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Sri Lanka - Maldive prima dello tsunami parte I  

Community: Diari di viaggio e Racconti Sri Lanka - Maldive prima dello tsunami parte I

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Ivan
Scritto da: Ivan
Località: Colombo
Durata: 16 gg.
Data partenza: dal 21/10/2003 al
Viaggiatori: 2
Nomi dei viaggiatori: Ivan e Stefania

Introduzione

Una settimana al Dickwella nel sud dello Sri Lanka, prima di essere devastato dallo tsunami...

Le Tappe del Viaggio

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!

Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.

Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.

Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.

Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.

Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.

Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama.  Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.

Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi…

Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti  illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!

Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!

            Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano. L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa.  Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse. Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.

L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi..!

Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto  soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia!  L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque.

All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.

La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.

Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.

Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!

Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
           
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.

Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!

Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
           

Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…

La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.

I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.

Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla! 
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
           
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente  e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
           
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda…Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.

Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.

Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Tailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!

Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.

 Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa. Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.


Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.

Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia.  Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.

Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte!  La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno,  ed è un grandissimo peccato!

Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima.  Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.

Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!

Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.

Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.

Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi...
Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!

Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con  un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!

Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco  meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo!  Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!

Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!

Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.

Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.

Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!

Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.

Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!

Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!

Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!

Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!

Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario  visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.

Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Tailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.

Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in  linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti.  Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.

Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.

Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

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