GIAVA, BALI, LOMBOK
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Introduzione
GIAVA, BALI, LOMBOK, un viaggio fai da te, tra il caos delle città giavanesi,la meraviglia del vulcano Bromo, le bellezze naturali di Bali e Lombok e della loro forte spiritualità, in compagnia di mia figlia Katia di nove anni, della sua amica Noemi di 11, di mio cugino Marco e di sua moglie Tunde.
Le Tappe del Viaggio
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.
Partenza Poggibonsi 19,45. Il treno notturno Firenze-Monaco è un ferro vecchio, caldo, pieno di gente, dentro e fuori gli scompartimenti. Dorme solo Katia e Noemi, noi grandi….facciamo finta..Arriviamo a Monaco alle 6,30, colazione in stazione, schifosa…un litro di caffè in bicchierone di cartone. Prendiamo la metro per l’aereoporto..la sosta per salire è brevissima e con i bagagli non ce la facciamo ad entrare tutti insieme..io e le bimbe aspettiamo il treno successivo…come inizio non male…
L’aereo della Qatar Airways decolla in orario alle 12,30, è ottimo. Il tempo passa facendo videogiochi al computerino fissato sullo schienale del posto davanti e mangiando…siamo a Doha (Qatar) sono le 19,00 c.a ,ora locale, del 1 agosto.
Ore 00, 40- Altro aereo, destinazione Jakarta comodo anche questo…ci danno cuscino e copertina per la notte e poi calzini, mascherina e tappi per le orecchie..riusciamo a dormire un po’. Fa scalo a Singapore (sono le 13,00) noi restiamo sopra per ripartire dopo un’ oretta. Finalmente verso le 16,00…airport Soekarno – Hatta International…il bagaglio? Tutto ok. Taxi formato Big e via per Hotel Arcadia (un Ibis pure in Indonesia). L’Hotel è bello, la città infernale…si capisce subito.
Ceniamo al Papa Caffe’nel quartiere di Jalan Jaksa, a detta della guida una delle zone più vivibili…in effetti meno macchine e meno grattacieli ma il resto…insomma è un bell’impatto. Il posto è all’apparenza infame..la tovaglia è piena di buchi e non c’è molta luce, ma il cibo è buono (per me riso fritto con verdure e pollo/ nasi e ayam goreng, Kati pesce barbecue) per 4 eur...è l’unico posto dove siamo stati in compagnia di indonesiani e non di soli turisti.
Alla scoperta della city: Jakarta. Simbolo della città: un enorme fallo, il lingham di tradizione induista legato al culto di Shiva, è la Colonna di Monas, alta 137 m , svettante al di sopra dei grattacieli per farsi ben vedere, posta in piazza Merdeka assolatissima, in un giardinetto in stile ancora fallico..fiori di plastica a raffigurare il ”completamento”.
All’ interno c’è la dichiarazione d’indipendenza del 17 agosto 1945 firmata dal Presidente in una teca finto oro.
Dopo un giretto al museo sotterraneo che ospita plastici di riproduzioni fedeli di episodi storici e di vita comune dell’ Arcipelago, ci spostiamo verso la parte vecchia e d’impronta coloniale della città, a bordo dei mitici bajas…delle specie di apetti a tre ruote in avanzato stato di vetustità, arancioni, rugginosi e dannatamente inquinanti.
Sfrecciamo a bordo di questi mezzi nel traffico con una puzza da togliere il fiato e per 30.000 rp arriviamo a Piazza Fatahillah. Visitiamo il museo delle Marionette..il responsabile, anche attore, ci fa vedere un mezzo spettacolino…e alla fine, enorme fregatura..ci spilla 200.000 rp come niente fosse. Fa caldissimo, ci concediamo, forzando tutte le norme igieniche di base, un succo di frutta con ghiaccio e Katy latte freddo al Caffè Batavia (ex nome di Jakarta). E’ uno spettacolo di posto: vecchia villa coloniale olandese ristrutturata molto bene peraltro…all’ interno scalone, foto ovunque di tutti i personaggi attori, politici.. passati di lì, ce ne sono anche in bagno…non ho resistito e il cesso è stato immortalato in un clic. Vedere per credere!
La periferia della città è uno strazio: casupole accatastate a ridosso dei binari ferroviari, miseria e cumuli di immondizia.
Seguiamo il canale, fetido a dire il vero, verso il porto antico, c’è ancora un ponte levatoio in legno di stile olandese e una torre di avvistamento. Alle sette ceniamo in questa parte della città al Raja Kuring, ristorante gestito da cinesi, bel posto, pulito, buonissimo cibo indonesiano, clientela cinese e giapponese. Spendiamo più del doppio della sera precedente ma con 9 eur ci portano pesce fritto, al barbecue, granchio ostriche e per finire una composizione artistica di frutta.
Pensiamo di andarci di nuovo al ritorno da Lombok durante lo scalo in città….ma non sarà possibile (bella differenza con il Mc Donald dell’aereoporto dove invece ci fermeremo).
Treno super lusso-classse exekutif – per Yogyakarta come stare in aereo, hostess comprese. Arriviamo alle 16,00, taxi e via alla ricerca dell’hotel, intenzionati a fermarci 4-5 notti. La Lonely suggerisce tra tanti, l’Hotel Batik II, ci andiamo, vediamo le stanze e le prendiamo. Piccoli cottage immersi nel verde di un bel giardino con una piccola piscina, la camera è passabile il bagno quasi da brivido, una tendina al posto della porta e la vasca affatto pulita.
Fanno la loro uscita dalla valigia, zampirone e amuchina per lavarsi i denti. Ceniamo al Superman con 6 eur, Lonely e Routard lo consigliano soprattutto per la loro specialità che sono pamcake alla banana…buone in effetti. L’incontro con Yogya di notte è un caos, nella via Malioboro non si capisce dove abiti la gente (forse solo per strada) sui due marciapiedi che la fiancheggiano: da un lato è un susseguirsi di banchetti che vendono camicie, ciabattine magliette e niente più e dall’altro warung, specie di ristoranti da strada dove, su tavoli bassissimi, si mangia ciò che viene cucinato su dei bracerini ( i sate per es. piccoli spiedini di carne con salsa di arachidi) stando seduti su stuoie.
La via è intasata di veicoli, auto, scooter, carrozzelle con cavallo e bekat una specie di bici che spinge un calessino a due posti. Andiamo a dormire per scoprire con la luce del giorno l’altro volto di questa posto.
