I LIKE TO MOVE IT MOVE IT!!!
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Introduzione
Le Tappe del Viaggio
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!
Allora andiamo in Albania, i pochi che ci sono stati ne parlano bene, ancora poco battuta, ma in moto si girerà bene? Puglia e Albania insieme è troppo, con soli 10 giorni… se no Corsica! L’anno scorso abbiamo fatto la parte settentrionale, stavolta possiamo buttarci verso sud. Oppure Croazia! Si si, Croazia!!!! Eccellente, andiamo alla Edison a cercare una guida dettagliata, dopo che su internet alcuni isolotti hanno già suscitato il nostro interesse… Allora è deciso, Croazia, ecco 4-5 guide da sfogliare. Ci mettiamo a sedere su un divanetto all’ultimo piano, e troviamo un sacco di cose interessanti.
Con l’acquolina in bocca per la partenza imminente facciamo già un programma di viaggio, e dopo un’oretta Tommi si alza a prendere qualche altra guida. Io lo seguo a ruota, e non faccio in tempo a raggiungerlo allo scaffale che già un ragazzo si è seduto al nostro posto… dopo un secondo mi giro e non c’è più! Mi assalgono terribili sospetti, mi precipito al divanetto: la borsa di Tommi, che avevo lasciato lì per pochi secondi, è aperta, e il portafoglio è sparito! Mi butto giù per le scale disorientata, ma non trovo nessuno che possa aiutarmi, dopo un po’ mi raggiunge Tommi, e col giramento a 1000 ci attacchiamo al telefono per bloccare la carta di credito e il bancomat. Porca p…a, questa proprio non ci voleva! L’Ale è inca... a come una tigre, io non dispero, anzi …un senso di rivincita mi contiene la rabbia: “sai come ci rimane di merda quando si accorge che nel portafoglio ci sono appena 11 euro”.
Dopo mezzora al cellulare riusciamo a bloccare le carte, ma come si fa con gli altri documenti? C’è poco da fare, la mattina seguente Tommi va a fare la denuncia, ed arriva come una secchiata d’acqua gelata la cattiva notizia: foglio sostitutivo per la patente all’estero non è valido. A nulla valgono le telefonate alla motorizzazione, le cose stanno così. E allora si prospetta all’orizzonte la Puglia, di nuovo, con i 1000 km di autostrada sotto il sole, le spiagge affollate d’agosto, le temperature torride… Io non ci sto. Non mi va di farmi condizionare da un pischello che per 11 euro mi scombussola i piani. è come se sentissi che quello è un segno. Dobbiamo reagire, chiamo l’Ale e non le do scampo: “facciamo saltare fuori subito un volo a poco per qualche posto lontano” …ci mettiamo a cercare su internet come ossessi, la cosa più a buon mercato pare il Mar Rosso, dove tra l’altro c’è Davidino, un nostro amico, che ci piacerebbe raggiungere.
Però non riusciamo a deciderci, io non sono convinta che la settimana di ferragosto a Sharm El Sheik sia una buona idea, sarebbe una vacanza così diversa da come siamo abituati… sembra tutto carissimo, ma alla fine si staglia all’orizzonte una nuova possibilità: voli a poco per chi lavora nel turismo, chi lavora nel turismo?? IO! In un attimo metto insieme i documenti necessari e mi iscrivo al club, ed ecco che la centralinista mi conferma la possibilità di imbarcarsi per il Nosy Be (Madagascar) domenica. Oggi è giovedì… OK! Non ci pensiamo un attimo. Si comunica a lavoro, si comprano i repellenti per le zanzare invece della profilassi, zaini fatti e pronti per la partenza. Sabato sera proiezione del cartone animato “Madagascar” per entrare nel clima.
Dopo aver contrattato un po’, ma con poco risultato, saliamo su un’auto dove ci sono già 2 persone e 2 bambini. Le valigie entrano, io siedo davanti, la macchina è piena. E Tommi?? Va infilato da qualche parte… si siede dietro a me, completamente rovesciato sulla signora con bambini che è al centro, finché l’autista non riesce a chiudere la portiera comprimendolo come una sardina. Il viaggio dura una ventina di minuti e già ci rendiamo conto che in realtà questo è un posto assolutamente vergine e naturale, che il turismo appena lo intacca, e che abbiamo pescato l’ennesimo JOLLY! J Ci facciamo portare alla spiaggia di Andilana, che promette un bel tramonto, e dopo aver sistemato le nostre cose in un bungalow immerso in un bel giardino tropicale ci buttiamo sulla spiaggia a dormire. Arriva un gruppo di bambini e io decido di scattargli qualche foto: errore gravissimo!!
Sono così entusiasti del mio aggeggio che non si levano più di torno, e restano in posa per intere mezzore aspettando che io gli faccia qualche scatto e glielo mostri. Dopo una cinquantina di foto metto via la macchina, ma 2 esserine bellissime, che avranno a mala pena 2 anni, continuano a gironzolarmi intorno, e facciamo un bagno dopo l’altro senza praticamente scambiare una parola, data la difficoltà della lingua malgascia, ma divertendoci un sacco. Alla fine le 2 vengono richiamate all’ordine dai genitori, che scopriremo parcheggiano i bambini sulla spiaggia tutto il giorno mentre loro lavorano, e io finalmente mi riposo un po’.
Verso l’ora del tramonto facciamo un bel bagno, beviamo un paio di birre al ristorante sulla spiaggia e ci godiamo i colori del cielo, che sono davvero bellissimi. A cena da “Chez Loulou”, sulla spiaggia, siamo gli unici, e assaggiamo lo ZEBù’, specialità del Madagascar, che si rivela buonissimo! Qui fa buio prestissimo, alle 18.00, così adesso sono appena le 21.00, ma già è notte fonda, e siamo stanchi, così andiamo a letto. Arrivati al bungalow trovo 2 occhietti che mi scrutano dal lavandino: una ranocchia! Inutili i tentativi di Tommi di prenderla… tutta la notte sentiamo raschiare sotto la capanna, se sono i gatti o i topi non si sa…
Ci incamminiamo a piedi con qualche banana e un po’ d’acqua, e esploriamo la giungla attraverso un sentierino che ci porta dall’altra parte del promontorio. Scopriamo una bellissima spiaggia dove alcuni bambini stanno giocando, e proseguendo lungo alcuni scogli giungiamo al villaggio. Si tratta di un vero e proprio villaggio di pescatori: alcune baracche sulla spiaggia, 3 piroghe in acqua, e il bucato steso al sole… ma i fili tesi vicino alla riva non sono per i panni: accanto ad una grossa dentatura acuminata e spalancata appesa da un lato, si trovano 4 file di filetti di squalo appesi al sole ad essiccare, sottovento così che il fuocherello acceso poco più in là serva ad affumicarli. Abbiamo talmente fame che quasi quasi fanno gola anche questi, anche se crudi e pieni di mosche…
Dopo qualche minuto arriva una piroga dal mare e subito andiamo a vedere cosa hanno portato: accidenti, SQUALI BIANCHI!!!!! Una razza maculata, un altro pesce, e 6-7 squali bianchi di circa 1 metro, oltre ad uno più grande, almeno un paio di metri. Non l’avevo mai visto così da vicino… in poco tempo si raduna una piccola folla di bambini e di donne, e restiamo lì per qualche ora ad osservare come si squoia, si taglia e si lava lo squalo, così da ridurlo in tanto piccoli filetti come quelli che avevamo visto poco prima. Quello grande ha uno stomaco enorme, e dentro ci sono un sacco di piccoli squali. Era incinta, così come gli altri già puliti e tagliati. Lo spettacolo è truce e affascinante nello stesso tempo.
