T.V. di rilassarci concordo la colazione alle 6 dell’indomani con il personale.
Sveglia alle 5.30, colazione alle 6.00 e autista puntuale alle 6.15. Questa è organizzazione. L’autista parla bene il francese e discutiamo dei problemi della città e di viaggi durante il breve tragitto all’aeroporto, dove la fila in attesa è normalmente lunga, la bilancia per pesare i bagagli arrugginita come quella di Tuléar, il peso dei bagagli sempre uguale nonostante i vestiti lasciati nei vari alberghi (saranno i souvenirs che compensano il peso). Cerco un posto dove lavarmi le mani perché il denaro malgascio di piccolo taglio, forse per gli eccessivi trasferimenti da una mano all’altra, puzza, contrariamente al detto latino: “pecunia non olet”. L’aereo impiega trenta minuti per portarci all’Isola Santa Maria, Nosy Boraha. All’arrivo i soliti facchini tentato di impadronirsi dei nostri biglietti per ritirare i bagagli in quanto, novità, i bagagli ci vengono dati individualmente dietro consegna del tagliando che individua le valigie. Ci aspetta l’autista del taxi dell’albergo che, insieme a due Belgi, ci porta su una 4X 4 all’hotel. Arrivati all’hotel ci viene proposto di andare il giorno dopo a fare un giro in barca per vedere le balene con la gobba per la modica cifra di 180.000 A. in due, più, scopriremo, l’acquisto di vari accessori necessari per il viaggio. Accettiamo non convinti e ci spostiamo, a piedi, tra un crachin di pioggia e l’altro, al villaggio capoluogo dell’isola, Ambodifotatra, che si trova a due chilometri e mezzo a Nord dell’albergo Libertalia. La pioggia diventa molto forte e ci ripariamo sotto una tettoia. Vediamo la maggior parte dei nostri compagni di viaggio dell’aereo girare, tutti bagnati, per il villaggio che è asfaltato, mentre la strada che abbiamo percorso dall’albergo al capoluogo è piena di buche colme di acqua dove affondano le ruote delle automobili I locali non si preoccupano di infradiciarsi le scarpe perché viaggiano o a piedi nudi o con le infradito. Le auto inquinano l’aria con gas di scarico micidiali. La più recente avrà venti anni. A pranzo al Libertalia siamo pochissimi, comunque la struttura è piena. Il pomeriggio io dormo e D. scrive. Camminiamo un po’ nei paraggi e vediamo granchi giganteschi che scavano buchi enormi pari a quelli che lascia il palo di un ombrellone. Vediamo tornare dalla gita in barca i malcapitati cui è toccato in sorte il viaggio in mare, infradiciati ed infreddoliti. Scuotiamo la testa sui propositi per il giorno dopo. A cena siamo in una ventina, noi mangiamo l’anatra all’arancia. Alle 20 siamo a letto sotto un’immensa zanzariera un po’ polverosa.
Facciamo un’abbondante colazione alle 8.00. Decidiamo che la pioggia battente sconsiglia altamente un viaggio in barca. Dico al proprietario dell’albergo che, secondo la mia esperienza, pioverà tutto il giorno. Dieci minuti dopo, mentre siamo già per strada verso Ambodifotatra, il sole esce dalle nuvole e la vita cambia aspetto, anche se come marinaio non ho fatto una bella figura perché tutta la giornata vedrà un sole splendente, cosa rara per l’isola. Decidiamo di andare all’isola aux Nattes. Fermiamo a volo un taxi e contrattiamo il prezzo a 18.000 Ariary. L’autista è in vena di parlare, mi descrive la scuola materna privata del figlio (tutti scelgono la scuola privata appena hanno quattro soldi) e mi racconta che vuole imparare l’italiano. Gli do alcuni consigli, da ex insegnante di lingue, e mi è molto grato. Usa un libro per studiare l’italiano impostato male, credo che sia l’unica pubblicazione di questo tipo esistente nel paese, l’ho già vista in libreria. All’arrivo alla punta Sud dell’isola un baldo giovane che ci aveva inseguito in motorino batte tutta la concorrenza urlando che quei turisti sono suoi e ci fa accomodare su una piroga. D. non è molto sicura e siede dietro a me. Le annuncio che da un buco zampilla un po’ d’acqua. “Mettici un dito” mi urla. Così, con un dito sul buco, sbarchiamo a. Nosy Nanto, nome malgascio dell’isola, che è semplicemente splendida con la sua vegetazione lussureggiante e i numerosi villaggi di pescatori. Vediamo sulla spiaggia una donna che spacca gusci d’ostrica con una pietra per trarne la parte edibile, bambini che fanno il bagno in acque color turchese e trasparenti, altre donne che pescano sulla riva di spiagge non toccate dall’uomo con il cemento maledetto, conchiglie gigantesche, residui di barriera corallina. L’unico aspetto negativo sono alcuni bungalow squassati dal tifone di quest’anno. Alle 12.20 ci fermiamo a mangiare “chez Tity”, dopo aver percorso un buon tratto delle spiagge dell’isola ed essere tornati indietro. Nell’attesa della cottura del pesce, finalmente “la capitaine”, beviamo birra fresca con il mare che quasi lambisce il nostro tavolino collocato sotto un riparo di foglie di ravinala seccate. La capitaine è quasi un chilo, pesce freschissimo e cotto bene. Il buco nero dei sapori, direbbe un mio amico amante dell’astronomia. Se fossi un poeta scriverei un inno alla capitaine, ma i miei limiti mi impongono solamente di mangiarlo e gustarlo. Giriamo un poco “chez Tity” i cui bungalow portano nomi di filosofi. Quello visto da me è enorme e non ha un bagno, forse è per chi lavora nel complesso. Gli altri bungalow sono più piccoli, hanno il bagno, ma non ho visto luce elettrica. Ideale per una vacanza tranquilla lontana dal mondo. Alle 14.15 troviamo Joseph, il nostro rematore, che ci aspetta con una canoa senza buchi, forse l’altra è affondata nel viaggio di ritorno all’altra riva. Il percorso è breve e costa 4000 A.. Troviamo anche un altro taxista che ci rapisce e ci porta al Libertalia dove ci fermiamo a riposare alla fine del ponte privato che collega la spiaggia ad un isolotto in mezzo al mare. Torniamo al bungalow e, quando fa buio, guardiamo in silenzio le lucciole che volteggiano intorno a noi, spettacolo della nostra infanzia, visto che l’inquinamento le ha distrutte tutte in Italia. Verso le 20.30, dopo la cena, andiamo a letto. L’albergo ci costa 54.000 A. a notte.