Visitiamo il Kraton, palazzo del sultano a dire il vero niente di che, padiglioni aperti dove assistiamo anche a una danza tipica accompagnata dal suono del gamelan, un orchestra composta da una ventina di elementi che suonano strumenti a percussione…dong dong dopo un po’ non ne possiamo più..ci allontaniamo. Sono tutti anziani i musicisti, seduti gambe incrociate per terra che battono sui loro strumenti di legno carichi di orate decorazioni.
Nel palazzo c’è un museo di reliquie, alcune veramente banali del sultano (vedi attrezzi da cucina), le carrozze usate dalle principesse e più oltre il Water Caste, vasche-piscine dove il sultano e le concubine si divertivano.
Il sultano dall’alto di una finestrella sceglieva sotto quella preferita lanciando un fiore e poi si appartava…la guida ci dice che l’attuale sultano, che occupa tutt’ora alcune parti del palazzo, non ne fa più uso. Più oltre visitiamo la moschea sotterranea, scavata nella roccia e visibile da fuori solo per la piccola cupola.
Ci inoltriamo per le viuzze di questa cittadella cinta tutt’intorno da un muro (una specie di città proibita pechinese,un paese tranquillo dentro una città caotica) in cui vivono e lavorano per il sultano circa 5.000 persone.
E così arriviamo al Market bird, uno spettacolo!!! Gabbie di ogni tipo, mangimi di riso e formiche, grilli, uccelli colorati, pipistrelli, piccoli varani.
Compriamo due piccoli uccellini per 10.000 rp, meno di 1 usd, che le bimbe liberano poi nel cortile del palazzo del sultano sotto un ficus benjamin gigantesco dopo aver espresso un desiderio. Dicono sia di buono auspicio. Vicino anche il mercato del pesce..cioè dei pesci da acquario…ce ne sono di ogni tipo e colore.
Siamo stanchi, rientriamo in albergo per un bagnetto ristoratore in piscina, doccia cambio di abito e cena al ristorante Bladok, in Jalan Sosro, bene direi..Katy prende cordonbleu e patatine tutta contenta. Nota: l’intestino sta facendo del suo meglio e resiste! Domani Borobudur-partenza alle 7,00 dopo colazione.
Andiamo in taxi con autista per 160.000 rp, circa 16 usd in 5, pochissimo. Il sito è di una bellezza unica, situato in una posizione superba in una conca con i monti intorno e il vulcano Merapi sullo sfondo.
E’ una costruzione a gradoni con grandi statue del Buddha poste dentro nicchie (stupa) in varie posizioni ( con la mano sul ginocchio in atteggiamento che dissipa la paura, o volta verso terra, o giunte in grembo) a seconda della direzione cui sono rivolte, verso est..ovest…L’intera costruzione è di pietra lavica, scura, un grande mandala di pietra.
Girando intorno ci sono bassorilievi fittamente decorati raffiguranti varie fasi della vita di Siddharta Gautama-Buddha.
Nel museo archeologico, una serie di foto prima dei lavori di restauro durati una trentina di anni che hanno riportato la struttura all’originario splendore diventando un sito Unesco, patrimonio dell’ umanità.
Per entrare e uscire “combattiamo” è il caso di dirlo, con tutti i venditori di ninnoli che assalgono i turisti e passare attraverso una serie di banchetti, un percorso obbligato come per l’uscita dall’autogrill. Più avanti il Tempio di Mendut al cui interno si trova una statua di Buddha alta tre metri non nella tradizionale posizione del loto ma con i piedi appoggiati a terra, all’occidentale.
Fa gran caldo in questo spiazzo ma l’ombra di un secolare, enorme beniamino, ci rinfresca un po’. Dai rami pendono tante liane come quelle di Tarzan.
Rientriamo in Hotel per andare poi in un villaggio vicino a Yogya, Koda Gede dove viene lavorato l’argento e facciamo acquisti (un anello io e anche per Katia).
Per tornare in città prendiamo una carrozzella trainata da un povero cavallino che sembra esausto, ma i tre km percorsi sono piacevoli. Ogni via ha una specificità nei negozi, in una che attraversiamo ad esempio ci sono solo agenzie di pompe funebri…ma non poco visibili come da noi. Qui le bare sono esposte sul marciapiede una accanto all’ altra…appena appena inquietante.
A cena all’ F.M. Cafè (solo turisti) in via Sosro si mangia..piccanto!..molto piccanto! . Domani altro giro.
Oggi Prambanan altro sito Unesco, bellissimo dedicato alle divinità induiste.
Ci sono 6 candi (templi) , 3 principali dedicati alle divinità maggiori, Brahma, Shiva e Vishnu, e tre ai loro portatori, Candi Garuda, l’uccello portatore di Visnu, Candi Nandi cioè della mucca ( spiegato il motivo della sacralità di questo animale) cavalcatura di Shiva e Candi Angsa (cigno) di Brama. E’ immerso in un ampio parco dove nel raggio di 1 km ci sono altri tempi minori in verità un po’ malandati. Il posto è comunque molto bello e alcune famiglie di cervi lo hanno adottato per viverci.I templi sono tutti a forma di spiga di grano con camere all’ interno dove si sarebbero dovute ammirare le statue delle divinità ma il tutto è in restauro. Anche qui gli esterni sono fittamente decorati con bassorilievi.
Nel pomeriggio ci buttiamo nella calca del mercato Beringharyo per fare acquisti e dopo snervanti (per me) contrattazioni prendiamo sciarpe di seta a 15 usd e un sarong a tubo per me…mi faccio spiegare come indossarlo, è semplice basta entrarci dentro, un paio di pieghe, avvolgere in vita ed è fatto..e non cala!
La cena è spettacolare in un ristorante consigliato da Routard vicino all’ aeroporto, il Gadjh Wong, strutturato a più livelli con diverso intrattenimento musicale. Noi scegliamo la sala con l’orchestra di gamelan che con i suoi suoni bassi ci intrattiene per tutta la cena.
Fotografato un piatto, troppo bello, anatra affumicata con salsina e verdure,una scultura. Il posto è da ricchi e il tassista fa il suo gioco facendoci pagare di più del dovuto. Pazienza..merita comunque andarci.
Oltre al conducente c’è un aiutante in cima e in fondo, il primo non fa che gridare dal finestrino per far strada al pullman l’altro chiama le fermate all’ autista battendo sulla sbarra del finestrino, tutto un gran vociare. In più ad ogni fermata sale un cantante che dopo aver raccolto due soldi scende alla successiva per lasciarne salire un altro.
