Oltre il Sahara
Community: Diari di viaggio e Racconti Oltre il Sahara
Introduzione
L’Africa ha il potere di trasformarmi completamente, facendomi diventare un’altra persona. È una terra così affascinante che, secondo me, appartiene ad ogni uomo; è veramente dentro di me e quando sono lì, quando la vedo, ho come la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto mi sembra diverso, oppure antico, in qualche modo già conosciuto.
Le Tappe del Viaggio
Il Sahel comprende paesi lontani ore d’aereo l’uno dall’altro, spesso anche molto diversi, politicamente instabili o sull’orlo del colpo di stato, ma tutti devastati dal flagello della siccità che rischia di cancellarne per sempre l’esistenza dal nostro pianeta. Non appena ci si lascia alle spalle la costa o ci si allontana dai capoluoghi, si incontrano villaggi di capanne cilindriche, costruite con impasto di argilla, fango e paglia, senza pavimento e completamente prive di mobili. Non esistono strade, ma piste continuamente modificate, a tratti cancellati dalla sabbia; solchi lungo i quali carovane di uomini e di cammelli si spostano come fantasmi, senza una meta alla ricerca di acqua, di un filo d’erba, di un pugno di mais. …… E dire che qui per lunghi secoli fiorì il grande impero del Mali, principale fonte di rifornimento d’oro per tutta l’Europa fino alla scoperta dell’America, e che Tombouctou, sul fiume Niger, era l’ultimo porto prima del Sahara, centro importantissimo quindi, per i commerci e gli scambi. Oggi, con il Niger ridotto ad un filo d’acqua, il porto di Tombouctou è diventato un’arsa piattaforma dove poggiano grandi barche in secca permanente e tutto in torno, al posto di quella che era una verde oasi, si estende il deserto. La fame è una realtà irreversibile. Nella città è possibile ancora cibarsi con qualche pollo scheletrito, mentre nei villaggi all’interno, ci si nutre di topi e di larve di formiche; la morte giunge inesorabile, silenziosa, in questo mondo di polvere e di afa: una tragedia tanto più drammatica quanto più è pacata, senza le immagini apocalittiche che fanno spettacolo. Da sempre emarginato ed escluso da qualsiasi iniziativa di sviluppo anche ai tempi del colonialismo, privo o quasi di risorse naturali, il Sahel è ormai da anni il centro della miseria. Ma non è molto il tempo a disposizione per trasformare il tetro palcoscenico della morte in un ambiente dove l’uomo possa ancora sperare di vivere.
Corriamo per centinaia di km in una pianura bruna coperta da una foschia bruna che sembra nebbia. La polvere si deposita sugli alberi che qui cominciano a crescere, ma impedisce i processi vitali e li fa morire. Copre le colture di miglio, cancella col tempo i pascoli che sono il sostentamento delle mandrie di bovini dalle lunghe corna che si vedono pascolare in prossimità delle strade. Quando incontro i pastori Tuareg, non perdo l’occasione di fermarmi e scambiare qualche parola. Non riesco ad essere insensibile ad una realtà che sto toccando con mano. Di tanto in tanto nella nebbia compare l’ombra di un villaggio, di rotonde capanne dal tetto aguzzo di paglia abitate da figure nere coperte di abiti colorati che, non appena scorgono passare un’auto, corrono verso la strada. Il caldo inizia a diventare insopportabile ed ad ogni villaggio non perdo l’occasione per rifornire le mie borracce. Ai margini delle strade troviamo piccoli laghetti d’acqua sporca da cui escono come fantasmi tronchi contorti di alberi rinsecchiti. Spesso sono bacini artificiali, ricavati grazie a sistemi idrici, e servono da riserva d’acqua per un raggio di 10 o 20 km per uomini ed animali. Lontano da un villaggio incontro un gruppo di ragazzini; mi fermo e cerco di dar loro qualcosa da mettere sotto i denti per poter placare quel senso di vergogna che mi ferisce, davanti a scene vissute sempre come lontane. Veder sorridere quei bambini mi gratifica e forse mi fa sentire in pace con me stesso. Alle 16:45 siamo al controllo di polizia di Tahoua; da questa mattina sono tormentato da un granello di sabbia entratomi in un occhio e, nonostante il collirio l’arrossamento dell’occhio mi provoca un gran fastidio. Mentre Pietro sbriga le formalità doganali, il vecchio Aldo tenta di togliermi il fastidioso granello con la stagnola delle sigarette. Dopo numerosi tentativi l’operazione riesce,….
