Santa Severina (KR) e i suoi monumenti
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Introduzione
Una nave di pietra si scaglia verso il cielo nel Marchesato crotonese....
Descrizione
È una “nave di pietra” Santa Severina. Alta sulla sua rupe di tufo, a 325 m.s.m., sembra navigare sul mare increspato d’argilla nel Marchesato crotonese e nella valle del fiume Neto. Negli ultimi anni il suo borgo antico vive un autentico rinascimento, una nuova stagione caratterizzata dal suo stabile inserimento negli itinerari storico artistici del Sud e da prestigiosi riconoscimenti. È uno di cinque comuni calabresi inseriti nella prima guida “I borghi più belli d’Italia” edita dall’Associazione nazionale dei Comuni italiani, che è un’iniziativa editoriale ma anche un circolo esclusivo voluto dall’Anci e inserito nella “Federation des plus beaux villages de la terre”: il club internazionale nato per avviare una programmazione comune fra i borghi minori e meglio conservati d’Italia, Francia, Belgio, Spagna, ma anche Canada e Giappone.
Unico comune della provincia di Crotone ad essere entrato in questo programma, Santa Severina rappresenta nello stesso Crotonese una sorta di “isola felice” non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per quello delle politiche culturali. Oltre che dagli Enti amministrativi, organizzano ogni anno una pluralità di iniziative culturali la Proloco “Siberene”, la coperativa “Aristippo” il “Centro di studi brasiliani” e la “Libera accademia delle lingue europee e orientali” che presieduta da don Serafino Parisi, è da tempo impegnata nella costruzione di un ponte ideale con l’Occidente slavo e ortodosso che, nel Marchesato crotonese, proprio nella Metropolia santa severinese ebbe uno dei propri baluardi in Occidente. Bisanzio, infatti, costruì la Metropolia santa severinese intorno al IX secolo. La leggenda narra che Anastasio, patriarca costantinopolitano, infastidito dalla vanità di alcuni vescovi calabresi col favore imperiale li fece arrestare attribuendo a quella di Santa Severina il controllo di quelle di Oria, Acerenzia, Gallipoli, Alessiano e Castro; è più facile credere che l’istituzione di questa Arcidiocesi nella Calabria mediana fu voluta per rinsaldarvi quel Rito greco che incominciava a vacillare, anche per motivi politici, in Occidente.
Collocata su una rupe di tufo circondata da precipizi sulla riva destra del fiume Neto, Santa Severina appare a coloro che vi si avvicinano come un baluardo inaccessibile. Dalla balconata della stessa cittadina è possibile ammirare uno spettacolo mozzafiato comprendete, oltre che la valle del Neto, il verde lucido degli aranceti e degli agrumeti e, nelle giornate prive di foschia, il vicino Jonio. A sud ovest della stessa cittadina, ecco i primi contrafforti della Sila rappresentati dai monti Capraio e Fuscaldo in cui, alcuni studiosi hanno riconosciuto quel monte “Phuscos” descritto da Teocrito nel IV “Idillio”. Ma a rendere veramente affascinante Santa Severina è il suo centro storico dai mille influssi bizantini, arabi e normanni. Il cuore della cittadina è rappresentato da Piazza Campo, ampia balconata racchiusa fra la cattedrale ed il castello normanno svevo. Dedicata a santa Anastasia, l’attuale cattedrale, che prese il posto della precedente dedicata alla Madonna addolorata ormai diruta, fu costruita fra il 1274 ed il 1295 dall’Arcivescovo Ruggero Stefanunzia. La sua pianta è a tre navate ed a croce latina. Se in un’epigrafe si legge di un suo rifacimento avviato nel 1705 dall’arcivescovo Berlingeri, è possibile riconoscere nella cattedrale alcuni strumenti della sua struttura precedente come il portale scolpito in pietra. All’interno, inoltre, l’ arricchiscono l’imponente altare maggiore in marmi policromi, un Crocefisso di legno e un dipinto della fine del secolo XVI raffigurante la Madonna sul trono che regge fra le braccia il divin Bambinello, affiancata da san Francesco da Paola e l’abate Gioacchino, l’abate forense “di spirito profetico dotato”.