Molto allegra l’atmosfera senza dubbio! A Solo andiamo a vedere il palazzo del Sultano Mangkunegaran il settimo o l’ottavo della dinastia, non più in carica, conserva solo il titolo e ora fa l’imprenditore seguendo varie attività. Qui in un padiglione aperto assistiamo a danze accompagnate da gamelan, eseguite dalle allieve della scuola, una danza che, come ci ha detto la guida simula la toilette delle signore.
Tra loro pure un’americana peraltro non meno brava delle altre.
Il palazzo è discreto, bel patio con colonne e decorazioni sul soffitto suddiviso in sette parti di diversi colori a indicare i peccati capitali. Poi stanze con reliquie del sultano e con i doni ricevuti dai capi di stato di diversi paesi, spade, pugnali, vasellame, poi una sala con le carrozze e una con le collezioni di orecchini e anelli della principessa.
In una teca vedo per la prima volta per me, una specie di silicio con annessa serratura e chiave per “pisello” , un cappuccio d’oro in cui l’attributo del re veniva rinchiuso dalla regina durante i lunghi viaggi. Buon metodo deterrente, no?!..Ci dirigiamo poi al Kraton, come quello di Yogya interamente circondato da mura, una cittadella dentro la città ma non possiamo entrare..già chiuso.
Il guardiano ci fa passare nello spiazzo antistante l’ingresso dove ci sediamo per un po’ e lui pazientemente aspetta che ci alziamo senza proferire lamentele.Santa pazienza indonesiana! Il viaggio di ritorno si fa a bordo di un pullman scassato, caldo e sporco..l’idea dei pidocchi non è da escludere e così tutti i capelli raccolti nel cappello..è andata bene per fortuna!
Solo ha un aspetto più vivibile di Yogya ma le vie sono lo stesso intasate, marciapiedi occupati dai carretti che vendono cibi, i più disparati mezzi di locomozione, immondizia, macerie, casette scassate..il tutto tra gli indonesiani pazienti e silenziosi..bella gente.
Per cena la scelta è caduta sul ristorante Bladok, ancora solo turisti, cenato bene con 10 usd…e con questa lasciamo Yogya..domani partenza per Surabaya in vista del vulcano Bromo.
Passiamo tutto il giorno in macchina per fare poco più di 300 km di strada statale piena di buche con traffico anche pesante e un autista poco audace…uno strazio e con il bagaglio che a tratti precipita addosso a me che sono dietro. Il fuori sempre lo stesso: paesi intasati, casupole bancarelle. Più avanti campagna verdissima risaie allagate perfette, quasi finte e piantagioni di canna da zucchero.
Qui le abitazioni sono più carine, basse con entrata singola…la porta d’ingresso si apre sul salotto dove c’è l’immancabile televisione accesa e spesso, come si vede dall’ auto passando, trova posteggio anche lo scooter, bello! un motorino in salotto! Finalmente si arriva a Surabaya, è già buio, ci facciamo portare al primo albergo scelto dalla guida, c’è posto è un po’ caro ma prendiamo lo stesso le camere per due notti.
L’Hotel Tunjungan è a quattro stelle, in Plaza Tunjungan vicino a un mega centro commerciale, è bello, lussuoso in apparenza…ma nel dettaglio si perde. La nostra stanza è enorme: c’è una zona giorno con divano e poltrone e separata da un mobile, la zona notte con due letti grandi televisione, aria condizionata. C’è pure la piscina a tetto..un centro benessere, negozi ristorante…
Siamo stanchi e mangiamo al Mc Donald di fronte…stesso cibo di ogni Mc, Bic Mac, patatine, cocacola
Lungo la via ci imbattiamo in un sottomarino “parcheggiato” il Pasopati aperto alle visite.
Ci andiamo, è strettissimo, basso pieno di attrezzature e strumenti di controllo..sembra impossibile che tanti uomini abbiano potuto viverci a lungo e per di più sott’acqua.
Un taxi ci accompagna poi allo zoo. Non è tenuto benissimo ma ci sono tanti animali e sembrano in forma. Le bambine sono contentissime, anche perché è possibile avvicinarsi molto ai recinti e vedere da vicino gli animali, impensabile nei nostri zoo. Così hanno toccato cammelli, dato da mangiare agli elefanti, visto leoni a un metro di distanza, enormi testuggini, uccelli multicolori pesci e rettili.
Al ritorno immancabile sosta al centro commerciale Tunjungan, il più grande di tutta l’Indonesia, c’è veramente di tutto, poi bagno in piscina dalla cui terrazza si domina la città e poi cena in un ristorante cinese vicino alla stazione.
La scelta non è facile, il menù è scritto in indonesiano e cinese..ci affidiamo alla cameriera che ciancica un po’ d’inglese e mangiamo bene. La pancia stasera protesta un po’ speriamo bene perché domani c’è la partenza per il Bromo.
Alle 10,00 partenza in auto per ‘Ngasari, penultimo paese prima del vulcano. La strada salendo verso la montagna si fa interessante: molta vegetazione da cui fanno capolino belle casette basse; l’autista ci fa notare che spontaneamente, sui bordi della strada, crescono le stelle di natale, alte qualche metro, e poi alberi di chiodi di garofano e del pregiatissimo tek.
Arriviamo allo Yoschi Hotel verso le 16,00 l’aria è frizzantina ci vuole la felpa e il kway. Ci assegnano due cottage deluxe il nr.1 e 2..hanno anche l’acqua calda. Tutti di legno immersi in un bel giardino pieno di piante, palme, banani, bambù, aloe e altre ancora, arredati in stile cinese..tendine, ventagli alle pareti. C’è una pace assoluta tutta da godere..ceniamo al ristorante e via a dormire, alle tre sveglia per l’escursione al Bromo con la Jeep.
12 agosto. Il toc toc alla porta ci avvisa della partenza. Io e Katia indossiamo i vestiti pesanti portati apposta, pile, calze di lana sotto i jeans, giubbotti, sciarpa e via sulla jeep in direzione Penanjakan dove si dovrebbe godere dello spettacolo dell’ alba sull’ enorme caldera che al suo interno ospita i coni di 4 vulcani tra cui appunto il Bromo.
La strada, tutta buche e curve, attraversa un vero e proprio deserto di cenere e la jeep fatica a salire anche con le marce ridotte. C’è un traffico incredibile: un corteo di jeep e di locali in motorino che precedono la carovana per farsi trovare pronti all’arrivo a vendere qualcosa, una pila per far luce ( io l’avevo portata con me), giacche da indossare per il freddo, qualcosa di caldo da bere. Katia è in trepida attesa di meraviglie. Si arriva alla terrazza del belvedere..è ancora presto e l’ alba tarda ad arrivare..tutti(tanti) aspettiamo infreddoliti.