Ora sto meglio. Ripartiamo seguendo a distanza le luci delle quattro moto; ormai il sole sta per scomparire dietro l’orizzonte. Anche quest’oggi arriveremo a destinazione col buio. La strada sembra correre veloce, quando Stefano si ferma ai lati della strada; la sua moto fuma ed emette un suono metallico preoccupante. Illumino la moto con la torcia mentre Massimo cerca di risolvere il problema. Purtroppo il motore è bloccato e non ci resta che trainare la moto fino alla prossima città. In una notte impenetrabile riusciamo a spingere la moto fino a Birnin-konni; cerchiamo un posto per la notte e dopo aver cenato, aiuto Massimo a smontare il motore della ormai inservibile Honda. Alle 11:30 saluto i motociclisti riminesi e mi rintano nel mio sacco a pelo.
Dopo un po’ l’occhio si abitua a simili scenari, ed è qui, su quest’ultimo tratto di strada, che si avverte la prima sensazione di un mondo che mancherà. Certo non sono i luoghi a suscitare questo genere di rimpianti, ma i momenti che ho vissuto in questa terra. I chilometri sembrano volare, e quando il sole è appena tramontato, giungiamo a Ouagadougou; riforniamo la vettura e ci rimettiamo subito in marcia alla volta di Canoro. Attraversiamo la città per la via principale e ci dirigiamo sulla buona strada asfaltata che porta fino a Boussè. Percorrendo questa strada di sera, si vedono brillare i fuochi dei villaggi nella savana; le botteghe ai bordi della strada, sono ancora aperte, e ad ogni sosta, i venditori si precipitano verso di noi per poter racimolare qualche centesimo di più. Appena dopo Boussè lasciamo l’asfalto per imboccare la pista in terra rossa che porta alla missione di Fratel Vittorio. E’ molto buio, e spesso finiamo in buche molto profonde che potrebbero danneggiare la vettura proprio sulla dirittura d’arrivo. Sono le 21.00,all’orizzonte le luci della missione ci fanno da faro, ormai è finita…Mentre Pietro canta la mia canzone preferita, mi prende un nodo in gola, sono emozionato; ancora una curva e…la meta e’ raggiunta e il sogno, il mio sogno, diventa realtà. Emozione, felicità, abbracci…la stanchezza scompare come per miracolo, resta solo la realtà di un grande sogno realizzato, una grande avventura portata a termine nonostante le grosse difficoltà incontrate, durante la preparazione e durante il viaggio. Ho ancora addosso la mia tuta da “battaglia” che ho portato durante tutto il viaggio; vorrei non toglierla quella polvere, quella sabbia, quelle macchie attaccate ovunque mi fanno sentire ancora in viaggio, hanno il sapore del deserto, di savana, di Africa…
La serata è un continuo racconto della nostra avventura poi, mentre il vento spira dal deserto, passeggio nel cortile della missione dove i canti locali creano un’atmosfera unica, un’atmosfera che forse, senza accorgermi, stimola sempre più il mio male ormai incurabile,…il “mio” mal d’Africa. Sono le 24.00,mi rigiro e rigiro nel letto, non riesco a prender sonno, continuo a pensare: il deserto, la sua gente, le piste che ho percorso, la savana…Non riesco a convincermi che sto vivendo momenti irripetibili in un paese meraviglioso, un paese dal quale dovrò uscire come da un sogno, felice di aver sognato…
Alle 9:15 è ora di recarsi nella piazza del mio paese per la presentazione del viaggio e per la partenza. Salgo sul sedile posteriore della macchina di Maurizio e …. partiamo. Maurizio inizia a suonare il clacson a festa, la cosa mi da molto fastidio e, dopo averlo pregato di smetterla, sono costretto a mollargli qualche pugno sulla spalla; inutile, continua a suonare senza sosta fino alla piazza. Non c’è molta gente e la cosa mi rende un po’ felice. Illusione, pura illusione, perché i curiosi non tardano ad arrivare. Mi avvicino a “Cartiza”, nome che Carla e Patrizia hanno dato alla nostra vecchia R12; le guardo per l’ennesima volta e penso:" … ma come potrà arrivare alla meta”, vengo subito distolto dai miei pensieri dalle domande della gente che, incuriosita si fa sempre più numerosa. Verso le 10.00 Antonietta si avvicina al microfono; sono emozionantissimo, richiama la folla all’attenzione e inizia … inizia un discorso formato da semplici parole ma il tono e la convenzione con cui le pronuncia mi portano alla commozione. Non sono l’unico, anche Pietro ha la testa china e non dice nulla; la gente è sempre perplessa, non riesce a capire il perché di una cosa simile, ma mentre si interroga io, sto solcando la frontiera tra il sogno e la realtà.
