I viaggi di Gigi: IRAN - Le tradizioni
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Introduzione
Col ricordo delle grandi tradizioni del Paese, termina il nostro suggestivo viaggio in Iran.
Descrizione
I viaggi di Gigi: IRAN - Le tradizioni
Concludiamo oggi il nostro affascinante viaggio in Iran, che mi auguro vi abbia fatto meglio conoscere questo splendido Paese purtroppo così devastato da una fama sicuramente immeritata. Oggi parleremo delle tradizioni del paese, che costituiscono davvero la sua anima e che come in pochi altri paesi al mondo, sono conservate maniacalmente di padre in figlio. È un paese molto variegato come panorami, da alte e innevate montagne a deserti piatti e infiniti, da campagne lussureggianti a splendide coste. Una terra dove anche il nulla può essere affascinante.
Mi ricordo, per esempio, quando attraversammo il deserto di sale. Un bianco totale, abbagliante, in cui sembrava che il mondo avesse perso i suoi colori. Eravamo nell'Iran centrale, su un immenso altopiano che supera mediamente i 1500 metri di altezza. Malgrado questo, faceva molto caldo, anche se la sensazione era di gelo assoluto. Questo grande deserto nel deserto (lungo oltre 50 km) è formato infatti da un alto strato di sale bianchissimo, ed è sicuramente l'unico posto in Iran dove qualsiasi forma di vita è completamente sconosciuta. Eppure anche qui l'uomo è riuscito a trasformare un mondo di morte in qualcosa di utile. Decine di camion, infatti, attraversavano senza sosta la bianca distesa, per rifornirsi del prezioso minerale, che sarebbe andato a insaporire la già gustosa cucina del paese.
Da un deserto bianchissimo a un altro dai mille colori. Riprendiamo a navigare circondati solo da sabbia e roccia. È una terra di una bellezza particolare e fortissima, con paesaggi che variano continuamente e con i colori che mutano a ogni ora del giorno. È un deserto contro il quale il governo ha intrapreso da tempo una battaglia, fatta di pazienza e tanto lavoro. Infiniti camion cisterna, infatti, percorrono le lunghe piste, piantando innumerevoli alberelli e provvedendo a irrigarli continuamente. Un lavoro duro e ingrato, che continua una lotta contro la siccità e la sete che qui è combattuta da sempre.
In molte altre zone del paese, invece, la lotta per la vita è già stata vinta e grandi campi coltivati hanno preso lentamente a colorare il paesaggio. L'agricoltura iraniana è a uno stadio molto semplice. La meccanizzazione avanza con lentezza e la maggior parte dei lavori si fa ancora secondo le tradizioni, utilizzando metodi e tecniche ancorate a millenni di esperienza. E soprattutto alla paziente e abile mano dell'uomo. Gli antichi buoi tirano ancora aratri fatti di legno; la mietitura è fatta a braccia, con le falci di un tempo; e persino la trebbiatura è realizzata con l'ausilio del solo vento e della forza dell'uomo. Uno spettacolo strano per chi è abituato alla tecnologia dei nostri paesi, ma uno spettacolo di pace e bellezza profondi, che fanno capire la serenità antica di questo popolo.
Non è raro poi imbattersi in mulini che sembrano uscire dai nostri album dei ricordi. Una grande ruota di pietra che macina paziente il grano, seguita dai gesti lenti e attenti di un uomo dall'aspetto scolpito nel tempo. E persino l'ultima fase, quella della panificazione, viene svolta in laboratori assolutamente artigianali, con tecniche abilissime e anch'esse legate ad abitudini antiche. Qui il pane somiglia alla nostra pizza (anche per il modo di lavorarlo...), e la sua cottura avviene in un profondo forno a legna, dopo averlo fatto aderire direttamente sulle pareti. Il risultato è davvero eccezionale. I cibi sono semplici e genuini, ma ricchi di gusto. Aboliti naturalmente gli alcolici, la cucina iraniana è quanto di meglio si possa immaginare per nutrirsi con gusto senza utilizzare mai i veleni delle nostre tavole. Spiedini di carne, riso in abbondanza, verdure e frutta di ogni tipo. Per finire con straordinari dolci.
Ci spostiamo in un altro paese, antico e operoso, Karanak, luogo celebre per i suoi pistacchi, considerati fra i migliori del mondo. Anche qui le case, di color ruggine, sono aggrappate le une alle altre e ci fanno scoprire improvvisi bagliori di umanità, con personaggi gentili e schivi che sembrano uscire da un'altra epoca. Soprattutto i bambini, davvero bellissimi, dimostrano come anche le ideologie più forti non potranno mai intaccare gli istinti di vita. La loro curiosità domina sovrana, vincendo l'abituale riservatezza che la tradizione impone loro. Se poi vengono stimolati non esitano a cantare con noi in allegria, felici per l'occasione diversa che si è presentata. Le donne, viceversa (che qui sono il fulcro assoluto della famiglia), sono riservate e continuamente al lavoro.