Poi il chiarore ha la meglio sul buio ma ci sono nubi e vapori che si alzano dal basso che rendono sotto tono il sorgere del sole…non ci entusiasma molto e … i crateri dove sono???
Ma dall’ altra parte!!!Abbiamo sbagliato punto di osservazione..facciamo mezzo giro intorno ed eccoli : là sotto! il Bromo e i suoi fratelli avvolti da mobili nuvole bianche che ne dissimulano la forma.
In lontananza il Semeru ci regala anche l’ eruzione di fumo..sembra di essere su un set cinematografico..incredibile natura. Ci concediamo una dozzina di foto prima di ripartire con la jeep per l’ascensione al cratere. In basso un brulichio di macchine e uomini..ci aspetta una discreta salita su di un fragile terreno vulcanico, un misto di sabbia e cenere e polvere sollevata da tutti i piedi e zampe in movimento.
Io e Katia ci lasciamo convincere a salire a dorso di due cavallini tirati da un paio di ometti piccoli e magri che affrontano la salita a piedi ad andamento sostenuto come se il terreno fosse agevole e pianeggiante. Beati loro! L’andatura su e giù è piacevole anche se respirare, salendo, si fa sempre più arduo, sia per la cenere e la polvere che entra nel naso sia per i vapori di zolfo che fuoriescono dalla bocca del cratere.
Ci lasciano ai piedi di una scalinata che arriva in cima, ci concedono 30 minuti prima di ridiscendere..il tutto per 10 usd in due. Marco sale a piedi gli preme la sorte del cavallino che avrebbe dovuto sostenerlo. Noemi dorme e non viene, Tunde resta in jeep con lei.
In fila saliamo lentamente i gradini e arriviamo sul cratere: 500 m di diametro, 200 di profondità immerso in un altro gigantesco cratere di 11 km che ne accoglie altri tre. Qui la puzza toglie i
Eccoci a Bali dopo un intero giorno di viaggio tra auto, traghetto, auto. Arriviamo alle 20,30 e ci facciamo accompagnare dall’autista all’Hotel Puri Lovinia ma non hanno posto, sentiamo all’ hotel successivo il Rini qui ci danno le camere. Le stanze sono ampie, qualche geco sul terrazzo e qualche formicone in bagno, la sera l’acqua calda, prodotta con i pannelli solari, come spiega un avviso affisso in bagno non c’è, ma nell’ insieme non è male e il giardino incanta.
Siamo stanchi, ceniamo in un posto vicino e a ninna.
Domani sveglia alle 5,30 per andare a vedere i delfini, poi snorkelling sulla barriera corallina. Siamo arrivati con il buio su quest’isola e non ho idea di come sia…domani con il giorno staremo a vedere.
Lovinia Beach: non male, turistica tanti locali open space dove si mangia, si beve, si ascolta musica. Si vede subito che i balinesi, soprattutto le donne, sono più belle nei lineamenti del volto e più curate nell’abbigliamento. Al mattino le vediamo portare al tempio, in fila una dietro l’altra, cesti in bilico sulla testa con frutta e fiori, vestite con sarong colorati, l’immancabile cintura in vita e sopra camicia di pizzo…molto eleganti anche nel portamento.
E’ sì perchè stamattina alle 6 siamo andiamo a vedere i delfini a bordo di imbarcazioni di pescatori, i prahu, simili a canoe-catamarano con delle zamponi stabilizzanti di bambù. Tutti gli hotel propongono questa escursione e in effetti li vediamo saltellare davanti alla barca tre o quattro volte mentre il sole si alza sul mare.
C’è da chiedersi come questi poveri animali si siano abituati “a fare colazione” tra diverse decine di imbarcazioni che ogni mattina scorrazzano i turisti….ma sta di fatto che continuano a passare di lì e a farsi vedere.
Dopo colazione ancora in barca per andare un po’ a largo ad ammirare i fondali. Katia non ha mai fatto snorkelling e indossata maschera e pinne ci immergiamo in acqua.
Ci divertiamo moltissimo, un’ora a sguazzo a vedere pesciolini coloratissimi, grandi e piccoli, coralli, stelle marine..è tutto un indicare con le mani le scoperte che si fanno guardando di quà e di là. La giornata trascorre vagabondando dopo un pranzo luculliano a base di pesce freschissimo, al ristorante Barracuda sulla strada principale di Kalibukbuk, il quartiere degli alberghi. Fosse per alcuni componenti della comitiva si farebbero acquisti e foto ai bambini e basta…io vorrei vedere tutto e di più… e così la visita ai pescatori di Amturan salta.
Domani trasferimento a Ubud con una specie di escursione che non mi entusiasma molto..le Air Panas, le sorgenti di acqua calda immerse nella vegetazione che volevo vedere, non sono ricomprese e nessuno è interessato a fare una deviazione. Bhè vuol dire che ci dovrò tornare !
P.S. stasera cenato a base di pizza non male ...pure in Indonesia.
Oggi siamo andati a Ubud con una macchina. Il paesaggio lungo la strada è molto bello, vegetazione lussureggiante, risaie.
Ci fermiamo alle cascate Git Git, un balzo d’ acqua di 40 m in una valle verdissima con l’immancabile tempietto induista rivolto verso l’acqua. Una sfilza di bancarelle ci accompagna lungo il tratto da fare a piedi per raggiungere il posto….è stata dura, i venditori sono insistenti…alla fine compro un copriletto a disegno batik per la camera nuova di Katia e delle bustine di spezie.
Ci dirigiamo poi verso il lago Beratan dove sorge il tempo dell’acqua, il Pura Ulun Danu Beratan , induista, molto suggestivo con tempietti sparsi sulla riva con i caratteristici tettini sovrapposti – meru - fatti con un erba scura seccata, a 3 a indicare la sacra trimurti, e 11 per tutte le divinità induiste.
Nel complesso si trova anche una stupa con dentro alloggiata una statua del Buddha…stranezze balinesi…o esempio di tolleranza?
Il viaggio prosegue verso Ubud senza altre fermate.
Non è facile trovare l’albergo, contiamo di fermarci quattro notti. Io avevo trovato dalla guida l’Hotel Casa Luna…ma viene deciso che è troppo caro.
Dopo varie richieste ci fermiamo all’Hotel Villa Rosa Sayang, nè la Lonely ne Routard lo cita ma il rapporto qualità- prezzo ci sembra buono. Ha una piccola piscina, tutti cottage separati posti in un bel giardino curato, direttamente affacciato sulla via principale di Ubud, la Monkey Forest Road.