Ore 11.00, è ora di partire; un ultimo saluto a papà e a mamma che non riescono a trattenere le lacrime e poi, come scrissero i miei mici sul loro biglietto di auguri:".”. è giunto il momento di alzare le vele, prendere i venti del destino ovunque spingano la barca; dare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio, è una barca che anela al mare oppure lo teme…”. Scortati dai motociclisti del Motoclub Azzurra di Casorezzo, sfilo tra le vie del paese dando l’ultimo saluto ai miei paesani; percorro questi ultimi metri nel mio paese con un nodo alla gola come mai prima d’ora. I motociclisti ci fanno strada fino all’imbocco dell’autostrada ad Arluno.. un ultimo saluto ai “centauri”, qualche foto e poi … il ritiro del biglietto autostradale da’ inizio ad una corsa festaiola sulla Milano-Fiori. Siamo in anticipo e sfruttiamo questo ultimo tempo disponibile per far sosta in un’area di servizio. Dopo circa mezz’ora ripartiamo, dietro di noi, sulle auto dei miei amici, c’è gran festa. Alle 14.30 siamo a Genova, attraverso la città e dopo qualche chilometro facciamo ingresso al porto. Subito sbrigo le pratiche burocratiche poi rimango in compagnia dei miei amici.
L’attesa è snervante, non ne posso più, vorrei correre sul traghetto e poter partire subito, ma c’è ancora un’ora da aspettare prima dell’imbarco. Mi guardo attorno, non vedo altro che Land Rover, Toyota e motociclette superattrezzate; penso a lungo, guardo Cartiza, alle piste del deserto, alla sabbia, alla savana e alle altre mille difficoltà che dovrà superare, …chissà se riuscirà ad arrivare fino in fondo? Finalmente alle 16.30 annunciano l’imbarco; è ora di salutare gli amici. Tutti mi incoraggiano, anche Patrizia con le lacrime agli occhi mi vorrebbe dire qualcosa, ma come al solito non parla. un ultimo
Scendiamo dalla vettura, il vento soffia fortissimo e sono costretto a coprimi il viso con la tela che ricopre i bagagli. Per più di mezz’ora tolgo la sabbia da sotto l’auto, cerchiamo di ripartire, ma non c’è nulla da fare, bisogna ricorrere alle piastre. Con pinza e cacciavite nelle mani tolgo gli arnesi dal portapacchi, alziamo la vettura e infiliamo le piastre sotto le ruote anteriori , una spinta e Cartiza con un balzo riesce a liberarsi dalla trappola. Colgo l’occasione di questa sosta per liberarmi di un po’ di occhiali …. Non voglio più avere problemi con le dogane. Qualche minuto di riposo e poi ripartiamo, verso “Tam”. La pista è un vero disastro : buche, sabbia e incomincia anche ad apparire la terribile “Tole ondulee”. Cartiza sembra andare molto bene e tra una scatola di tonno e una di carne, giungiamo alle gole di Arak . Sono le 16.30, fra poco il sole tramonterà, non conviene rischiare al buio. Ci fermiamo poco prima del campeggio, in un casolare dove un tuareg ci offre un buon thè alla menta, … ci voleva proprio dopo tanta strada di arsura. Alle gole di Arak c’è un campeggio inteso come un’area intorno ad una costruzione in cemento dove alcuni tuareg cucinano cuscus e vendono thè alla menta. Le capanne di frasche di palma diventano rifugi per la notte; non esistono servizi né docce ma solo una vasca al centro del quadrato dove vanno a bere i pochi cammelli che passano di qui. Un generatore da’ corrente ad un impianto di illuminazione che smette di funzionare presta.
Nel campeggio sono radunati ragazzi locali su selvagge moto da enduro , dai serbatoi enormi, ci sono resti anche di molte vetture abbandonate da chissà chi, forse da viaggiatori come me. Nel campeggio oltre agli amici riminesi, c’è anche un gruppo di francesi con sei Peugeot 504, quest’auto pare vada molto bene sulle piste sahariane; ma i francesi ne perderanno ben quattro prima della mitica città di Agadez. Sono le 19:30, mentre mi accingo a cucinare una manciata di spaghetti, viene spento il generatore, è buio pesto, mi faccio luce all’interno dell’auto per cercare una torcia. Gli spaghetti sono pronti, apparecchio il cofano della vettura e, facendomi luce con la torcia, mangio la mia meravigliosa cena all’italiana. Dopo cena aiuto Massimo, uno dei ragazzi di Rimini, in una riparazione alla sua moto, poi non mi resta altro che stendere il saccopelo all’interno della capanna e coricarmi. Nonostante il giubbotto che ho indossato, fa molto freddo e non riesco a chiudere occhio, questa nottata sarà un continuo dormiveglia fino al nuovo giorno.