La mattina mi sveglio alle 6.30 e butto D. giù dal letto. Voglio tornare alla “ville” (2000 abitanti) e non sprecare tutta la mattinata. Ambodifotatra ha diverse botteghe con vendita di artigianato locale ed un piccolo mercato. Sono tutti gentili, non ci sono mendicanti e venditori d’assalto, né bambini ossessionanti con le loro richieste. Gli abitanti hanno imparato che il turista ben trattato ritorna, anche se rimane una “gallina dalle uova d’oro” o un portafoglio da vuotare. Alle 11 arriva il taxi che è retto insieme con il filo di ferro e parte unendo insieme i fili dell’accensione. L’autista ha la faccia tosta di chiedere ad un’altra persona se vuole salire sulla sua carcassa ambulante. L’aereo è in ritardo di trenta minuti, ma siamo abituati. A Tana, all’aeroporto, ci aspetta con il solito cartello il taxista inviato da “chez Jeanne”. Tutte le prenotazioni le ho fatte via Internet e tutti sono stati precisi al secondo. All’hotel che si trova a Talamaty, a quattro chilometri dall’aeroporto, possiamo utilizzare finalmente un computer con la linea ADSL. La camera è una piazza d’armi con la luce. Usciamo per girare il mercato locale, poi torniamo, ceniamo e andiamo a letto.
Il nome della cittadina significa “dove il mercato non c’è più il martedì”, talata significa martedì. Si trova tra Tana e Majunga. Abbiamo prenotato un taxista per portarci al mercato di Analakely. Torneremo con lo stesso autista alle 12.00 (24.000 A: andata e ritorno). Siamo tornati a Tana per gli ultimi acquisti. All’albergo, una volta stabilito il conto totale, mi cambiano tutti gli Ariary rimasti, me ne lascio 15200 per ogni evenienza. Stesso tasso dell’aeroporto, solo che mi danno biglietti da 10 e 20 euro che le banche non cambiano. Lascio varie mance per l’alzata del mattino Alle 16 viene a trovarci Mahery con la moglie e la figlia, beviamo qualche cosa insieme e ci salutiamo. Ceniamo e poi andiamo a letto presto.
Veloma Tahin’Andriamanitra (Arrivederci, che Dio vi benedica), così suona in malgascio il God bless you degli Americani. Sveglia alle 3.30, 4.10 colazione, 4.30 taxi, 4.45 aeroporto e check-in con i primi posti dell’aereo (potrò stendere le gambe quanto voglio), Alle ore 6.45 partenza. Un po’ di ritardo. Ci propinano i soliti due film dell’andata “Catch and release” e “Music and lyrics”. Per quest’anno il cartellone della Ditta non propone altro. Mi leggo l’intero Nouvel Observateur e arriviamo a Milano alle 18.00. Cerchiamo un albergo vicino alla stazione, ceniamo a base di pizza e birra fresca alla spina e poi andiamo a dormire. La notte D. dorme pochissimo per il caldo.
Ci alziamo alle 7.00. C’è lo sciopero dei treni e torniamo a casa con due ore di ritardo. Mi devo scusare con l’Air Madagascar quando ne ho parlato male per i ritardi. Il proprietario dell’albergo di Milano non ci rilascia la ricevuta e alla stazione mi vogliono fregare il resto. Mi devo scusare con quelli che mi facevano i calcoli in Franchi Malgasci. I piromani hanno distrutto mezzo Sud, in particolare la Puglia, con il fuoco. Mi devo scusare con quelli che praticano il “tavy”. Bevo finalmente un cappuccino e mangio una brioscia italiana e di questo, come della pizza della sera prima, non mi scuso con nessuno, perché a casa ci cucineremo un’ottima pastasciutta al sugo di pomodoro. Siamo tornati in Italia.
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