Appare subito agli occhi che la città è più ricca di Lovinia, meglio tenuta, bei negozi d’arte, belli alberghi ma vivibilissima. Il turismo ha un ruolo di primaria importanza in tutto questo, tuttavia i balinesi sembrano essere riusciti a conservare la loro forte spiritualità e le loro tradizioni nella vita quotidiana.
Si cena al caffè Lotus, un posto superbo con giardino,laghetto di ninfee e un teatro sullo stile dei templi, per le rappresentazioni di danze tipiche come il barong…è gestito da un europeo che, evidentemente, ha visto molto lungo.
Il cibo è ottimo: io prendo un rijsttafel (tavola di riso) un mega piattone con diverse varietà di pesce accompagnate dall’ immancabile riso e per dolce, pisang goreng (banane fritte).
Il posto si trova vicino al Puri (tempio) di Ubud e appena usciti dal ristorante abbiamo la chiara espressione di quello cui accennavo prima: si sta svolgendo una celebrazione, maschere, canti balli, uomini tutti in sarong bianco, foulard annodato in testa e cintura rossa e donne con l’abito delle cerimonie, sarong colorato, camicetta di pizzo, cintura in vita ( obbligatoria per l’entrata nei templi anche per i visitatori). Alcune portano delle offerte in dei cesti in equilibrio sulla testa. C’è tantissima gente: guardo le facce è un popolo mite e sorridente, aperto.
Dall’inizio del viaggio, anche nelle calche peggiori, non ho mai avvertito situazione di pericolo né per me né per la bimba. Anzi Katy, così diversa dai loro bambini, è stata spesso oggetto di apprezzamenti dai locali, con piccole carezze e sorrisi cordiali. Altro mondo davvero, affascinante. Domani ci dedicheremo a questa città.
Cambio di programma, dopo aver trovato all’ufficio del turismo per circa 20 usd a persona il trasferimento per Gili Trawangan per il 19 agosto, prendiamo un taxi e ci facciamo scorrazzare nella zona est dell’ isola. Prima sosta a Mas, villaggio di intagliatori di legno, sculture anche molto belle ma carissime, prezzi in dollari.
Tappa successiva un laboratorio di silver in direzione Tempio di Mengwi, il Taman Ajun, situato anche questo sulle sponde di un lago. La struttura è quella fatta a meru sovrapposti da 2 a 11.
Assistiamo alla deposizioni delle offerte alle divinità del lago. Il bastoncino di incenso acceso è sempre presente e il depositante, dopo aver poggiato l’offerta, ne disperde il fumo con gesti lenti e armoniosi. Stessa cosa la vediamo in città dove in ogni casa, negozio, ufficio pubblico, su altarini o semplicemente per terra davanti all’ ingresso, viene deposta, in piccoli cestini di palma intrecciata, l’ offerta quotidiana agli spiriti, piccole cose, fiori, chicchi di riso, un biscotto e naturalmente l’incenso.
Mi stupisce tutto questo e siceramente mi chiedo se sia vera spiritualità o rituali tradizionali a beneficio del turismo…tuttavia non mancano di un certo carisma.
Ci dirigiamo poi verso il Tanah Lot, tempio dedicato a Visnhu, posto su una scogliera in mezzo al mare come a voler sfidare l’Oceano Indiano.
E’ raggiungibile e visitabile all’interno dai soli praticanti di religione induista, durante la bassa marea, quando l’acqua arriva alle ginocchia e il tratto che lo separa dalla spiaggia è percorribile.
Peccato che la giornata non sia molto luminosa! L’ ambiente circostante è molto bello e al tramonto è la meta preferita dei turisti, lo spettacolo naturale è assicurato. L’ escursione prosegue per la penisola di Bukit, estrema punta meridionale dell’ isola per visitare il tempio Ulu Watu anch’esso costruito sulla punta di un’alta scogliera battuta dalle onde del mare.
La vegetazione tutt’intorno dà ospitalità a una numerosa colonia di macachi che si diverte a rubare oggetti ai turisti in cambio di pezzi di ananas e banane che opportunamente vengono venduti in sacchetti all’ ingresso. E’ piuttosto ampio con varie costruzioni intorno: include anche un anfiteatro da cui si gode una magnifica vista della scogliera e dell’ oceano.
Al calar del sole si tengono rappresentazioni di kekat, tipica danza balinese in cui i ballerini incarnano l’esercito delle scimmie del Ramayana…quale ubicazione migliore! E’ tardi, non ce la facciamo ad assistere allo spettacolo.
Il tassista ci suggerisce un posto per cenare: a Jimbaran sulla spiaggia.
Grande, di sabbia dorata e fine, si snocciolano una dietro l’altra “capanne” di lusso : tutti ristoranti che mettono i tavolini con seduta fronte mare al tramonto, luci di torce e candele. Quando cala l’oscurità la spiaggia brilla come invasa da mille lucciole e risuona della musica dei cantanti che accompagnati dalla chitarra interpretano i classici pop e jazz internazionali.
Si mangia benissimo a base di pesce ovviamente: una mega grigliata, sate (spiedini) di pesce, granchio gigante, vongole e cozze ..e l’immancabile riso a vapore. Il posto? Beach Bali Caffè – Il costo? 1.132.778 rp in 6 (paghiamo la cena all’autista, omino magrissimo, gentile, paziente, impensabile farsi aspettare da lui
Non vediamo nulla di particolare in città…forse siamo usciti troppo tardi a parata svolta…. Oggi il gruppo si divide: loro a fare spese io a zonzo con Katia. Per primo visitiamo un museo (Ubud ne ha almeno altri tre), il Puri Lukisan, immerso nel verde di un bel giardino con vasca di pescioloni rossi e fontana. Si trovano dipinti di pittori balinesi di fine ‘800 inizi ‘900, a tempera e china, caratterizzati da una visione surreale e fantastica.
Vi sono rappresentati episodi tratti dai poemi classici il Mahabharata e Ramayana, o riguardanti la vita di tutti i giorni, uomini a lavoro, animali e piante raffigurati con grande ricchezza di dettagli e ghirigori, come miniaturizzati. Andiamo poi al mercato, in intrico di banchetti accalcati gli uni sull’altri da coprire il sole.
Si compra il balsamo di tigre, ideale per tutti gli acciacchi, un quadrettino a olio di un tipico paesaggio balinese, un mini sarong per Katy. Nella collezione acquisti c’è anche un Ganesh dalla faccia di elefante in bronzo, cicciotello a pancia sotto e gambe su…il dio della fortuna, come potevamo non comparlo? Al pomeriggio Monkey Forest in fondo alla strada principale di Ubud: tantissime scimmie in un bosco lussureggiante di piante e corsi d’acqua.