Sono le 6.00, il sole a queste latitudini sorge in un battibaleno. non bisogna perdere tempo, dobbiamo cercare qualcuno che possa caricarci i bagagli e i 60 litri di benzina contenuti nelle taniche necessari per arrivare al prossimo posto di rifornimento. Rompo le scatole a moltissima gente, ma nessuno è disposto a sovraccaricare il proprio mezzo. Il morale non è tra i più brillanti, e in queste condizioni non c’è neppure la voglia di continuare. Passeggio per le vie di Tam fino a mezzogiorno, poi con la preoccupazione di chi ha paura di non farcela, decido di mandare un telex ai miei famigliari. Alle 12.30 ritorno all’hotel, Aldo sta contrattando con un tuareg per il trasporto del materiale. Parlano per circa mezz’ora poi, improvvisamente si stringono la mano: è fatta! Non perdiamo tempo, carichiamo tutto sulla Patrol del tuareg di nome Hamed; sono le 15.00, si parte, seguiamo la fuoristrada che attraversa le vie del paese. Ci fermiamo a riempire le taniche e per far provviste di pane. Sui muri del centro leggo un annuncio che riguarda un gruppo di tedeschi partito da qui mesi orsono e mai arrivato a destinazione. Si sente dire anche di un paio di motociclisti, in ritardo di alcuni giorni. Chi parte prende nota perché nel Sahara c’è una legge che impera su tutte le altre: “aiutare chi è in difficoltà in ogni momento, in qualsiasi situazione …….”. Tra poco lasceremo la leggendaria Tam, da decenni punto di partenza degli avventurieri del deserto e oggi, inizio del tratto più difficile della Parigi-Dakar. Tam, il mito, come lo sono le sue guide, figli di nomadi e cammellieri che continuano le tradizioni dei padri non più sulle eleganti selle tuareg, ma al volante di potenti fuoristrada.
Imbocchiamo la strada che porta al posto di polizia, percorriamo qualche km e siamo costretti ancora ad una sosta per le formalità doganali; arrivare al posto di frontiera di In-Guezzan senza i documenti in regola, significa farsi rimandare indietro, ricacciati verso la burocrazia da inflessibili controllori. Finalmente alle 16:30 ripartiamo, seguiamo il Patrol di Hamed, dietro di noi, i motociclisti di Rimini. Scavalchiamo velocemente le montagne che circondano la città e avverto subito i segni di un cambiamento. Il deserto si fa sempre più piacevole, niente più Tole, se non i rari tratti, ma sabbia liscia, mari enormi di fondo vellutato, grandi distese che scendono lentamente verso l’orizzonte. È una discesa, anche se quasi impercettibile, perché Tamanrasset è sull’Hoggar a 1400 MT di altitudine. Proseguiamo verso il Tassilli seguendo una pista larga qualche chilometro e … infinita. Corriamo veloci accompagnati da uno stupendo tramonto.; Massimo lasciala pista per qualche scorribanda sulla sabbia soffice, corre veloce verso l’orizzonte, lasciando dietro di sé una nuvola di polvere che, illuminata dal sole, mi fa ricordare uno dei tanti filmati del Parigi- Dakar. Uno scenario stupendo, sognato per più di un anno. Il sole scompare rapidamente dietro la linea retta dell’orizzonte; è ora di fermarsi, cerco uno spazio fuori dalla pista dove poter montare le tende. In compagnia di Pietro, Hamed ed i motociclisti riminesi, tento di cucinare gli spaghetti in un’acqua che non bollirà mai a causa del forte vento.
Rimedio subito con la solita scatoletta di tonno. Nel frattempo Hamed ha acceso il fuoco, mi avvicino a lui che, vedendomi arrivare mi alluna la mano offrendomi del thè alla menta. Con lui passo la serata cercando di scambiare qualche parola sul deserto. Sono le 23.00 e fa molto freddo; mi corico nel mio saccopelo e cerco di dormire. Dopo quasi un’ora di inutili tentativi, esco dalla tenda per accendermi una sigaretta; piano piano mi allontano dal bivacco, il vento soffia forte nel deserto e nel cielo splendono migliaia di stelle che illuminano la splendida notte africana. Mi siedo sulla sabbia, attorno a me, il silenzio. Cerco di godermi questi momenti magici e tra le urla del vento mi torna in mente un antico proverbio tuareg “… non dire che il deserto è silenzio, chi dice ciò è un uomo che non può udire la sua possente voce.” Ma chi sono i tuareg? Chi sono questi principi del deserto!? Il nome “tuareg” accende subito la fantasia e ci riporta, con gli occhi della mente, alla nostra infanzia. Ai libri, alle illustrazioni e ai filmati che parlavano di questi indomabili guerrieri; gli “uomini blu”, vincitori di centinaia di razzie. Ma i vincitori della nostra infanzia, sono i vinti di oggi; vittime di un implacabile progresso che non ammette intrusi e non accetta più le sorpassate tradizioni secolari.