I bambini giocano con gli squaletti, mentre gli adulti lavorano incessantemente finché tutto è sistemato e pulito. Ci allontaniamo allora dal villaggio e proviamo a buttarci in acqua a fare un bagno, ma in questo punto il mare è torbido e non si vede nulla. Andiamo allora verso la giungla sperando di intravedere qualche baobab, tipico del Madagascar, ma riusciamo quasi a perderci mentre il sole cala, e arrivati ad una baracca nella giungla troviamo solo dei polli. Una donna che a stento ci capisce ci indica il sentiero da riprendere per scendere alla spiaggia, e così arriviamo alla riva e aspettiamo il traghettatore… come si dice qui “MORA MORA” (piano piano).
Il taxi per il ritorno è più caro dell’andata e così, intenzionati a non sborsare quei 5.000 ariary in più (2 €) ci incamminiamo a piedi… purtroppo è inevitabile: non appena riesci ad entrare in confidenza con la moneta locale anche il cervello cambia logiche e ti si riposiziona automaticamente su una diversa unità di misura. è come se d’improvviso ti fosse impossibile ricordare che 2 euro non sono che uno spicciolo e sei assolutamente convinto che 5.000 ariary sono una bella cifra. Come dargli torto se in effetti hai dormito una notte per 20.000 e la sera prima hai cenato a lume di candela sulla spiaggia per 25.000? Dopo un paio di km si ferma un tassista che finalmente ci chiede una cifra “ragionevole”, e arriviamo così ai bungalow stanchi ma contenti, perché al secondo giorno già abbiamo vissuto qualche piccola avventura.
La cena si rivela meno tranquilla del previsto, poiché ci sono una francese sulla cinquantina accompagnata da un malgascio poco più giovane di lei che vivono lì e sono ubriachi e felici (tutte le sere scopriremo poi), e durante la cena alternano le chiacchiere in francese allo djembé, alle maracas, di nuovo le chiacchiere, poi ballano la salsa, etc… Non ci danno tregua, finito di cenare mi ritrovo con uno djembé tra le gambe ad accompagnare musica caraibica. Il tipo è al settimo cielo, l’alcool lo ha convinto che io sappia suonare davvero…. Dopo un paio di bis con fare da divi ci ritiriamo nel bungalow.
Oddio che rintronata, avevo messo l’orologio indietro di 2 ore anziché una sola!!! Torno a letto fra le risate di Tommi, dormo una mezzora e poi è davvero ora di alzarsi. Andiamo a Ambatoloaka in taxi e dopo una trattativa estenuante per la barca, che in realtà aveva un prezzo fisso ma siamo riusciti comunque a pagare un po’ meno, ci buttiamo su un motoscafo per 2 ore circa di traversata e arriviamo a un piccolo paradiso a largo della costa: Nosy Iranja. Su internet avevamo già visto alcune foto di questo angolo di Eden, ma dal vero è tutta un’altra cosa.
L’acqua è azzurra e la sabbia bianchissima. L’isola, che per metà del tempo sono in realtà due, è formata da una parte più piccola, coperta da una fitta vegetazione nel mezzo della quale dice si trovi un lussuoso resort (che però non si vede), e la parte più grande dove ci sono un villaggio di pescatori,la spiaggia,la scogliera e la giungla. Per dirla meglio, la particolarità di questo posto è che con la bassa marea le due isole sono unite da una striscia di sabbia bianchissima solcata dalle onde da entrambi i lati, mentre con l’alta marea restano separate.
Il villaggio è unico, nella sua cornice paradisiaca, con piroghe vicino alla riva e un campo di calcio in terra rossa circondato da capanne. Passiamo la giornata a passeggio sulla spiaggia, facciamo una mangiata impressionante col gruppo, compresa nel prezzo dell’escursione (in realtà scopriremo poi che avevamo pagato meno perché il pranzo non era compreso …) e chiediamo per dormire: abbiamo deciso di pernottare qui con la tenda, ma dal momento che affittano una capanna per 15.000 ariary (6 €) non stiamo neanche a tirare fuori i picchetti!! Si tratta di una semplice capanna con un letto, un tavolino di legno e una candela, ma è l’ideale in un posto così! La capa del villaggio ci dà le chiavi e capiamo che è lei che decide tutto qui.
Quando i turisti delle escursioni in giornata se ne vanno restiamo quasi soli, e facciamo una bella passeggiata, un po’ di yoga, durante il quale ci raggiungono i bambini del villaggio che si improvvisano in snodati esercizi, e aspettiamo il tramonto. Il cielo si è coperto di nubi, ma in fondo all’orizzonte è rimasta una striscia di sereno: quando il sole scende fino a quel punto tutto il mare si tinge di rosso in un’atmosfera surreale. Intanto la marea scende e noi ci troviamo a passeggiare dentro il mare, con l’acqua che arriva da entrambe le parti: una sensazione meravigliosa.
Torniamo un po’ stanchi al “bungalow” e ci mettiamo a riposare. La capa ci bussa con degli spaghetti in mano chiedendoci se ne vogliamo un po’. In realtà siamo talmente pieni di granchio, riso, pesce e insalata russa da oggi che non abbiamo la forza di toccare nulla. Ce la facciamo appena a bere un paio di birre, e poi a letto.