All’interno della zona trovano posto anche tre tempi induisti di cui uno adibito alle cremazioni.
Adiacente a questo, un piccolo cimitero dove vengono deposti i corpi per il tempo necessario ad organizzare la cerimonia della cremazione che è costosissima. In serata assistiamo allo spettacolo di danza Kekat, visivamente e uditivamente interessante ma che dire della trama?..libera interpretazione. Comunque un centinaio di uomini in sarong a quadretti bianchi e neri, copricapo e dorso scoperto danzano e cantano a cappella per più di un’ora facendo più voci su un sottofondo del tipo “checia.checia.checia”, poi ballerine con costumi sfarzosi danzano con movenze lente del corpo e delle mani tenute sempre nella posizione piegate a 90° gradi rispetto al braccio e con le dita alzate.
Sono comparsi uomini con maschere sul volto, uno bianco uno nero..il bene e il male immagino…si sono combattuti… la guida dice che la danza narra del poema Ramayana e che gli uomini rappresentano l’esercito delle scimmie di cui imitano i movimenti e i suoni.
Alla fine la danza del fuoco in cui un uomo a cavalcioni di un cavallino di paglia spenge tizzoni incandescenti.
Il tutto nella penombra: unica illuminazione un candelabro con qualche decina di candele. Molto particolare…anche Katia ne rimane impressionata.
La cena al Rist. Casa Luna,visto che non mi hanno passato l’hotel, è d’obbligo..mi provoca un incendio in bocca, piccantissimo davvero il maialino in salsa che ordino. Domani escursione Costa Est.
E’ SABATO ..tra una settimana esatta ritorno e ci aspettano due giorni di viaggio. Iniziamo il giro visitando la grotta dell’ elefante ,Goa Gadja, niente di che se non per l’ enorme testa scolpita sulla roccia che sovrasta l’entrata.
Poi il complesso templare di Besakik dove ci sono tre zone con un tempio principale ciascuno dedicato a una divinità della sacra trimurti Brama, Shiva e Visnhu e tutt’intorno tempietti funebri e altari tutti caratterizzati da meru sovrapposti. Un numero maggiore di tetti delle pagode sta ad indicare che il defunto apparteneva a una casta principesca...
Presso un altare deponiamo un cestino di offerte anche noi e in cambio di una donazione al luogo, un officiante ci dà la benedizione induista con tanto di riso in fronte e acqua spruzzata sul capo e da bere..( cosa che evitiamo di fare senza darlo a vedere). Ci dirigiamo poi verso il villaggio Bali Aga di Tenganan dove vive, come 100 anni fa, un nucleo degli originari abitanti di Bali. Animisti, non hanno proprietà private, le abitazioni sono tutte uguali lungo la via dove in mezzo si trovano gli edifici per le attività in comune e le celebrazioni.
Il turismo dà una mano a questa gente dedita alla tessitura dell’ ikat, un tessuto abbastanza tosto in cui è il filo che colorato diversamente va a formare sul telaio il disegno. Lo svago principale sono i combattimenti dei galli che vengono tenuti in gabbie a forma di campana di bambù intrecciato.
Le mucche sono sacre e gironzolano tranquille in compagnia di galline e pulcini..il divertimento di Katia che non li ha lasciati in pace un attimo. Fanno anche dei bei lavori a china su foglie di palma seccate, miniature davvero, precisi e pieni di decorazioni, si va dallo scrivere il nome a caratteri eleganti, a un ritratto o a un calendario illustrato.
Via da qui, per strada attraversiamo bei paesaggi di campagna con risaie allagate e incontriamo anche due cortei funebri. Su una specie di lettiga fatta di canne di bambù intrecciate cui sono sistemati cavalli di cartapesta, il morto viene portato a spalla fino al luogo della cremazione.
La cerimonia è pubblica ma purtroppo non vi abbiamo preso parte. Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a visitare Goa Lawah, la grotta dei pipistrelli. In effetti le pareti sono nere di questi “simpatici” animaletti che stanno attaccati o svolazzano.
C’è un tempio e ovviamente per entrare ci noleggiano sarong e cintura. Assistiamo alle deposizione di offerte e alla benedizione fatta da un officiante magrissimo con crocchetta e bastone non dissimile da quella ricevuta da noi al tempio di Besakik.
Il giro su Bali termina così …altre visite potevano essere fatte….vuol dire che dovrò tornarci! Per “l’ultima cena” esageriamo: in Monkey Forest Road al Lamak, lussuoso, padiglioni aperti sulla campagna d’intorno, cibo ottimo prezzo più che mai, il conto più alto di tutta la vacanza 1.445.000 rp.
Domani ci aspetta una giornata in viaggio verso Sengiggi-Lombok, pulman + traghetto da Padangabai.
Il viaggio come da previsione dura tutto il giorno ma il pezzo forte è la nave. Nave?..barchetta!! Al molo di Padangabai arrivano con una lancia a caricare tutti i bagagli e a trasferirli sul ferro vecchio ancorato un po’ più a largo. Poi tornano a prendere i passeggeri, la scesa dal molo alla lancia è uno spasso con questa che ondeggia allegra e che si stacca e riattacca al molo.
Dentro il ferro vecchio non è male, posti a sedere anche comodi..finestrini? aperti.Tendine?inesistenti. Vetri? niente. Aria ventilata naturale e meno male!!! Appena fuori dalla zona costiera dell’ isola di Nusa Penida, nel tratto di oceano che separa Lombok da Bali l’imbarcazione comincia a ondeggiare vistosamente, destra sinistra da non stare in piedi e il mio stomaco va in subbuglio..una nausea tremenda.
Katia sembra non soffrirne, meno male!
Portano anche la cena, riso, pollo, cocomero..non tocco nulla .. i contenitori vengono tenuti fermi dal cuoco. Si va avanti così fino alla prima isola, Gili Travalgan dove scendono molti turisti sempre con il solito sistema lancia bagali-passeggeri, poi è il turno della seconda, Gili Meno e infine Gili Air…e Sengiggi, sulla costa, sembra non arrivare mai.
Rimaniamo su solo noi 5. Alla fine, sono le 9 circa, fuori è buio pesto, lo sbarco….non dissimile da quello dei clandestini sui gommoni. Non si vede nulla, si scende sulla lancia a tasto..si arriva vicino alla spiaggia e prima giù i bagagli e poi noi. Risalire il tratto di spiaggia con tutte le valige è da urlo, meno male che l’hotel prenotato telefonicamente da Padangabai è vicino.