E cosi anche i tuareg hanno dovuto piegarsi nel corso degli anni e delle migliaia di “figli del vento” oggi non resta che un piccolo gruppo da poche centinaia di uomini che cercano di resistere in qualche modo, rintanandosi nelle zone più impervie, ai limiti delle sacche vuote del Grande Deserto. Ai margini del nostro mondo civile dunque, sparsi tra il Sahara centrale e il Sahel, entro i confini di tre paesi (Algeria, Niger e Malì) assistono impotenti a una progressiva disgregazione della loro razza. i tuareg tutti di razza berbera hanno un’origine piuttosto discussa. Tuareg, secondo gli arabi, vuol dire “abbandonati da Dio “ poiché ai tempi dell’invasione essi lottarono a lungo contro l’islamismo prima di accettare, anche se in forma molto blanda, la conversione. I tuareg per contro, affermano che il loro nome deriva da un’antichissima voce che significa “ egli è libero” e potrebbe riallacciarsi al nome Targa, con cui i tuareg stessi chiamano il Fezzam, regione che anticamente dominavano. Conosciuti pure come i “figli del vento”, della lancia e della spada, per il loro carattere guerriero, divennero celebri anche per il loro aspetto reso sinistro dal viso velato, che collimava con la loro crudeltà; fino a ieri infatti erano il flagello del deserto. Una caratteristica che distingue i tuareg dagli altri popoli dell’Africa araba è il velo maschile: il Taghelmust, che consiste in una striscia di 3,50 m e larga 25 cm. Abilmente passa sull’occipite, sulla fronte e sulla bocca, arrivando a coprire anche il naso.
Il tessuto è un blu scuro impregnato d’indaco, come gli ampi mantelli per cui lascia un po’ di colore sulla pelle, da cui deriva l’appellativo “uomini blu”. Il declino vero e proprio di questa razza fiera e indomata, incominciò circa settant’anni fa quando i vari coloni, ultimate le conquiste decisero di liberare gli schiavi. Il lento ma progressivo cambiamento li costrinse a ritirarsi nelle zone più ostili del Sahara e a isolarsi per mantenere intatta la purezza della razza, le tradizioni e, quel che conta di più, la libertà. Ma i contatti con i viaggiatori e i turisti inducono i giovani a pensare che oltre l’ultima duna del deserto li attenda una vita migliore; le antiche fonti di reddito dei tuareg infatti si assottigliano sempre più, mentre le necessità aumentano. Per contro il nomade è conservatore e lo stato moderno è per lui ancora legato ad una mentalità e ad uno schema medioevale, qualcosa di incomprensibile. Il suo pensiero di vivere in una civilissima casa di mattoni lo fa star male. In fondo quello che gli piace è ancora sapere che in qualche momento del giorno o della notte, può sollevare una parete della Jiaima (tenda) e vedere l’immensità del deserto davanti a lui; per questo qualcuno dice che nessuno potrà distruggere completamente i tuareg se non i tuareg stessi.
Aiutato dia Pietro mi carico sulle spalle lo zaino, scendo per l’ultima volta le scale della missione di Ouaga e carico lo zaino sul pick-up di Vittorio. Un tragitto di tre chilometri per le vie della capitale, mi condurrà alla “ porta di uscita” del mio viaggio.
E’ buio, in città non c’è anima viva, eppure, mi pare di sentire la voce della gente, i pianti dei bambini e….il lamento di quest’Africa che lascerò.
L’auto si ferma, scarico i bagagli e saluto Vittorio che deve rientrare a Nanoro.
Attendo per circa un’ora i doganieri per il controllo del bagaglio poi, quando la tenda dello stanzino dove si controllano i bagagli si apre, saluto anche Danello e con lui anche l’Africa.
Dopo i controlli dei passaporti, attendo in compagnia di Pietro l’ora d’imbarco che arriva in un battibaleno.
Salgo le scalette dell’aereo, prendo posto nelle prime file; il tempo sembra essersi fermato. Una fila interminabile di persone sale a bordo…fra poco si parte.
Le porte si chiudono, il regime del motore si alza sempre di più; piano piano l’asfalto della pista dell’aeroporto inizia a scorrere alle mie spalle…sempre più veloce, fino a quando il bestione si alza in volo…Arrivederci Africa…
Dall’alto osservo la capitale Burkinabè poi, arriva il fiume Niger e poi, il “mio deserto”, dall’alto sembra un mare vellutato color ocra. Il deserto è un dio bizzarro, è docile con chi riesce a dominarlo, spietato con chi ne finisce in balia per inesperienza o superficialità.
Questo deserto ha preteso ed ha ottenuto un tributo di sacrifici.
Ogni carcassa immobile incontrata ai bordi delle sue piste, ha una triste storia da raccontare, intorno domina sempre il deserto, vincitore da sempre; ed è la lotta, forse il senso del “mal d’Africa”, una lotta contro gli elementi e contro sé stessi, perché nel deserto si è soli con le proprie ansie, le proprie paure, tutto il bene ed il male che si ha dentro…….ma la lotta è stata stupenda.
