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Da Corso Telesio a Piazza XV Marzo: spigolature, luoghi e sapori nella Cosenza Vecchia  

Community: Diari di viaggio e Racconti Da Corso Telesio a Piazza XV Marzo: spigolature, luoghi e sapori nella Cosenza Vecchia

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Francesco
Scritto da: Francesco
Località: Cosenza
Durata: mezza giornata
Data partenza: dal 15/06/2011 al
Viaggiatori: 1
Nomi dei viaggiatori: Francesco Rizza

Introduzione

Ha un'anima il centro storico cosentino e basta poco per scoprirla...

Descrizione

“Cupi a notte canti suonano \ da Cosenza su ‘l Busento,\ cupo il fiume gli rimormora \ del suo gorgo sonnolento \ su e giù pe ‘l fiume passano \ e ripassano ombre lente: \ Alarico i Goti piangono, \ il gran morto di lor gente”. (Giosué Carducci - “La Tomba Nel Busento”)

Il fiero condottiero, secondo la leggenda seppellito con l’intera armatura nel Busento, mi ritorna prepotentemente in mente tutte le volte che, mi affaccio dal Ponte “Mario Martire”, dedicato ad un partigiano cosentino morto a Mauthausen. Nonostante la speranza di vedere affiorare qualche resto dell’armatura di Alarico non si sia ancora materializzata, forse anche per questo, ritorno in questo punto preciso della città ogni volta che raggiungo la “Capitale dei Bruzi” e qualche minuto mi avanza. Il panorama che vi si gode, infatti, è  avvincente.

Proprio sotto il ponte, infatti, i fiumi Crati e Busento sommano le proprie acque prendendo maggiore velocità verso il mare e a pochi metri da qui si gode un avvincente itinerario storico antropologico fra i secoli e i sapori della città. Alle mie spalle il cinquecentesco complesso domenicano che ospitò Tommaso Campanella, avanti ma spostato verso l’alto il convento dei Minimi - al cui interno è possibile ammirare una statua di San Francesco da Paola fra le più barocche che conosca - a valle, invece, Piazza dei Valdesi che, nel proprio nome, ricorda quella numerosa comunità di Esuli francofoni che ripararono nel XIII secolo proprio   nell’Entroterra dell’alto Tirreno cosentino e che ancora oggi in Corso Mazzini ha una propria chiesa. Nella stessa Piazza, inoltre, s’innesta Corso Telesio che, arrampicandosi verso il duecentesco Duomo e il colle Pancrazio dove il monumentale castello domina l’intera zona dei “Casali Cosentini”, è a sua volta un itinerario vero e proprio nella millenaria storia cosentina. Probabilmente, infatti, sorse proprio qui la Cosenza più antica, considerato che nei pressi del Duomo duecentesco e della Biblioteca nazionale, sono spuntati alcuni reperti archeologici d’età romana che, nonostante la discutibile copertura, sono perfettamente visibili.

Grazie ad una politica urbanistica intelligente, il centro storico cosentino può essere definito come una vera e propria “isola felice” nel mare magno degli scempi architettonici calabresi. Non abita, infatti, almeno nei pressi del centro storico cosentino, quella Calabria che, pur non essendo arrivata alla ribalta con casi simili a quelli della barese “Punta Perrotti” o dell’“Albergo di Fuenti”, ha violato impunemente le proprie bellezze naturalistiche ed architettoniche. Storicamente, fra i primi abitatori di Cosenza, se non i suoi fondatori, furono i Bruzi, fiera popolazione autoctona che fu domata non senza difficoltà dai Romani. Gli storici ricordano che, più contadini che commercianti, i Bruzi non ebbero grandi rapporti con i colonizzatori greci che, pur risiedendo a lungo sulle coste calabresi, continuarono sempre a sentirsi Greci.

Unico rapporto fu il commercio: erano, per esempio, proprio i Bruzi che scavavano dalle miniere dell’entroterra i minerali per cederli, poi, alle popolazioni marinare. Per lunghi secoli, anche quando i Bruzi ed i Greci “sparirono” dalla Calabria, il retaggio di tali differenze rimase ancora vivo e pulsante. "L’opposizione fra la Calabria dei boschi e la Calabria delle marine – osserva, infatti, Raffaele Siri – non è solo opposizione climatica, disagio di comunicazioni: è opposizione viscerale e psicologica: retaggio di storie sepolte ma non rimosse, oscuramente presenti nella matrice della stessa esistenza: Brutio e Magna Grecia, entità a confini indefinibili”. (Raffaele Sirri “Dal cerchio al centro Romanticismo in Calabria Padula, Misasi, Zumbini, Acattatis e storie minime”)   

