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Da Cosenza a Santa Severina (KR) lungo le tracce di Federico II di Svevia e Gioacchino da Fiore  

Community: Diari di viaggio e Racconti Da Cosenza a Santa Severina (KR) lungo le tracce di Federico II di Svevia e Gioacchino da Fiore

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Francesco
Scritto da: Francesco
Durata: 2 giorni almeno
Data partenza: dal 01/07/2011 al
Viaggiatori: 5
Nomi dei viaggiatori:

Introduzione

Dalla Sila al Marchesato crotonese sulla scia di due grandi personaggi della storia calabrese

Descrizione

Esiste nell’entroterra calabrese, fra le province di Cosenza e Crotone, un affascinante percorso storico, religioso e  architettonico in cui sono riconoscibili numerose le tracce collegabili all'età sveva e all’ imperatore Federico II.

Se nell’alto Jonio cosentino, l'architettura sveva è perfettamente riconoscibile fra le cittadine di Cerchiara, Rocca Imperiale e Roseto Capo Spulico e i loro castelli, nell’entroterra calabrese, solo per fare un esempio relativo alla città di Cosenza, basta ricordare che lo stesso Federico di Svevia nel 1.222 fu presente alla consacrazione della ricostruita cattedrale cosentina. In quest’occasione, l’Imperatore svevo donò alla  stessa cattedrale la nota stauroteca d’oro. Nonostante non esista una precisa datazione relativa alla realizzazione di questa preziosissima opera d’arte, se la si confronta ad altre simili stauroteche conservate a Palermo, a Cefalù, ma anche a Capua, è possibile datarla a un periodo storico non molto lontano dal 1150. Sempre nella cattedrale cosentina è posto un artistico sarcofago, impreziosito dalle figure mitologiche di Meleagro e del cinghiale Calcedonio, in cui fu sepolto Enrico, lo sfortunato figlio di Federico II. Nonostante il rapporto fra Federico e lo stesso Enrico fu estremamente difficile, la sua sepoltura nella cattedrale cosentina attesta lo stretto rapporto fra la città e l’Imperatore svevo.

Un discorso a parte merita l’intenso rapporto fra la Corte sveva e Gioacchino da Fiore, l’abate celichese fondatore dell’ordine florense. La storia della nuova Congregazione religiosa, la prima riforma dell’ordine cistercense, ricorda che la Regola florense fu approvata da papa Celestino III il 24 agosto 1.196. La decisione di Gioacchino di distaccarsi dai Cistercensi  era stata presa intorno al 1.189, quando col confratello Ranieri abbandonò l’abbazia di Corazzo dov’era abate. Le donazioni  degli Hohenstaufen ai Florensi aumentarono proprio al tempo di Federico di Svevia come si attesta nel "Cartulario" del monastero florense curato da Pasquale Lopetrone in cui sono registrati i 30 diplomi con cui Federico II intervenne personalmente in favore del monastero di San Giovanni in Fiore.

Dal punto di vista architettonico, la chiesa della stessa abbazia, oltre a collegarsi alla tradizione bizantina e normanna propria delle chiese cistercensi, rappresenta, nel contempo, il prototipo delle chiese a unica navata unificata al coro proprio delle chiese degli Ordini monastici mendicanti. “La grande aula – osserva la studiosa Maria Pia Di Dario Guida nel proprio contributo al volume “Federico II” edito nel 1995 – dell’unica navata con transetto chiuso da quattro cappelle, due per lato sovrapposte, è stata letta come espressione di una delle immagini del “Liber figurarum”: la “Dispositio novi ordinis penitens ad tercium statum”.

Secondo alcune fonti storiche, la stessa costruzione dell’abbazia di San Giovanni in Fiore fu agevolata da un privilegio di Federico II che, il 25 marzo del 1.202, concesse a Gioacchino “un territorio di mille passi per lato in località Caput Albi, in estrema parte della Sila, per costruire un ricettacolo per il ricovero dei monaci del monastero del Fiore”. Morto Gioacchino, ancora nel 1.220, l’Imperatore svevo, riconfermando al monastero florense tutte le donazioni fatte nel corso dei precedenti lustri, diede il proprio assenso all’immunità “concessa agli abitatori del monastero, con esclusione di chi si macchia di omicidio”. Nella Metropolia di Santa Severina, fra i contrafforti della Sila piccola e il medio Jonio calabrese, varie tracce dell’architettura sveva si possono ammirare nel centro storico della stessa cittadina, a partire dalla struttura del mastodontico castello fortezza come, per esempio, la torre tonda, quella quadrata e le merlature islamiche.

Nel territorio dell'Arcidiocesi, inoltre, l'Ordine florense ebbe una diffusione ampissima, testimoniata da un dipinto sul muro della cattedrale dedicata a Santa Anastasia del XVI secolo in cui Gioacchino da Fiore col pastorale proprio degli abati è raffigurato insieme alla Madonna e a San Francesco da Paola. Nel territorio metropolitano, per quanto riguarda i doni ottenuti dai Florensi da parte della Corte sveva, non si può fare a meno di ricordare le numerose donazioni sveve al potente monastero di Calabro Maria di Altilia, su cui Federico II mantenne il diritto di patronato. Lo stesso monastero di Calabro Maria, originalmente, apparteneva all’Ordine cistercense ma al momento della nascita dell’ordine florense i suoi monaci chiesero di passare alla nuova famiglia monastica. Iniziò così, fra i Cistercensi ed i Forensi, una lunga “querelle” che durerà sino ad una bolla redatta da Innocenzo III che, il 31 agosto 1.211, assegnava il monastero di Altilia ai Florensi. Tale possesso, a distanza di ben 9 anni, fu confermato anche da un diploma stilato dallo stesso Federico di Svevia.

Evidentemente, l’interesse di entrambi gli ordini religiosi all’abbazia altiliese fu collegata alle numerose ricchezze dello stesso monastero che, dal 1213, divenne “vicaria sedes” dell’abbazia di San Giovanni in Fiore. Numerosi, infatti, erano i possedimenti che il monastero altiliese aveva ottenuto già da Ruggero e che furono, in seguito, confermati da Federico. Fra questi, assunse una certa importanza il possedimento di una salina allora esistente a Cerenzia, alla confluenza dei fiumi Lese e Neto, e l’autorizzazione imperiale di pascolare liberamente e gratuitamente le proprie greggi in tutta la Calabria, nelle aree marittime e in quelle montane.

Francesco Rizza

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