Nel deserto tutto è stato più difficile: muoversi, orientarsi, fermarsi, dormire.
Durante il giorno, sotto il sole cocente, il caldo era davvero estremo: 50 gradi all’ombra ed anche di più; le lamiere dell’auto erano intoccabili mentre le parti in plastica sembravano fondersi. Soltanto il vento e la velocità, uniti insieme, potevano portare qualche sollievo. Di notte invece, di colpo arrivava il freddo pungente che sembrava entrare nelle ossa, un freddo che faceva rimpiangere, per poche ore, il caldo torrido del giorno prima.
Eppure quando la “voce” del deserto mi ha chiamato, non ha saputo resistere, e, come altri uomini ho risposto all’appello.
L’ho fatto amandolo o forse odiandolo per quelle sue piste infide e infinite, per quelle sue dune affascinanti ma tutte così uguali.
Nel deserto bisogna essere decisi a soffrire, decisi ad affrontare solitudine, pericoli ed imprevisti. Ma per vincere bisogna osare oltre i propri limiti, non demordere mai, non darsi mai per vinto, non perdere mai la speranza.
A questo va aggiunta una sfacciata convinzione di essere un buon organizzatore, ma non per la sterile soddisfazione di veder andare le cose per il verso giusto, bensì per quella infinitamente più nobile di realizzare grandi imprese per sé stessi e per gli altri; di coinvolgere in avventure incredibili chi ancora di questo mondo conosce forse la faccia peggiore e, chi certe verità le conosce solo per sentito dire, per immagini distorte, percepite qua e là sui giornali, al cinema, alla televisione. Quindi, è una passione sana che mi ha spinto a questa avventura in terra d’Africa. Dopo le esperienze vissute in questo raid, non è possibile non notare la differenza tra un paese ”contaminato” dalla civiltà e quella terra che chiamano “il continente nero”.
Mi accorgo che piano piano sto rientrando nei panni del mio io, sono un uomo del mio tempo, con le mie paure, le mie ansie e i miei condizionamenti.
Col passare dei minuti i puntini che vedevo dall’alto si fanno sempre più grandi; diventano case, palazzi, grattacieli…..è Marsiglia. Alla dogana incontro grossi problemi, forse per il mio aspetto un po’ trasandato, ma non importa, ormai a certe cose ho fatto l’abitudine.
Dall’aeroporto alla stazione ferroviaria sono 30 minuti di viaggio in un lussuoso autobus; poi, dopo qualche ora di attesa, salgo sul treno che mi condurrà a Milano.
Montecarlo, Ventimiglia, Genova, …..Milano.
E’ la fine e sinceramente non riesco a nascondere una certa amarezza, non riesco ad accettare l’idea che tutto possa finire così semplicemente. Ho vissuto questo mese ad un ritmo così frenetico che forse, non riuscirò a dare un taglio netto a tutto.
I ricordi mi scorrono rapidamente in mente: le carovane, i villaggi nella savana, il lavoro alla missione, i contrasti di colore.
Sulle fatiche ha prevalso il desiderio di contemplare quei colori, quel paesaggio, quella gente.
Per molti giorni conserverò gelosamente i ricordi di questa splendida favola. Ed ora, ripagato da tutte le sofferenze e le fatiche, il pensiero corre al futuro……quando potrò tornare?
Mi siedo scoraggiato all’ombra della vettura; Pietro è nervoso, no riesce a darsi pace. Rimaniamo ad attendere per quasi un’ora, mentre il caldo si fa sempre più insopportabile. Ma quando inizio a pensare al peggio, all’orizzonte appare un automezzo. Cerchiamo di farci notare ed in pochi minuti il camion ci raggiunge. Dal finestrino si affaccia l’autista, … Capisce subito il nostro problema e fa cenno di seguirlo. In poco tempo ci riporta sulla pista battuta e così possiamo proseguire verso “Tam”… Grazie anonimo camionista …. Il percorso da Arak a Tamanrasset in teoria è facile perché c’è una strada, ma in realtà l’asfalto è inagibile per quasi tutto il tragitto; o perché sbarrato dai militari o perché in condizioni disastrose. Per scendere a sud ci si deve affidare a piste alternative; proviamo ad imboccare una deviazione a destra cercando di non perdere di vista la strada militare. Ma, per evitare spuntoni di roccia, collinette improvvise e avvallamenti insidiosi, ci allontaniamo sempre più dai punti di riferimento. Seguiamo alcune tracce, vecchie o recenti, chissà… Il terreno è a volte duro, a volte soffice di sabbia , a volte sassoso, sempre imprevedibile. Il primo incontro con la micidiale Tole ondulee avviene qui. “La bestia nera” di tutti i sahariani sono le “rughe” del fondo della pista causate dal continuo passaggio dei mezzi pesanti. I colpi di rimando degli ammortizzatori, soprattutto dei camion, creano a poco a poco, piccole gobbe perpendicolari alla direzione di marcia, solchi micidiali, di frequenza e profondità variabile. Le gobbette possono essere alte una o due dita e distanti l’una dall’altra un palmo o arrivare a cinque, dieci centimetri e presentarsi ad ogni metro.