 “Non fu mai facile la vita dei Filosofi!”: È questa la considerazione per cui, concedendomi una passeggiata nel centro storico cosentino, la faccio iniziare da quello che, lungamente, fu il convento di San Domenico. Fa una certa impressione, infatti, pensare che anche in questo chiosco visse e approfondì la sua enciclopedica cultura fra’ Tommaso Campanella nato “a debellar tre mali estremi: \ tirannide, sofismi, ipocrisia”  in un periodo storico in cui toccava ai dominatori spagnoli angariare il popolo calabrese. Da Socrate in poi, quasi per una legge del contrappasso, il “reato d’opinione” fu quello maggiormente punito nella storia della filosofia occidentale e ancora oggi, in Nazioni “ufficialmente” democratiche, il pensiero diverso rischia di diventare reato. Se a Socrate, nell’amata Atene, toccò la cicuta, Campanella salvò la vita simulando la pazzia e scrivendo, in lunghi anni di carcere, fra le sue opere più affascinanti anche quella “Città del Sole” che, collegandosi a Platone, descrive un’utopica Comunità di uguali che hanno tutto in comune, mogli e figli compresi.  Quasi negli stessi anni in cui Campanella tesseva le proprie utopie rifugiandosi in esse, un altro figlio calabrese, Bernardino Telesio, nato proprio a Cosenza, sperimentava, con i propri studi, vie nuove del pensiero occidentale cercando nel naturalismo quelle spiegazioni che il bigottismo ispano cattolico riteneva essere possedute solo e soltanto nell’Aristotelismo divenuto nei secoli anche la base delle dissertazioni teologiche. Conseguenza del suo ardire il fatto che alcune delle sue opere rimasero all’indice dei libri proibiti sino al Novecento.

Percorrendo il corso a lui dedicato, sono numerose, agli occhi dell’osservatore, le tracce lasciate da varie fasi storiche. Proprio nei pressi dello stesso Corso Telesio, infatti, dal medioevo in poi, palpitò la Cosenza più vera: considerato che intorno a palazzi di un certo pregio è possibile riconoscere casette di minore pregio, è facile immaginare che nello stesso popoloso quartiere vissero non solo nobili famiglie, ma anche gli artigiani e commercianti. A rendere, ancora oggi, diverso e pulsante da tanti centri storici mummificati quel Corso Telesio c'è un’ampia gamma di laboratori artigianali e piccoli negozietti di generi alimentari in cui è possibile acquistare alcuni prodotti tradizionali come i profumati capicolli e latticini silani da gustare o il famoso pane casereccio di Parenti (CS), paesino silano famoso per i propri forni a legna.

Gustata una colazione di questo genere, è d’obbligo una visita al Duomo in cui si venera sotto il titolo di “Madonna di Pilerio” una bella Odigitria, patrona di Cosenza. Se il nome di questo mirabile dipinto rimanda al tempo della dominazione spagnola, la fattura artistica dello stesso richiama quegli influssi bizantini ancora numerosi anche nell’intera Calabria. La storia narra che la Cattedrale cosentina fu consacrata alla presenza di Federico II di Svevia nel 1222, quando furono terminati i restauri necessari dopo uno di quei numerosi terremoti che si seguirono, ciclicamente, nella storia calabrese. A ricostruire in quest’occasione il Duomo cosentino fu il vescovo Luca Campano, fra i primi e più noti seguaci del celichese Gioacchino da Fiore, fondatore dell’Ordine dei Florensi, descritto nel “Paradiso” dantesco come uomo “di spirito profetico dotato” ma, nonostante questo, esponente di spicco del pensiero “eretico”. In occasione della consacrazione della nuova cattedrale, Federico II di Svevia volle donarle quella preziosa Stauroteca che, da una comparazione con altre opere d’arte del genere, come quella molto simile di Cefalù, può essere databile intorno al 1150. Inoltre, fa bella mostra di sé nella navata di sinistra dello stesso Duomo un sarcofago di stile tardo antico impreziosito dalle figure mitologiche di Meleagro e del cinghiale Calcedonio, in cui fu seppellito Enrico VII, lo sfortunato figlio di Federico II.

A poche centinaia di metri dall’ormai Colle Pancrazio, pure Piazza XXIV Marzo, vera e propria balconata sulla Sila grande, merita una tappa prima di riprendere l’itinerario verso il castello. Oltre al Teatro Rendano, infatti, la stessa piazza ospita la Biblioteca civica con annesso il museo cittadino ed il monumento a Bernardino Telesio; il Filosofo, “primo fra gli uomini nuovi” come lo definì Francesco Bacone, appare seduto sul proprio seggio. Il suo sguardo severo sembra ammonire anche a noi che troppe volte ci lasciamo affabulare da condottieri detentori della verità, prescindendo da quella ricerca interiore e da quel discernimento personale che da soli sono capaci di renderci liberi.

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Commenti

Luigi
Livello 2    
Affascinante e affabulatorio. Andrebbe diffuso almeno a livello nazionale per restituire dignità alla nostra storia così diffamata mentre basta una crosta in un paese o città del centro-nord per far gridare al miracolo e attrarre frotte di turisti. Quando impareremo... vedi tutto a volerci bene e a conoscerci!?
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