Un paio stanno tirando una fune legata alla zampa anteriore dell’animale e gli altri lo circondano pronti a cogliere l’attimo giusto ed agguantarlo per le corna. Rumore di zoccoli e qualche urlo nel silenzio del villaggio aumentano la tensione nell’aria. Si alternano fasi concitate ad altre di studio poi finalmente con un tonfo sordo la bestia viene atterrata su un fianco, in un attimo tutti gli sono sopra ad immobilizzarlo. Io sono tra i bambini, osservo la scena che ha un sapore di tempi antichi, sempre più convinto che la storia dello zebù sia giunta al capolinea. Ma un uomo sta affilando un puntello di legno di circa 20 cm e scaldandolo sul fuoco, possibile che lo uccidano con quello??
Accucciato sulla testona dell’animale bloccata al suolo, l’uomo con tutta la forza possibile comincia a spingere avvitando il puntello per perforare il naso della povera bestia. Spero la tortura si prolunghi il meno possibile, un paio di muggiti profondi e rassegnati segnano la fine dell’operazione, ora resta solo da passare la corda nel foro appena praticato. Poi rapidamente tutti si allontanano e il bovino si rialza. Mi sembra alquanto contrariato, ma non gli resta che farsi tirare e rientrare nel recinto. Mi aspetto uno scalcio, uno scatto, un gesto di risentimento, ma la vendetta e il rancore probabilmente non fanno parte del suo mondo. Sembra che non senta dolore, si è già scordato di tutto, non si accorge neanche della corda appesa al naso.
Una volta nel recinto riprende a ruminare qualche ciuffo di erba secca, sereno e pacifico, amico e nemico di nessuno. Quanto c’è da imparare anche dallo zebù… Partiamo con la piroga a motore e ci dirigiamo lungo la costa dell’isola, fiancheggiando una strana scogliera di rocce rosse, fino a che ancoriamo la barca e ci buttiamo in acqua. Non c’è molto, e mentre lui pesca 3 pesci gialli (da corallo) Tommi tira poco e prende ancora meno. Io ne approfitto per fare qualche tuffo in apnea e sono soddisfatta dei risultati. E’ pieno di pesci coloratissimi e scatto qualche foto subacquea. Torniamo in là a mani vuote ma non ci viene negato un bel pranzo dalla capa villaggio a base di riso e spiedini di pesce. Dopo mangiato ancora un po’ di relax e poi via verso Nosy Be. Per la seconda volta le lance partono in coppia e nessuno è così attento osservatore da domandarsi il perché. Ma tutto appare chiaro quando d’un tratto all’altra lancia si spenge il motore.
Ci fermiamo anche noi aspettando l’esito delle manovre di riparazione e pronti ad intervenire, a caricare i passeggeri o a chiamare aiuto. Se rimani li da solo alla deriva ho paura che sei sfottuto, ecco perché si naviga sempre almeno in due. Arrivati a Ambatoloaka cerchiamo da dormire al Robinson, un posto consigliato da Jacopo (un romano in viaggio da solo che avevamo conosciuto il primo giorno a Nosy Iranja, e che becchiamo in spiaggia non appena arrivati a terra). Ci aveva detto che era economico e sul mare, e per fortuna ci tocca un bungalow molto spartano ma letteralmente sulla sabbia, a 20 metri dall’acqua, con un patio vista diretta sull’Oceano e sul tramonto. Facciamo un giro in paese, leggermente turistico, e cerchiamo un diving center per la mattina seguente: fissiamo 2 immersioni nella mattinata a Nosy Tanikely, un’isoletta vicina che è riserva marina. Ceniamo con poco e andiamo a letto piuttosto presto.
Andiamo a cercarlo tra gli hotel e gli affittacamere, chiedendo in giro di un certo Jacopo, un italiano… abbiamo fortuna, lo rintracciamo al terzo tentativo, e iniziamo a chiamarlo dalla strada… la luce è accesa, ma non si affaccia… vediamo muovere in stanza… una gamba nuda… una torso nudo… Oooops!!! sarà in compagnia?! … ohi ohi ohi… momento sbagliato?! Eccolo lì!!! E c’è anche una lei!!!… e allora?!… alla fine si affaccia a metà tra l’imbarazzato e il sorridente: “scendo fra 5 minuti!”, ok, ci prendiamo una birra intanto… J Lo vediamo arrivare con un sorriso smagliante, seguito a ruota da Heliane, una malgascia sulla trentina, carina, che parla un po’ d’italiano. Poverino si era anche un po’ preoccupato, dal tipo che avevamo mandato a chiamarlo, aveva capito che c’erano i suoi familiari …al telefono. Caro Jacopo questo francese va un po’ ripassato, eh?!? Ordiniamo un’altra birra e intanto iniziamo a convincerlo sulla possibilità di partire per il nord … DOMANI! Lui dice di stare calmi, ma io e Tommi siamo così, non ci frena nessuno, bisogna vedere, fare, andare… Ma se no si forse però… verrebbe anche Heliane, così non è da solo con noi, e questo può essere positivo anche perché lei è malgascia… alla fine è deciso, domattina presto si parte, noi 4, destinazione Diego Suarez, capitale del nord. Per arrivare lassù il viaggio sarebbe lungo circa 6 ore, ma abbiamo letto che ci sono 2 grandi parchi bellissimi, con molte specie di lemuri e baobab, così pensiamo di fermarci a vederli lungo la strada per alleggerire il viaggio, inoltre ci aspettano splendide baie meno battute dal turismo di quanto non lo sia Nosy Be. Non vediamo l’ora. Come dice Tommi, il posto più bello è sempre il “prossimo”…posto più bello è sempre il “prossimo”…
Ankify, dove attraccano le barche, non è che una piattaforma di cemento che scende fino all’acqua, marrone e acquitrinosa nella laguna, con un po’ di baracche e molte donne che vendono frutta. C’è un grande parcheggio di taxi e taxi-brousse (“taxi della boscaglia”, si tratta di un pulmino da 12/15 posti che viene stracaricato fino a 30/35 persone e che percorre lunghi tragitti). Ci hanno consigliato di prendere quello più pieno, perché è sempre il primo che parte. Heliane compra i biglietti e carichiamo gli zaini su uno che in realtà è mezzo vuoto: ci mettiamo 2 ore e mezza prima di partire!!! La smania ci attanaglia, Jacopo si agita e si fa sentire, ma nella dimensione malgascia non c’è modo di condizionare gli eventi, meglio restare calmi.
Mi impossesso della macchina fotografica nell’intento di cogliere qualche scorcio interessante e ingannare l’attesa. Un gruppo di donne con abiti particolari sono sedute vicino fra loro, molti fiori fanno da contorno. Io inquadro le donne e scatto ripetutamente dispensando sorrisi che però non trovano riscontro. La scena si protrae per alcuni minuti poi mi allontano. Dopo poco vengo informato che le donne vestite di bianco stanno andando ad un funerale e realizzo che tutti quei bei fiori sono appoggiati proprio sulla bara coperta da un telo bianco che verrà trasportata probabilmente a Nosy Be. Che figura!