Ci siamo Hotel Dharmarie, sono le 21,30 passate e prendiamo possesso delle camere. Non male ma il bagno è addirittura mitico: è all’aperto circondato da un muro alto un paio di metri e coperto solo in parte da una tettoia di legno e bambù, tutto in marmo con doccia e vasca e…c’è pure il giardinetto!!.
Siamo stanche e con Katia decidiamo di dare fondo alla riserva di simmenthal portata dall’ Italia. Staremo qua gli ultimi quattro giorni.
Oggi mare, l’hotel ha l’accesso alla spiaggia. E’ grande di sabbia dorata ma anche scura a tratti, il mare è discreto ma subito profondo. Camminando sul bagnasciuga raggiungiamo il tempo su uno spuntone di roccia, il Batu Bulong; è piccolo e anche questo è rivolto verso il mare.
Ci divertiamo a scovare i granchi dai buchi, non è difficile ce ne sono moltissimi e le bimbe fanno il bagno mentre noi ci godiamo l’ombra delle piante che danno sulla spiaggia. Si fa amicizia con un giovane venditore di collane Sunaety, muto, ma le bimbe hanno meno difficoltà a comunicare che non se avesse parlato inglese.
A cena Tunde uggiola per il sole preso…e domani ci aspetta la gita a Gili (isola) Nangun.
Niente gita, Tunde ha i piedi rossi e non viene, Noemi ha male all’osso sacro..ma quando è caduta? All’ultimo momento la gita è rimandata…da una parte bene perché il responsabile dell’ albergo mi comunica che devo cambiare bungalow e quindi ancora una volta i bagagli viaggiano senza pace anche in quest’ultimo pezzo di vacanza.
Io e Katia andiamo al mare, questa volta dalla parte opposta al tempio e superato un promontorio, scopriamo un splendida insenatura con acqua cristallina, bassa e calmissima e coralli sulla spiaggia, la barriera non deve essere lontana. Tiriamo fuori le carte per giocare e si fa gente. I venditori uno alla volta si avvicinano prima a vedere il gioco (scala 40) e a capirne le regole poi a giocare sul serio, diventiamo in 6. Alcuni masticano italiano (un sollievo per me) qui in effetti ci sono diversi turisti italiani e così loro imparano.
Wiro (un venditore che non molla ma simpatico) ci tiene compagnia fino al primo pomeriggio, ci accompagna a mangiare da un suo amico un bell’hamburger e alla fine riesce a vendermi una tela ad olio molto colorata di un pescatore su una barchetta per la camera nuova di Katia. Poi facciamo il bagno e dopo un bel massaggio in spiaggia, prima io poi Katia, distese su un sarong un po’ odorante.
La signora è simpatica, è una nonna e ci fa vedere le foto della sua famiglia e dei suoi nipoti. Ha delle mani forti e il massaggio all’olio di Nivea (Nivea???ma siamo a Lombok o no?) è piacevole.
Alla fine ci regala un ananas: con il suo coltellaccio mezzo arrugginito con tagli precisi in verticale toglie la buccia, poi praticando incisioni in diagonale, i torsolini, infine la divide in due a mo’ di spada per mangiarlo..buonissimo visto anche la sete che abbiamo.
La Routard indica un centro commerciale non lontano dall’albergo e così rientriamo ci diamo una lavata e decidiamo di andarci. Chiamarlo centro commerciale è un eufemismo, ci sono negozietti dove vendono i prodotti tipici, sculture, tessuti, argento..e poco altro. La cena all’Happy Cafè con musica dal vivo non è male e la spesa molto ragionevole.
Domani escursione nell’interno fino al sud alla spiaggia di Kuta per fare il bagno.
Oggi prima tappa a vedere un laboratorio di ceramica fatta e dipinta a mano. Una donna ci fa vedere come dall’argilla si ottengono i vasi modellando con le mani la terra mista ad acqua mentre gira una ruota in pietra, in terra ovviamente, poi un ragazzo come si dipingono gli oggetti. Sta decorando delle tartarughe mettendo in fila uno dietro l’altro tanti puntini colorati. Usa come delle pompette per dolci: dei coni di carta arrotolati con dentro il colore e fermati in alto da una pinza da ufficio.
Dal piccolo forellino in fondo stringendo appena la pompetta esce il puntino di una precisione perfetta. Prendo una tartaruga portaincenso e un portacandele, molto carini. Sono arrivati in Italia interi, avvolti in valigia nei vestiti. Poi ci dirigiamo a Surakarta per visitare un laboratorio di tessitura: le ragazze sono sedute in terra e legate nel vero senso della parola, al telaio, tutto manuale.
Con grande abilità intrecciano fili colorati su una base di cotone o seta creando dei bei disegni…8 ore al giorno in questa posizione. La più giovane ha 16 anni e da tre lavora così. Ha una faccia simpatica e serena, è il suo lavoro e sembra piacerle. Lascio ad ognuna 5000 rp. Gli uomini invece lavorano in telai interni, producono tessuti più consistenti è più grezzi, l’ikat.
Grande esposizione di prodotti finiti ma nessuno ha comparto nulla. Tappa successiva a Rembitan, un tipico villaggio Sasak, gli antichi abitanti di Lombok. Sembra di essere dentro un film ambientato molti secoli addietro. Capanne fatte di terra e coperte di mazzi di erba affastellati e legati insieme, a formate tetti come v rovesciate, straducole strettissime, spazi in comune come il granaio, (anzi Risaio) sollevato da terra per mezzo di pali come palafitte preistoriche, per difendere il raccolto dai topi.
Alle capanne si accede con pochi scalini: si entra in una stanza forse un 3 m x 2 che funge da stanza da giorno e dove dormono gli uomini di famiglia. Un mobile da un parte, una stuoia arrotolata per la notte, una piccola finestra. Le pareti sono di argilla, scura come tutto il resto della costruzione. Saliti altri tre scalini, che rappresentato le religioni che qui convivono, induisti, animisti e mussulmani, si apre la stanza da notte delle donne: la madre dorme con i piccoli da una parte e dall’altra cucina con i pochi tegami appesi alle pareti.
La guida ci spiega che quando le figlie crescono viene ricavato nel sottetto un piccolo soppalco delle dimensioni di una cuccetta di treno, dove vanno a dormire. Da pochi anni è arrivata la corrente elettrica …e la televisione. Fa uno strano effetto vedere il più famoso degli elettrodomestici in questi ambienti, come l’orologio al braccio di Scipione l’Africano nel film.