Non è facile immaginare cosa succede quando si percorrela Tole ondulee con un’auto come la nostra.. il più insidioso dei pavé cittadini al confronto, è un tavolo da biliardo. Due soli i modi per superarla: procedere lentissimi, quasi a passo d’uomo o correre come forsennati a 70\80 km/h. Se si va piano gli ammortizzatori riescono a seguire il ritmo delle sollecitazioni anche se all’interno i saltellamenti sono snervanti; se si corre si riesce a volare sopra le gobbette senza dare il tempo alle sospensioni di spingere le ruote negli avvallamenti, ma così Cartiza perde ogni aderenza; il retrotreno sbanda continuamente, le curve strette significano un’uscita dalla pista quasi certa. La velocità intermedia è da scartare; le vibrazioni interne mettono a dura prova i nervi e la meccanica, il corpo sussulta a una frequenza allucinante. Mi viene voglia di urlare, fermarmi e smettere. Nel deserto bisogna andare avanti, a volte bisogna osare oltre i propri limiti … e per assurdo, l’incontrare le gobbette, cercando semmai piccole e corte deviazioni, vuol dire che la pista è quella giusta. Proseguiamo senza soste; sono a pezzi e anche l’auto inizia ad avere qualche problema, ma continuiamo …. Tamanrasset è ormai vicina. Una giornata di vibrazioni continue, di schianti, di rumori assordanti di carrozzeria e Tamanrasset si annuncia con l’esaltante visione di una strada asfaltata.
Sono le 17.30, percorriamo il breve tratto asfaltato che inizia all’aeroporto, passiamo sotto l’arco della porta di Tam e giungiamo nella via principale dove rivediamo gli amici riminesi. Dopo tante ore di sconvolgente percorso, l’approdo in un centro mi fa subito pensare a follie. Mi aspettavo una grande città di piacevolezza, in realtà è una via centrale circondata in lontananza dai quartieri periferici di case basse e strade in terra e sabbia, abitate da tuareg sedentarizzati. Pietro è distrutto, e forse ha anche la febbre. Lo accompagno nella camera di un hotel da quattro soldi dove si butta sul letto senza nemmeno svestirsi; accusa un forte mal di pancia, non so cosa fare. Chiamo il vecchio Aldo, ma anche lui si limita solo ad incoraggiarlo. Passa qualche ora e Pietro sembra essersi addormentato, ne approfitto per mangiare qualcosa e per controllare la vettura. Nel cortile dell’hotel non c’è nemmeno un po’ di luce, chiedo a Massimo di reggermi la torcia per poter fare un’accurata manutenzione . Stringo i bottoni, rabbocco il livello dell’olio, e fin qui tutto bene; mi sdraio sotto l’avantreno, Cartiza mi sembra più bassa del solito, sono molto preoccupato per la sua salute, gli ammortizzatori sono fiacchi e il peso all’interno della vettura è notevole. Vuoto una tanica d’acqua, Massimo mi guarda e, scrollando la testa mi dice:”… non riusciremo mai ad arrivare ad Agadez con questo peso, anche la mia moto comincia a battere la fiacca…”. Chiamiamo Aldo, bisogna trovare una soluzione, da Tam ad Agadez sono 900 km di pista sabbiosa dove l’inesperienza o la superficialità potrebbero costare caro. Chiamiamo un beduino e gli chiediamo notizie sulla strada che porta in Niger. Da buon esperto guarda la vettura, poi volge lo sguardo verso le quattro moto e con tono rimproverante esclama: ” Ragazzi! Molta gente è partita nelle vostre stesse condizioni, ma pochi sono riusciti ad uscire da quella terribile pista…”. Ormai è tardi, e con tanta preoccupazione decido di andare a riposare.