Finalmente si va, saremmo una venticinquina sopra, ma almeno siamo nei 4 posti in fondo, i più comodi. La prima ora di strada è terribile: una mulattiera piena di buche, con scalini altissimi dovuti al cemento ormai rotto e bucherellato. Il pulmino a passo d’uomo saltella a destra e a sinistra e ci guardiamo preoccupati pensando che ci aspettano anche 3 ore abbondanti di strada. In realtà dopo il primo pezzo tutto si assesta e si prosegue su una vera strada, dove si susseguono piccoli villaggi, foreste e alberi dalle 1000 forme e dimensioni, persone in bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a quanto pare), branchi di zebù al pascolo, fiumi, paesaggi sterminati che vanno dal verde delle risaie, al rosso della terra, al giallo della savana arida, all’azzurro del cielo. Lungo la strada compriamo 2 frutti del cacao e un po’ di mais. Il frutto del cacao ha una corteccia molto spessa e i semi dentro sono amari: si mangia solo la parte bianca dove sono racchiusi i semi, che è buonissima e molto dolce!
Dopo un po’ non ne possiamo più: il viaggio è davvero scomodo e ci siamo alzati all’alba … finalmente siamo arrivati: qui?! Ci scaricano in mezzo al nulla, dove ci sono solo alcune capanne, un paio di “bar” (si differenziano dalle capanne per l’insegna) e un cartello “Ankarana”. Ankarana è il parco che visiteremo. Ci cimentiamo subito nel loro stile di vita: i bungalow dove alloggiamo sono molto modesti ma accoglienti e puliti. Al loro interno c’è solo un letto con zanzariera e un panchetto. Abbiamo a disposizione una lampada a olio, perché la corrente che c’è qui è appena sufficiente per illuminare i bagni. Questi ultimi sono in comune, poco distanti dai bungalow, e sia l’acqua per la doccia che quella per il water le devi prendere all’esterno, da grosse taniche fornite di rubinetto, una bacinella per lo scarico del water e dei secchi per la doccia completano il servizio. Che bellezza, ora mi piace!!
Decidiamo di visitare subito una parte del parco, perché sono appena le 15.00, e ci sono ancora 3 ore di sole (in realtà di nuvole…). Andiamo con Julien, la nostra guida, a visitare la foresta, lungo un sentiero di 4 ore (2 di andata e 2 di ritorno) che ci porta attraverso un’enorme crepa nel terreno, profonda almeno 20 metri, originata da 2 fiumi che nella stagione delle piogge si scontrano con forza e si interrano in questa gola profonda, poi vediamo tantissimi lemuri, così pacifici e sereni. Ci guardano incuriositi, saltano con agilità da un albero all’altro senza lasciarsi avvicinare… incontriamo un camaleonte marrone, con i suoi occhioni in fuori e indipendenti che ti scrutano a 180° e quelle zampette prensili. Jacopo e Tommi lo prendono in mano e lui cammina calmo e circospetto. è dello stesso colore delle cose sulle quali si posa.
Questo infatti l’ha visto la guida: era su un ramo e noi non ci avremmo mai fatto caso… ci affacciamo poi su uno spettacolo stranissimo: il deserto degli tsingy. Tsingy significa “non ci puoi camminare sopra” e infatti sono delle pietre incredibilmente acuminate che si sono formate dall’erosione delle piogge in tempi lunghissimi. Adesso si è creato una distesa deserta dove nascono solo alcune piante grasse e la monocromia del grigio fa forte contrasto con il resto del paesaggio, verde e rigoglioso. Le pietre sono anche pericolose, per sbaglio inciampo e appoggio una mano: ohi ohi ohi, c’è da farsi i piercing!!! Il paesaggio è inospitale, pieno di rovi e piante grasse, solo qualche uccello si avventura a sorvolare il deserto… però è assolutamente affascinante, da restare a bocca aperta…
Al rientro passiamo accanto ad alcuni baobab: alla fine quello più grande, con un diametro di 15 metri e un altezza di … non saprei … 50 metri forse?! Ha 600 anni!!!
Infinitamente stanchi e polverosi arriviamo al “campeggio” che è già buio. Ci facciamo una doccia rapida e ceniamo con minestra e pollo, buoni. Alle 21.00 siamo già pronti per rimboccarci le coperte. E fanno proprio comodo, con il vento che passa fischiando tra le assi della capanna.
Montiamo allora su una vecchia Renault abbastanza grande, e in meno di 2 ore arriviamo a Diego. La capitale del nord è in realtà un reticolo di strade parallele e perpendicolari, la maggior parte delle quali sterrate o con grosse buche, che ha ben poco da offrire. Come sempre siamo affascinati dai luoghi, qui così veri e poco turistici, ma ci rendiamo ben presto conto che è meglio proseguire per Ramena, il villaggio di pescatori sulla baia che anche la guida consiglia come posto migliore per pernottare. Contrattiamo con un tassista che viaggia accompagnato dalla figlioletta di forse 2 anni sul sedile posteriore: è un angelo da com’è bella, ma non apre bocca nemmeno una volta.
La strada per arrivare a Ramena è bellissima perché corre lungo tutta la baia naturale di Diego, che si dice sia la seconda più grande dopo quella di Rio de Janeiro. La giornata è bellissima, fa caldo e il mare è di un azzurro cristallino. Usciti dalla città continuiamo per la strada che scende verso il mare e poi a fianco di ampi campi adibiti al pascolo di zebù, e case, capanne, qualche piccolo hotel. Ci sono anche diversi baobab, a proprio nel mezzo alla baia si erge il caratteristico cono rovesciato di Nosy (“Pan di zucchero”, inaccessibile ai turisti perché i malgasci celebrano qui i riti sacri per gli antenati). La strada peggiora ben presto e diventa poco più di un susseguirsi di buche e sterrato (viene naturale chiedersi come sia qui durante la stagione delle piogge, quando diluvia per giorni e giorni e le strade diventano torrenti di fango…).
Adesso fa davvero caldo e non vediamo l’ora di fare un tuffo in acqua. Arrivati a Ramena 2 o 3 ragazzotti ci circondano offrendoci alloggi ma noi vogliamo fare di testa nostra (magari si risparmia 1 o 2 €!!!)… alla fine però è tutto pieno e il loro e l’unico posto disponibile. Oh Tommi, ma non avevi detto che erano carine?!?!?! Penso siano le più brutte e squallide dell’intera vacanza, per non parlare degli asciugamani bucherellati (…!@#§**#) ma tanto dobbiamo starci solo una sera e siamo comunque a 10 metri dal mare. Avendo viaggiato col taxi speciale e senza sosta a Diego siamo arrivati piuttosto presto. Pranziamo sulla spiaggia a un ristorantino con 3 tavoli e 2 panchine.