Vivono di turismo e tessitura, fatta ancora con mezzi antichi. Ho comparto una piccola stuoia profumatissima ricavata da un erba e un fermacapelli in cocco..inevitabile quasi una sorta di offerta al villaggio. I bimbi più piccoli hanno qui la loro scuola. C’è un capovillaggio che gestisce tutto l’andamento, ogni bene è comune, la proprietà non esiste.
Il bagno è esterno, un altro piccolo capanno con un buco e una specie di vasca sempre fatta di terra. Non c’è acqua corrente che viene attinta dai pozzi, un paio mi sembra di averne visti, per pregare c’è anche una piccola moschea e un tempietto induista. Un salto nel passato non c’è che dire.
Pe
Ultimo giorno, giovedì, poi lungo viaggio di rientro. Oggi gita con il prahu, l’imbarcazione tipica dei pescatori, ho sperato avesse la copertura e ce l’ha, il sole è forte figurarsi in mare aperto. Il programma concordato prevede di dirigersi verso sud, un’oretta e mezzo, all’ isola di Gili Nangun e Sadak, puntini minuscoli sulla cartina, per fare snorkelling sulla barriera e pescare con la lenza.
L’ andata è da film…mi prende sul ridere…altro che caldo accecante..ci bagniamo come pulcini anche con il kway addosso. La barca, sul mare neppure tanto increspato prende degli schizzi micidiali, e giù addosso a noi..una doccia fredda vestiti. Non appena arriviamo all’ isoletta, stendo tutto ai pali come naufraghi..e via con pinne e maschera.
La spiaggia è di sabbia fine, dorata, con palme, fin da subito il fondale è ricco di vegetazione , pesci coralli. In effetti entrare in acqua non è facile, è bassissima a riva, di un bel colore turchese, trasparente. A 100 m, altra cosa…c’è buio, la barriera corallina fa uno strapiombo e io e Katy si torna indietro un po’ intimorite.
Roberto, lo skipper, un ragazzo di appena venti anni ci accompagna a fare il giro dell’ isoletta. Se non fosse per via delle continue soste a raccogliere conchiglie, in mezz’ora saremmo ritornati al punto di partenza. Ma ne è valsa la pena: ne troviamo una, seminascosta da uno scoglio, enorme, un vaso perfetto per piantine grasse.
L’ isoletta ha scorci molto belli, piccole insenature riparate, rocce sulla spiaggia scavate dal frangersi delle onde, è praticamente disabitata a parte un resort in linea con l’ambiente e un centrodiving.
Altra immersione a Gili Sundak, ancora più bella e selvaggia: sul fondale basso tanti coralli colorati (e le ginocchia di Katia li sentono anche) e sulla riva stelle marine perfettamente mimetizzate con la sabbia…mai visto nulla di simile. C’è un unico ristorante che fa pesce alla griglia dove mangiamo benissimo a due passi dal mare.
Di nuovo in barca per avvicinarsi a un fazzoletto di sabbia, un’ isoletta con un ciuffetto di palme in mezzo e mare turchese intorno, per pescare con la lenza. Roberto prepara le esche con pezzetti di totano, mette il peso e ci dà i rocchetti di filo da svolgere per una quindicina di metri e poi dice di aspettare, se il filo si tende il pesce ha abboccato.
Sarà la nostra inesperienza, sarà che lì i pesci non fanno certo fatica a procurarsi il cibo, fatto sta che in un’oretta, in cinque, non abbiamo preso niente. Il rientro a Sengiggi è veramente piacevole, l’oceano calmo, temperatura mite e il sole ci regala un bel tramonto sull’ acqua. La nostra ultima cena a Lombok al caffè Papaia, Sunaety, il ragazzo muto conosciuto due giorni fa mangia con noi.
Non è facile starsene seduti nei ristoranti da turisti con i venditori che aspettano fuori e ti guardano…e così lo invitiamo ad unirsi a noi. Alle bimbe poi è molto simpatico, ci hanno giocato e “parlato”un intero pomeriggio sul mare con la semplicità e la spontaneità tipica dei bambini.
E così è finita…domani go Italy con il primo aereo Mataram-Jakarta.
Preparati i bagagli alle 10,00 siamo pronti per andare in aeroporto. Lungo la strada attraversiamo il mercato di Mataram, colorato e pieno di gente, vorrei fermarmi…ma è tardi, l’aereo parte alle 12,30. In orario decolliamo e alle 14,30 siamo a Jakarta. Ci aspetta uno scalo di una decina di ore e così decidiamo di lasciare i bagagli al deposito dell’ aeroporto e di fare un ultimo giro in città.
L’autista che ingaggiamo si presta ad accompagnarci e ad aspettarci nel giro. Andiamo a vedere un’ esposizione di piante e fiori, ci sono orchidee di mille forme e colori e piante di vario genere, alcune sconosciute. Bevo il mio primo cocco direttamente dal guscio…alla faccia della diarrea tanto partiamo..è buono dolce e fresco. Lungo il percorso tra gli stand ci sono banchetti bassi dove uomini appollaiati sui calcagni, in braceri improvvisati, fanno tortine di uova e spezie. L’aspetto è davvero invitante se non fosse per le uova…guscio verdastro..chissà di quale animale.
Poi andiamo a vedere la masjih Istiqal : è una moschea moderna, enorme a cinque piani ( a indicare il numero delle preghiere quotidiane) con cortili esterni delimitati da portici, che possono accogliere fino a quarantamila persone.
L’interno della sala di preghiera è sobrio con dodici possenti colonne di alluminio. Al secondo piano c’è un grande gong di pelle di bufalo, poco musulmano come strumento per il richiamo alla preghiera.
La guida che ci accompagna ci fa anche notare come da lì si abbia anche una buona visione della Cattedrale cattolica che si trova di fronte: a dividere i due luoghi di culto, una via trafficata e un grande parcheggio utilizzato indifferentemente dai fedeli dell’ una e dell’altra.
Non male come esempio di elasticità e tolleranza, dimostrazione della modernità dell’islam indonesiano. La maggioranza della popolazione è infatti musulmana ma a parte qualche velo in testa alle donne e il richiamo alla preghiera dei muezzin, non si ne avvertono le tracce.
Vista la moschea non possiamo non visitare la cattedrale, la cui facciata è caratterizzata da due campanili sormontati da una struttura metallica chiara. L’interno a tre navate, di venerdì sera, durante lo svolgimento della messa officiata da un sacerdote dai tratti europei, è quasi piena. Che dire!
E’ ora veramente di salutare l’Indonesia..ci aspettano altri due aerei e un treno fino a casa ma ritorniamo soddisfatti con molti ricordi di posti meravigliosi, di profumi e di facce serene e sorridenti.