Un paesino più avanti si presenta con una possente immagine. Un antico castello si erge ancora maestoso, con le sue mura e le sue potenti torri. Si tratta di un'antica abitazione privata e la mole della costruzione fa ben immaginare l'importanza che doveva avere il suo proprietario. Il nostro arrivo nel piccolo paese suscita, come al solito, agitazione e curiosità nelle microscopica popolazione. Siamo circondati dai bambini e naturalmente invitati a bere un tè in casa. L'ospitalità è una tradizione sacra da queste parti e dividere con l'ospite le poche cose che si possano offrire è una gioia e un vanto per tutti.
L'occasione ci porta a scoprire un altro pezzo di mondo mitico di questo straordinario paese. Nella casa, semplice e spoglia, troneggia come al solito un grande telaio, dove un tappeto meraviglioso sta prendendo forma sotto dita abilissime. Ci vorranno molti mesi per completarlo, ma il finale sarà un'opera bellissima e preziosa, destinata per moltissimo tempo a ricordare l'ingegno e l'arte dell'uomo. La visita degli stranieri non ferma il lavoro di donne e bambine, ma richiama una piccola folla di curiosi, ancora tanti bambini, sui cui bellissimi visi leggiamo la storia e la bellezza di un intero popolo. Li ricordo ancora tutti seduti in terra, frenando la loro irrequietezza, seri e composti mentre li riprendevo. Finché, nella loupe, non vidi di colpo i loro visi aprirsi lentamente in un sorriso liberatorio. Era stato Stefano, con un altro dei suoi colpi di genio, a rompere il ghiaccio, tirando fuori una piccola armonica a bocca e attaccando “Oh Susanna”, che, come tutti i bambini del mondo, scatenò la loro allegria! Unico. Grazie, Stefano.
Riprendiamo il nostro viaggio per scoprire un'altra delle realtà iraniane, quella dei nomadi. Vero popolo nel popolo, la comunità nomade iraniana è costituita da infinite piccole tribù, che si spostano continuamente a inseguire le stagioni. Questa che scopriamo all’improvviso, mentre costeggiamo un fiume, è composta di poche decine di persone, che hanno impiantato un campo perfettamente attrezzato. Qui svolgono numerose attività, sia per il loro fabbisogno, sia per la fabbricazione di materiali artigianali da vendere in città. I riti sono sempre quelli antichi e ripetuti da millenni, quelli cioè ingegnati dall'uomo quando non disponeva di alcun motore al di fuori di se stesso: la fabbricazione del burro e del formaggio, la filatura della lana, eseguita con straordinaria abilità. E anche all'interno delle tende, apparentemente semplicissime, l'occhio è sorpreso da un arredamento colorato e splendido. Tutti, naturalmente collaborano alla vita sociale, anche la più anziana del gruppo, una vecchietta di quasi cento anni che mostra con orgoglio l'antica abilità del suo lavoro.
Un'altra comunità la scopriamo in pieno deserto, a centinaia di chilometri dalla città più vicina. Anche in questo caso le donne sono addette alla fabbricazione di un grande tappeto, la cui vendita permetterà la sopravvivenza del gruppo. Per scoprire però il vero regno del tappeto, bisogna andare a Nain, una cittadina apparentemente anonima situata nel cuore del grande deserto centrale. Il primo impatto è desolante: un pugno di case semplici e polverose, un vecchio castello diroccato, alcune semplici moschee. Una vita che scorre sempre uguale e monotona, scandita da ritmi antichi e immutabili. Il monumento più celebre della città è un'antichissima moschea, la Masjed-e Jame, risalente all’inizio del periodo islamico, che presenta elementi appartenenti a periodi diversi: alcune strutture del X secolo, e il minbar (la cella che indica la Mecca) aggiunto solo nel XIV secolo. Notevole anche l’uso, semplice ma innovativo, delle decorazioni in stucco. La legge islamica vieta di rappresentare nei luoghi sacri i volti e le figure umane, anche se appartenenti a divinità, quindi l’arte musulmana si è da sempre espressa nella decorazione colorata e suggestiva, fatta soprattutto di mosaici e piastrelle abbaglianti e colorate. Vista sotto quest’ottica, quest’arte (certo insolita per noi, abituati da sempre a legarla alle figure e alle decorazioni realistiche e umane) assume una suggestione unica, che, se guardata con attenzione, rivela una grande fantasia e abilità nel creare forme armoniose e di splendido impatto visivo.
Siamo giunti fin qui, però, ripeto, per scoprire un'attività entrata oramai nel mito: la fabbricazione dei tappeti. È un'arte antichissima e nobile, tramandata di madre in figlio come una religione, un'arte cui aggrapparsi per sopravvivere, ma anche svolta con la consapevolezza e l'orgoglio di partecipare alla creazione di qualcosa di magico e meravigliosamente perfetto. Non c'è casa, infatti, dove non esista un grande telaio a una parete, accanto al quale, ininterrottamente, lavorano tutti i membri della famiglia, dalla nonna ai bambini. Sono proprio i bambini a colpire il visitatore in Iran. Di là dalla bellezza, pure notevole, quello che li rende unici sono la correttezza di comportamento e la straordinaria grazia innata, ereditata da millenni di grande civiltà.