Non c’è molta scelta, ma tanto oltre al riso e al pesce gigliato con una bella birra ghiacciata che altro si può desiderare?! Ormai abbiamo imparato che dall’ordinazione al sevizio passano sempre un’oretta o un’oretta e mezza (MORA MORA…) così ci facciamo un tuffo e leggiamo un po’. Dopo pranzo, decisamente a pancia più che piena, ci mettiamo a giocare a frisbi: scopriamo che Jacopo è un vero campione e fa dei giochetti niente male, coi piedi, le mani, la testa… cerchiamo di imitarlo ma con scarsi risultati per ora… i nostri giochi, con tuffi e piroette diventano un richiamo per i tanti bambini sulla spiaggia, e dopo poco ci vediamo affiancati da un gruppo di ragazzetti che giocano anche loro con un piccolo frisbi. Ci mettiamo allora tutti insieme e diventa proprio un bel gruppo.
La spiaggia di Ramena è davvero bella, uno striscione lunghissimo con sabbia chiara e acqua pulita. Ci sono molte barche di pescatori (da alcune scendono casse e casse stracolme di polpi, mai visti così tanti e grossi tutti insieme) e i pochi turisti sono discreti e tranquilli. Insomma, un altro angolo di paradiso. La baia poi è grandissima e il sole si riflette sullo specchio di acqua calma con tutta la sua forza, creando dei giochi di luce affascinanti, prima allo zenit, con piroghe a vela su luccichii dorati, poi al tramonto, con riflessi che attraversano tutte le tonalità del rosso… più tardi incontriamo di nuovo la Betta, la Dodi e Marco (anche detto Vandi), che avevamo già visto un paio di volte a Nosy Be.
Sono il trio che avevamo già notato a Malpensa, zaino in spalla come noi, di Bologna, simpaticissimi! Loro dormono a Diego ma per domani hanno fissato una gita al Mare di Smeraldo: ci volevo andare anch’io, la guida ne parla benissimo, il nome è tutto un programma, uniamoci a loro!!! Così fissiamo per il mattino dopo: escursione tutti insieme in piroga. Le contrattazioni stavolta si rivelano più difficoltose del solito. Innanzi tutto perché dobbiamo scrivere le cifre sulla battigia ed ogni volta che un onda un po’ più lunga ci cancella i numeri dobbiamo ripartire da capo anche con il ragionamento, e poi perché non subito ci rendiamo conto che i barcaioli non hanno una gran dimestichezza con la moltiplicazione e fanno davvero fatica a fidarsi dei nostri risultati. L’unica è procedere per somme, “mora mora” naturalmente.
La sera restiamo sul piccolo molo a pescare, io, Tommi e Jacopo, e si annida un branco di ragazzini incuriositi: Jacopo ha portato con se un sacco di canne e attrezzatura per la pesca; è un patito e vuole in tutti i modi pescare anche se non c’è modo di riuscire a prendere qualcosa. Alcune canne le ha lasciate a Nosy Be, ma da una è inseparabile e vuole usarla… il fatto è che dall’inizio della vacanza (è arrivato in Madagascar un giorno dopo di noi) non ha ancora preso nulla… vediamo se con noi avrà più fortuna!! Io leggo un po’ mentre Tommi e Jacopo si cimentano in una pesca che da pochi frutti: un piccolo balestra e una piccola “non so come si chiama” che ributtano in mare.
L’unica cosa che raccolgono con abbondanza sono le risate dei bambini ogni volta che titano su l’amo VUOTO!! Alla fine qualcosa sembra aver ingoiato l’amo, qualcosa che tira con forza… è una dura lotta fra Jacopo e la bestia, qualsiasi essa sia, tutti i bimbi sono con lo sguardo rivolto in acqua per avvistare qualcosa, e tira, tira … IMPIGLIATO!!! L’amo si era solo impigliato, era un alga!! Mannaggia, per stasera tocca mangiare al ristorante. Mentre ridiamo insieme i bambini cominciano a gridare “BALENE!! BALENE!!” noooo, le balene!!!
Tutti con lo sguardo all’orizzonte, verso l’altra parte della baia: a grande lontananza, di qualche km probabilmente, vediamo alti spruzzi uscire dalla superficie, e poi grossi corpi saltare fuori e ricadere con grande sollevamento d’acqua!!! Oddio che emozione, così lontane eppure così vere e improvvise, nel loro ambiente naturale!
Dopo questo breve incontro speriamo di avvistarle domani. Si cena in un bel ristorante, dove a Heliane ordina pesce grigliato e le arriva … un bel pesce pappagallo!!! E per giunta buono! (Chi l’avrebbe mai detto, con tutti quelli che ci sono passati davanti ai Carabi e non gli abbiamo mai sparato… ma la prossima volta non ci scappa!!) … e dopo qualche rum aromatizzato si va a letto. Le stelle qui sono spettacolari, un cielo completamente diverso dal nostro, irriconoscibile, eppure la via lattea lo attraversa tutto con la sua scia di luce, e quaggiù nel mezzo al nulla le stelle sono ancora più luminose…
Le vediamo arrivare perpendicolari alla barca e ci dondoliamo sul loro dorso (per fortuna sono molto lunghe). Entriamo così nella baia adiacente, dove c’è uno dei mari più belli che occhio umano abbia visto: un’acqua di colore azzurro/verde si estende a perdita d’occhio, lungo una costa di scogliera, tsingy, e spiaggette inaccessibili. Il nome è assolutamente appropriato! Ci sono diverse isolette o rocce che spuntano dall’acqua.
Dopo aver attraversato questa baia turchese arriviamo ad una spiaggia su una piccola isola dove approda la piroga e ci sistemiamo a leggere, prendere il sole, giocare a frisbi anche se tira molto vento. Io e Jacopo facciamo un giro in acqua con la maschera: è ghiacciata, e resta bassa in tutta la baia. Non c’è molto, solo qualche pesciolino balestra e un paio di scorpione.
La bellezza del posto sta nel fatto che l’acqua, grazie al sole e al vento e al suo colore cambia ogni minuto, e le tonalità, le gradazioni di azzurro, il paesaggio sono un continuo susseguirsi di tonalità di celeste, smeraldo, oro… ci sono altre isole e scogli che a tratto sono collegati l’uno all’altro (dipende un po’ dalla marea). Alle 11.40 il pranzo è pronto (esatto, alle 11.40!!!) e facciamo una ingozzata incredibile di pesce alla griglia (capitano, margherita, cernia) con riso, e granchio al sugo… pesantissimo, ma delizioso.