Un’altra chiesa santa severinese di un certo fascino è quella dedicata al culto di Santa Filomena che fu costruita, nel IX secolo, su due diversi piani su una pianta rettangolare sormontata da una cupoletta. È proprio tale cupoletta ad attirare dall’esterno l’attenzione dell’attento turista per le numerose colonnine che l’arricchiscono e che ricordano alcune chiese di stile armeno. Merita, inoltre, certamente una visita il Battistero, annesso alla cattedrale e ristrutturato nella prima decade del Novecento dall’archeologo Paolo Orsi. “Visto dall’esterno – scrisse l’Archeologo – si presenta con tre elementi sovrapposti: corpo cilindrico all’atrio; tamburo ottagonale rispondente all’altezza della cupola, lanternino cieco cilindrico, rispondente al vertice dell’ombrello. Delle otto colonne – osservò Paolo Orsi – una sola è di fabbrica, le altre sono in granito; la diversità dei diametri e più dei materiali dimostra che esse furono tolte da edifici antichi differenti”.
Ma il vero gioiello architettonico che rappresenta Santa Severina, quasi un paese nel paese, è il noto castello che dall’alto della sua muraglia arricchita da merlature islamiche domina a cittadina e buona parte del Marchesato. “In verità - ha scritto l’architetto Pasquale Lopetrone – noi non abbiamo conoscenza sulla presenza, in Italia, di una muraglia come questa di Santa Severina, che consente all’osservatore di apprezzare con un solo colpo d’occhio una straordinaria varietà di tipologie merlate e sette distinte fasi evolutive visibili, concretizzatesi nell’arco di otto secoli”. Noto in tutt’Italia e raggiunto ogni anno da migliaia di turisti, lo stesso castello può, anche essere visitato al sito www.castellosantaseverina.it. Ammirando la sua struttura, che per decenni ha ospitato il Liceo classico “Deodato Borrelli” e che è stato ristrutturato grazie ai fondi della Comunità europea, è possibile leggere la storia santa severinese e di tutte di quelle dominazioni che amministrarono il Marchesato crotonesi. Il maniero, che si estende su un’area su un’area di ben 10.000 metri quadrati, fu costruito sull’acropoli dell’antica Siberene. A confermare tale ipotesi, il ritrovamento nel corso del restauro di uno scheletro con una moneta del III secolo a.C. sulla mandibola. Il secondo dei periodi storici che si può riconoscere nel castello di Santa Severina, è quello bizantino attestato, fra le altre cose, dal ritrovamento di una cisterna che fa’ supporre la presenza di strutture militari o edifici monastici. Il terzo periodo architettonico del castello è quello dei Normanni. Furono proprio i dominatori francesi a ricostruire, nel XI secolo, buona parte dell’attuale struttura lasciandovi delle tracce perfettamente riconoscibili. Il quarto periodo fu, invece quello della dominazione sveva cui Lopetrone collega la torre tonda, quella quadrata e le merlature islamiche. Seguono, quindi, le tracce delle dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi che precedettero, a loro volta, la triste età dell’infeudazione. In quest’ultima fase il castello fu abitato dalle nobili famiglie dei Ruffo, degli Sculco e dei Crutther. Proprio al tempo di questi ultimi feudatari il maniero di Santa Severina fu affrescato, intorno al 1750, dal pittore Francesco Jordano dalla vicina Petilia Policastro. A guidare nelle mura del castello i numerosi visitatori la cooperativa “Aristippo”, voluta da Pino Barone, docente e documentarista cui, fra le altre cose, si deve un’interessante catalogazione degli affreschi esistenti nelle varie chiese dell’Arcidiocesi.
Francesco Rizza