Ricordo ancora con tenerezza l’incontro con due bambine. Sembrava un film di Sergio Leone: un piccolo villaggio spazzato dal vento e dalla polvere del deserto, con rare figure umane che, pur spiando con curiosità l’arrivo di due stranieri, mostravano l’innata riservatezza nel farsi vedere. Le vedo ancora fuori dell’uscio di casa a spettegolare fra di loro, coprendosi il viso con i piccoli chador colorati, in forma vezzosa e pudica, senza far trasparire alcun imbarazzo o reazione di rifiuto. Capisco subito che per loro quell'abito non è una condanna, ma un vanto. Ridevano mentre facevano i loro commenti, sbirciandoci di sottecchi senza paura, e fu Stefano, come al solito, a rompere il ghiaccio, con la sua straordinaria simpatia e semplicità. Offrì loro alcune caramelle, che servirono subito a renderci amici. Una della bambine si chiamava Mapube, lo ricordo ancora, e, malgrado gli sguardi severi dei genitori che cominciavano anche loro a uscire, presi da una curiosità inarrestabile, ci invitarono ad entrare a casa.
All'interno, gli unici oggetto di arredamento erano solo splendidi e favolosi tappeti. Su una parete, immancabile, spiccava poi un grande telaio, cui lavoravano ininterrottamente tutti i membri della famiglia, cui si aggiunse pure la piccola Mapube, che iniziò a tessere la sua parte di tappeto con una serietà e un'abilità incredibili. Senza incertezze sceglieva il filo del colore giusto e lo inseriva, con un piccolo nodo, nel punto esatto. Esisteva ovviamente un modello, ma nessuno dei lavoranti vi gettava il minimo sguardo. Ognuno sapeva perfettamente da solo quale filo colorato andava messo in un preciso punto e annodato con l'abilità di un giocoliere. La grandezza del filo, poi, avrebbe determinato il numero dei nodi, e quindi il tempo di lavorazione (che può variare da poche settimane addirittura a degli anni) e il conseguente valore finale. Una grande ricchezza del paese, che unisce la laboriosità degli abitanti alla manifestazione di un artigianato di straordinaria qualità tecnica e artistica. Ci fecero riprendere tutto senza mostrare il minimo imbarazzo. Per loro eravamo sempre ospiti, quindi persone privilegiate. Non so se abbiano capito a che serviva quella strana macchina che si aggirava fra di loro, silenziosa e un po’ inquietante. E mi dispiace solo non poter tornare da loro per far rivedere le splendide immagini che riuscimmo a girare.
Ricordo ancora che mi colpì un piccolissimo tappeto da preghiera, macchiato da mille straordinari colori, che appariva finito, ma ancora legato al telaio. Chiesi alla nostra guida se si poteva comprare e lui annuì, sorridendo. Immaginatevi la mia reazione quando, alla richiesta del prezzo, mi furono chiesti 50 dollari! Al free shop di Teheran ne avrei visto uno simile a 500!! Posseggo ancora la ripresa della bambina che taglia dal telaio il piccolo tappeto e me lo porge, e non dimenticherò mai la faccia emozionata che fecero tutti quando porsi loro la banconota da 50 dollari… Quello è stato uno dei momenti magici ed emozionanti del viaggio, uno di quegli attimi che non si dimenticano più. Ce ne andammo col magone in gola, con le bambine che facevano il girotondo attorno a noi cantando cantilene incomprensibili. Fino ai saluti finali, e qualche lacrimuccia che non fa mai male…
Ecco, quella fu un'esperienza diversa, di quelle che rendono unico e diverso un viaggio. Un viaggio che questa volta si è svolto in un mondo a noi sconosciuto e lontano, che ci riporta in pace con l'abitudine di considerare questo popolo solo legato al terrorismo e all'intransigenza religiosa. Abbiamo scoperto viceversa un popolo antico e nobile, cortese ed alacre, la cui tolleranza verso le altre religioni è solo pari al senso di ospitalità e al desiderio di continuare a costruire, in un rispetto maniacale della tradizione, una meravigliosa avventura che ne ha fatto, malgrado tutto, una delle più grandi civiltà della storia.
La nostra avventura iraniana finisce qui. Se però volete vedere i filmati di quello che vi ho raccontato, andate su YOUTUBE, nel sito “FILMCARDS”, dove ne troverete decine dedicati a ogni angolo del paese. E se avete l’iPhone, potrete scaricare da App Store l’applicazione dedicata all’Iran. La troverete cercando “Filmcards Iran” oppure col link
http://itunes.apple.com/it/app/iran-terra-del-mito/id397349994?mt=8
Si tratta di una grande guida multimediale facente parte di una collezione che comprende, fra l’altro Orvieto, Todi, Capri, Ischia, Pompei, Assisi, Palermo, Uzbekistan ecc.), dove, oltre a notizie e infinite foto, potrete guardarvi ore di filmati originali.
Arrivederci con un altro, fantastico viaggio. A presto!
www.filmcards.it - gigi.oliviero09@gmail.com





