Io, Marco e Tommi finiamo quasi tutto, mentre gli altri si sono fermati un bel pezzo prima, Marco in particolare si esibisce in uno spettacolo inenarrabile sul granchio al sugo: mai visto nessuno alzarsi da tavola unto in quella maniera. Dopo pranzo noi 2 andiamo in esplorazione a vedere l’altra parte dell’isoletta. La zona è piuttosto brulla e la vegetazione bassa è composta da arbusti, piante grasse e rovi, qualche gabbiano che mi spaventa col suo strillare (mica risarà qualche cucciolo da proteggere?!), così ci fermiamo poco.
Il paesaggio è strano: un vento fortissimo increspa le onde turchesi, e per poco non perdo il cappellino di Fidel!! Torniamo dagli altri che è ora di rientrare: il mare si è alzato e non si può aspettare oltre. Ma Marco sta facendo ancora snorkeling? Ma non avevamo detto che non c’era un gran che da vedere con la maschera? Maschera? Il nostro Marco, senza temere la digestione del granchio riemerge dall’acqua che sarà alta si e no mezzo metro, e tenta di metterci a fuoco attraverso una mascherina da bambini appoggiata sul naso e completamente staccata dalla faccia. Ci guardiamo perplessi… la Betta scuota la testa rassegnata “Vandi, ma che c..zzo ti sei messo??” e lui “ mi entra un po’ d’acqua perché ho i baffi!” capiamo che il personaggio è degno di nota e cominciamo a svelare il contenuto di quella curiosa valigia.
Saliamo sulla barca ancora frastornati dalla scena che per poco non lasciamo un paio di ciabatte sull’isola. Appena partiti mettono le borse al coperto, e ci danno dei teli di plastica … qui si mette male… ben presto capiamo perché: dobbiamo navigare per un po' contro vento e contro corrente, quindi a motore, e prendiamo delle gran secchiate d’acqua addosso. Però tutto sommato pareva peggio da come ci hanno fatti bardare! A tornare ci mettiamo il doppio che all’andata, ma arriviamo salvi e asciutti. Prendiamo le nostre borse e ripartiamo per Diego.
Ci sistemiamo in un piccolo hotel carino e pulito: le camere sono enormi ed economiche, e dopo una doccia usciamo a cena con gli altri. Abbiamo fissato sulla strada principale (in realtà anonima come le altre) ma pare che la scelta non soddisfi… a forza di girare propongono un ristorante vicino al loro hotel: “ma guarda un po’, noi dormiamo lì accanto!!! E allora, dopo questo giro pesca ci ritroviamo al punto di partenza e ci servono un’ottima cena, varia e gustosa, tra racconti e aneddoti che ognuno ha voglia di condividere con gli altri. Dopo una bella mangiata tentiamo la fortuna con qualche locale, ma sono tutti vuoti e in fase di chiusura, così ripieghiamo a letto.
Così abbiamo la possibilità di dividere il viaggio per Ankify altrimenti lungo 6 ore! Andiamo alla stazione di taxi-brousse fuori Diego: AIUTOOOO!!!!! Siamo ancora seduti sul taxi che ci assalgono una decina o più uomini urlando come matti. Le nostre borse non sono più nel bagagliaio ma le stanno già montando sui pulmini, una qua e l’altra là… Jacopo allora, col suo metro e ottanta e la sua vociona esce dall’auto e si riappropria delle borse urlando “Ebbasta aho!!”. Gli uomini si calmano ma è evidente che combattono fino all’ultimo tentativo per accaparrarsi noi 4 clienti.
Io e Heliane ci togliamo d’impiccio e andiamo a comprare un po’ di pane e dell’acqua. Arrivate al bancone di un “bar” all’aperto sul piazzale dei pulmini c’è una donna che frigge del pesce e dei vassoi con samosa fritti e altre specialità in vendita. I vassoi sono pieni di mosche e all’invitante banchetto si aggiunge anche una capra che si solleva sulle zampe posteriori e comincia a servirsi dal vassoio!!!! Torniamo dagli altri che ancora non si è capito nulla: vogliamo evitare l’errore dell’andata, quando abbiamo aspettato 2 ore alla partenza.
La scelta è ardua: uno è quasi vuoto, magari ci accaparriamo dei buoni posti, ma chissà a che ora si parte! L’altro è strapieno già adesso, ma 4 posti si trovano… alla fine optiamo per il secondo, con Tommi e Jacopo che si offrono di prendere i posti peggiori. Heliane si siede davanti, beata lei… mentre noi siamo in seconda fila. Sono già seduti una signora con una bimba piccola in braccio, e 3 bambini di schiena, in senso opposto di marcia. Noi ci sistemiamo accanto alla signora, in quelli che sarebbero solo 4 posti siamo così lei, io, Tommi, Jacopo, e 3 bambini di fronte a noi. Stanno per chiudere il portellone e partire quando un ragazzo entra all’ultimo secondo e si siede… proprio davanti a Jacopo! Sono a distanza da bacio, e le ginocchia di lui sono piantate nella zona protetta di Jacopo.
Ad ogni frenata… ohi ohi ohi… Lo schiacciamento non sembra essere però l’unico problema per Jacopo che d’un tratto chiede a Heliane: “ma che s’è magnato aho?? Me passi du samosa co’ a cipolla che almeno o contrasto!!” Dopo appena qualche km ci fermiamo per far salire una signora: MA DOVE??? Il ragazzetto si butta dietro addosso agli altri e la signora si mette al suo posto: Jacopo ha una compagnia sicuramente più morbida, ma anche più grossa! Lui si lamenta “nun me da confidenza”, poi ripensando alle samosa aggiunge“…mo me dispiace” e ci credo: ogni pezzetto del loro corpo è in contatto e i due volti sono distanti si e no un palmo.
Qui ogni volta che ci si muove si perde qualche centimetro di spazio e se lo accaparra il vicino… è una lotta alla sopravvivenza!! Tommi siede proprio sul ferro del sedile, prova a ammorbidirlo con la guida ma non funziona. è una tortura per lui… alla fine, allo stremo della sopportazione con una gamba completamente informicolita si siede sullo schienale, così un ragazzo che capisce il problema gli da un cuscino: POTEVI DIRLO PRIMA!!?!?!?? Il viaggio prosegue con poca comodità ma tante risate, alla fine siamo 32 su un pulmino da 15… arriviamo all’Ankarana in men che non si dica, e usciamo dal pulmino distrutti. Appena il tempo di appoggiare le cose e partiamo per la passeggiata. Stavolta sarà solo un’oretta tra andata e ritorno (meno male!!) ma fra 2 ore farà buio perciò si deve partire subito.
La tentazione di andare domattina è forte, ma alla fine Jacopo ci convince e si torna con Julien. A quest’ora (circa le 17.00) il sole sta calando e gli animali escono dalle loro tane: incontriamo tantissimi lemuri, e anche un piccolo gufo accoccolato su un ramo. Gli animali sono pacifici e tranquilli, e difficilmente scappano a meno che tu non cerchi di avvicinarli troppo.
Dopo una mezz’ora inizia la discesa: 163 scalini ripidi e alti fino a un androne enorme di roccia. Si tratta di una grotta naturale, grandissima, con la volta di circa 30 metri, aperta su un lato. Forniti di torce entriamo nella prima grotta: ben presto si fa tutto buio, e si deve camminare su un lato lungo la parete perché poco più in là dal camminamento la parete un po’ ripida scende in un fosso. Lungo le pareti ci sono enormi ragni pelosi, grossi come una mano o più, e al soffitto e alle pareti centinaia di grossi pipistrelli che stridono e svolazzano.
Il buio è totale con le torce spente, si sente solo lo stridio agitato dei pipistrelli che si stanno svegliando e che entro un’oretta usciranno per la notte. è uno spettacolo che fa venire i brividi. Usciti all’esterno la luce ci accoglie con forza, già attenuata dall’ora ma comunque forte in contrasto con la grotta. Saliamo per alcuni scalini fino ad arrivare alla seconda grotta: qui si fa un pezzo stretto e ci si trova in un androne un po’ più basso del primo dove c’è un odore acutissimo di sterco e gli stridii sono ancora più forti perché la grotta è praticamente chiusa (l’entrata è molto stretta). L’odore è nauseante e i pipistrelli sono più piccoli ma in quantità maggiore.
Molti si nascondono in buchi sul soffitto, e se gli punti la torcia escono uno a uno e svolazzano da un lato all’altro con quegli occhietti rossi: DISGUSTOSO!! . Usciamo dopo questa avventura da Indiana Jones e dopo aver percorso tutti e 163 gli scalini verso l’alto torniamo all’accampamento. Solita doccia, cena e a letto.
Oggi è l’ultimo giorno. Mannaggia... Allora andiamo a visitare Nosy Komba che non c’è stato ancora verso, partiamo col taxi insieme a Jacopo, che si porta appresso la solita canna da pesca. Arrivati al porto c’è una mezza lite fra 2 barcaioli che si contendono il passaggio di cui abbiamo bisogno. Alla fine optiamo per la piroga a motore, leggermente meno costosa del motoscafo. Saliamo su noi 3 più tutta la famiglia del barcaiolo (ma allora è un vizio?!) e partiamo. Ci sono una vecchia signora e un paio di ragazzine a bordo, oltre a 3 giovani: siamo una marea e quindi si va abbastanza piano. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione. L’isola è una grande collina che esce dall’acqua, tutta coperta di foresta con solo il villaggio e qualche altra capanna lungo le coste, mentre per il resto appare selvaggia e disabitata. Scendiamo e ci dirigiamo a dare un’occhiata in giro: sulla destra c’è il villaggio, un insieme di capanne di legno con persone che cucinano riso sulla strada, mentre andando a sinistra inizia un bel mercatino pieno di prodotti artigianali (che scopriremo costare più del doppio rispetto al resto dell’arcipelago) dove si trovano le solite borse di rafia, maschere di legno, batik, etc. L’esposizione è enorme e ci perdiamo tra i meandri delle bancherelle diposte lungo le viuzze sterrate dove si passa solo a piedi. Non è un classico mercato, ma sono le persone che dispongono i manufatti all’esterno delle case, quindi è come una passeggiata tra tovaglie e baccelli di carrube, sculture e bambini che cantano chiedendo qualche spicciolo. Arriviamo all’ingresso della riserva naturale ed è tutto molto improvvisato: le bestiole sono molto vicine l’una all’altra, e la riserva altro non è che un fazzoletto di foresta con qualche recinto. Paghiamo il biglietto ad un ragazzino che dice di essere il bigliettaio, e ci uniamo a dei bambini che ci accompagnano a vedere i serpenti (drogati in un recinto di cemento) per fare 2 foto con “sciarpa di pitone”, le tartarughine, una grande tartaruga di 45 anni, e i camaleonti. Ce n’è uno verde, più grande, e uno marrone, piccolino: sono molto curiosi, camminano piano piano sulla mano, si guardano attorno circospetti coi loro occhi a palla, e infine spariscono tra le foglie delle piante. Infine ecco i lemuri, attrazione principale dell’isola: qui sono abituati alle persone e si avvicinano senza paura, attratti dalle banane che i turisti offrono loro. Io mi rifiuto di prenderli sulla spalla perché questo nero e spelacchiato ha 2 occhi assatanati (così come mi sono rifiutata di toccare i serpenti e i camaleonti… mica mi fido tanto…) ed infatti si catapulta sulla spalla di Jacopo e poi di Tommi divorando letteralmente una bananina dopo l’altra. Ha le manine con le dita prensili, che sembra quasi un bambino. In fondo è carino: ci spiegano che quelli neri sono i maschi mentre i marroni le femmine. Sono molto mansueti e si avvicinano senza paura. Il modo che usano per chiamarli è semplice: con una banana in mano gli gridano “MAKI MAKI MAKI MAKIIIIIII” (makako è una specie) e aspettano… scendendo verso il paese ne troviamo altri ma non ci degnano di uno sguardo. Tommi si sgola a chiamarli e tende banane a destra e a manca, ma questi non scendono di un ramo. Prova anche a lanciargliela in testa ma nulla: ci spiegano che adesso è tardi, e questi è da stamani, dal primo gruppo di turisti, che mangiano banane. Ne avranno avute abbastanza!!! Passando dal mercatino compriamo dei baccelli di carrube, sono molto belli e il nostro sarà lungo mezzo metro. Andiamo sulla spiaggia che abbiamo visto oltre il villaggio, tranquilla e deserta, e dopo aver mangiato un ananas e qualche banana ci mettiamo a leggere. Jacopo non riesce a stare fermo un secondo, così va a pescare. Come al solito lo accerchiamo i bambini incuriositi dagli attrezzi, e io e Tommi partiamo in avanscoperta in acqua per vedere se c’è pesce: macché! Tutta sabbia, neanche intorno agli scogli c’è qualcosa: ma dove si nascondono quei pesci vela, barracuda e polpi enormi che vediamo passare ogni tanto lungo la spiaggia, trasportati da ragazzini di appena una decina d’anni?! Verso le 15.00 torniamo alla piroga per rientrare. Stavolta siamo solo 5, ma il mare si è alzato e tira un gran vento. Il viaggio di rientro è lungo il doppio dell’andata, purtroppo contro corrente, con le onde che sobbalzano la piroga in tutte le direzioni. L’unica cosa da fare è mettersi comodi (per quanto possibile su una barca di legno larga appena un metro) e aspettare di essere arrivati. Ci guardiamo preoccupati quando la piroga si inclina fino quasi a imbarcare acqua, e Jacopo ci infama scherzosamente perché per risparmiare 4 € abbiamo preso la piroga invece del motoscafo!! La scena è comica: i 2 barcaioli accanto che tentano di dare un senso al motore e al timone, e noi 3 bianchi “distesi” perpendicolarmente alla barchetta, nascosti sotto i giubbotti di salvataggio per coprirci dagli schizzi. Passa un motoscafo pieno di turisti insacchettati dentro larghi impermeabili verdi e ci guardano sorridendo: noi ricambiamo il sorriso salutando! Che bellezza, questo è il Madagascar! Ad un certo punto la canna si tende al massimo: Jacopo ha preso qualcosa!!! Finalmente, è l’ultimo giorno!! Ci fermiamo tra le onde e tra un tira e molla riesce a arrotolare il filo … ecco ci siamo … UN’ALGA!!!! Si era impigliato l’amo, credo il 10° o più che perde durante la vacanza… ma continuiamo a non dubitare delle sue doti di pescatore… J alla fine giungiamo al porto, e ciliegina sulla torta ci fanno scendere a 10 metri dalle scale: dobbiamo arrivarci camminando nell’acqua piena di nafta che stagna tra le barche … L vabhè, che ci vuoi fare, il Madagascar è anche questo!! Torniamo a Ambatoloaka e andiamo a fare la spesa per l’aperitivo: birre, coca cola, noccioline. Verso le 17.00 arrivano tutti e ci mettiamo a bere e a chiacchierare. Siamo a fine vacanza e ognuno ha voglia di dire la sua. Decidiamo di fare una doccia e cenare insieme, così scegliamo un ristorante consigliato da uno del posto. Vengono a prendere l’ordinazione dopo una ventina di minuti, e quello che scelgo non ce l’hanno, “allora prendo quest’altro”, “non c’è”, ma allora si fa prima se mi dici tu quello che avete no?! Alla fine riusciamo a metterci d’accordo e dopo un’oretta e mezzo arrivano in tavola tutti i piatti: antipasti, primi e secondi!!! Tra una sorsata di birra e una di Coca (necessaria per aiutare lo stomaco) riusciamo a spolverare tutto… J
Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica che esce da un pub, facciamo 2 chiacchiere, Heliane ci delizia con una danza fatta tenendo la bottiglietta di Coca Cola aperta e piena sulla testa. Anche Tommi ci prova (con quella di plastica però) ma è un disastro: insiste perché tutti noi proviamo, ma nonostante noi ragazze sembriamo più portate, nessuno riesce a fare un passo con la bottiglia ferma… chissà come diavolo faranno loro?! Alla fine ci decidiamo ad andare a dormire, anche se a malincuore. Ci salutiamo, con Jacopo fino al prossimo incontro in Italia, con Heliane, fino alla prossima volta a Nosy Be, e con gli altri alla mattina dopo in aeroporto.
Un ultimo sguardo a questo cielo stellato, che stasera è sereno e meraviglioso, e poi ci arrendiamo alla stanchezza.
Il viaggio dura una ventina di minuti e lungo la strada resta poco spazio per le parole. Giusto uno sguardo fuori dal finestrino osservando il tragitto che avevamo fatto 2 settimane prima, assolutamente ignari di quello che ci aspettava nei giorni seguenti, e adesso ripartiamo con la mente e gli zaini pieni di ricordi. All’aeroporto incontriamo i magnifici 3: la Dodi, la Betta e Marco. Abbiamo un po’ di tempo per spendere gli ultimi soldi rimasti e riempire gli ultimi spazi nelle valigie… a proposito di valigie: guarda Marco!!!!! Siamo tutti con lo zaino, e invece lui porta uno zainetto e una valigetta di stoffa verde e marrone anni ’30! La Betta lo prende in giro “il Ragionier Filini” lo chiama… effettivamente!!
Dopo il check-in saliamo in aereo, e abbiamo la solita fortuna: l’ultima fila è per noi. 3 posti che ci permettono di viaggiare più comodi degli altri. Il viaggio procedere regolare tra un film, un pisolino, una chiacchierata… nel pomeriggio ci viene fame, la cena non la servono, ma solo uno spuntino: un panino a testa. Divoriamo quello che ci viene dato ma non basta… Tommi si affaccia sul retro e chiede se è avanzato qualcosa… rimedia un altro panino che smezziamo… ce ne fosse un altro… si alza di nuovo e trova uno steward (non lo stesso di prima per fortuna) al quale dice indicando i panini rimasti “quelli lì mica li buttate?!” J quello lo guarda e gli butta un panino… e un altro “vai, ma zitto!!”.
Arriviamo a Malpensa alle 20.30, e ormai il treno per Firenze è perso. Per fortuna i ragazzi si sono offerti di darci un passaggio fino a Bologna, così ci avviciniamo, e poi possiamo dormire dalla Dodi. Siamo gli ultimi a lasciare il recupero bagagli: recuperiamo gli zaini tra i primi ma la borsa col fucile che avevamo fatto imbarcare come “fragile” non arriva. Aspettiamo fino alla fine, ormai se ne sono andati tutti, a parte un altro signore che aspetta come noi un “fragile”… niente da fare, non arriva nulla, secondo me se lo sono perso!
Mi spenzolo per vedere se individuo il banco “lost & found” e individuo invece una scritta “bagagli speciali”: andiamo a vedere ed ecco la borsa col fucile, integra e appoggiata lì alla parete da chissà quanto!!!! Andiamo a lungo recuperare la macchina e carichiamo il bagagliaio a mo’ di Tetris: perfetto!! Lungo il viaggio la Betta mette musica anni ’80, e Filini le sa tutte!!! Arriviamo a Bologna molto tardi, così ci ficchiamo nel letto (grazie alla Dodi che dorme sul divano) e piombiamo in un sonno profondo e breve…
Non è facile applicare la filosofia del “Mora Mora” al di fuori delle vacanze e al di fuori del Madagascar… ci proviamo… e vediamo come andrà a finire!! Io dico che qualche mese si resiste, poi eventualmente… SI RIPARTIRA’!!!