Sono le 6.30, l’alba illumina l’interno della tenda, fuori il vento soffia senza tregua. Lascio il calduccio del mio saccopelo per gettarmi nell’aria gelida del mattino. Il freddo è pungente, a fatica smonto la tenda e sistemo i bagagli all’interno della vettura, poi avvio il motore e inizio a rincorre l’orizzonte. La pista è buona; in alcuni tratti possiamo correre a 100 km/h verso le forme scure di montagne lontane, sfiorando i profili sassosi di collinette e scivolando col rumore di un soffio sul terreno morbido. In altri tratti dobbiamo superare laghetti di sabbia in velocità per non consentire alle ruote di sprofondare in una morsa da cui è difficile uscire. Il motore è sempre al massimo, per sfruttare tutti i cavalli disponibili, sono sempre pronto a scendere alla marcia inferiore non appena sento diminuire il regime dei giri. L’emozione della vastità, l’emozione di approdare alle dune di Laouni, un altro leggendario punto di passaggio obbligatorio per tutti i sahariani. Ecco il deserto più stupefacente, assolutamente diverso da quello di dune, bello ma “facile” incontrato a El Oued. Il passaggio dalle dune di Laouni è difficoltoso, la sabbia è molto soffice e la ormai stanca Cartizia si insabbia decine di volte. Tra i relitti di auto spingiamo Cartizia con l’aiuto degli amici riminesi,… ancora uno sforzo e anche le terribili dune sono superate. Nessuna sosta per riposare, qui il Sahara non è un paesaggio da guardare, è una situazione più che un luogo dentro cui si vive un rapporto profondo con una natura che, paradossalmente per un deserto considerato simbolo di morte, ha una vitalità straordinaria.
Una montagna difficile si conquista, un mare insidioso si sfida, al Sahara semplicemente ci si unisce in un incontro che non è mai una lotta per designare un vincitore; e neppure una corsa contro il tempo, perché non è un ostacolo da superare più in fretta possibile, ma un cammino lento verso un orizzonte che pare irraggiungibile, che inaspettatamente varia di continuo per terminare all’improvviso com’era cominciato. Ma la fine del Sahara è ancora lontana e le sue suggestioni ancora vicine. Sono le 14.30, all’orizzonte appare In Guezzam, una strada in terra battuta tra le consuete costruzioni basse, color ocra scuro. I fabbricanti dei doganieri spuntano sotto il sole dopo un’altra insabbiata, un posto di frontiera isolato che rappresenta il porto di speranza per migliaia di nigerini, saliti fin quassù per cercare un’improbabile soluzione alla loro fame. L’Algeria tollera il loro misero accampamento di tende disastrate e i bambini denutriti, capre magre alla ricerca di fili d’erba inesistenti, di nigerini che restano lì, ad aspettare, fantasticando, vivendo di quel cibo che il governo algerino distribuisce, organizzati come nomadi ma senza più quell’indipendenza e fierezza che era nelle culture nomadi. La formalità di uscita dall’Algeria sono, come al solito, lunghe; controlli ai bagagli, alla vettura e timbri sul passaporto. Alle 16.30 un doganiere ci alza la sbarra che limita il confine con la terra di nessuno, proseguiamo verso la porta del Niger.
Alle 17.00, mentre il sole pian piano cala all’orizzonte, arriviamo alla frontiera nigerina. Subito un doganiere in tuta sportiva mi ordina con tono arrogante di scaricare completamente la vettura, … inutili i reclami: o vuoto l’auto o non passo. Accontento anche questo curioso doganiere che fruga anche nello zaino, tra calzini e magliette. Mi spiace, ma per i tipi come lui non ho nessun regalo… Alle 18.00, gli uffici doganali abbassano le serrande, il controllo del passaporto verrà effettuato domani mattina. Sarà una serata tra la sporcizia di Assamakka. Cucino una bustina di asparagi poi, un pezzo di formaggio chiude la cena. Le ore passano e col passare delle ore si alza il vento gelido della notte; qui in prossimità della dogana c’è il divieto di montare tende da campeggio, decido di passare la notte nel mio saccopelo steso sulla sabbia. L’aria si fa sempre più gelida, e come se non bastasse, la sabbia sollevata dal vento mi finisce tutta in viso…è impossibile prendere sonno in queste condizioni. Tra un brivido e l’altro, le ore passano e cado stremato in un sonno profondo fino al sorgere del sole.
Dopo una nottata “cambogiana”, casa c’è di meglio di un cane che ti dà la sveglia, abbaiando a meno di un metro di distanza? Inizia un altro giorno, forse l’ultimo tra le sabbie del deserto; sono le 6.30, ripiego il mio saccopelo e corro subito a farmi vistare il passaporto. Lasciamo la dogana alle 8.45, il vento soffia forte, la visibilità è molto scarsa e c’è sempre il pericolo di perdersi. Proseguiamo con cautela nella tempesta di sabbia e cerchiamo di non perdere di vista le balise che segnalano la pista giusta; le balise sono bidoni di benzina, mucchi di sassi messi a piramide, gomme di autocarro sovrapposte, insomma tutto ciò che può essere notato da lontano. Parlare di pista qui è difficile: le balise in realtà indicano il passaggio migliore di una spianata ondulata che appare sempre assolutamente uguale. Così per circa duecento chilometri in un continuo alternarsi di laghetti di sabbia molle e cunette di terreno pietroso. Corriamo veloci per ore infinite sempre con il rischio di insabbiamenti, la polvere continua ad accumularsi all’interno dell’abitacolo fino a far diventare il cruscotto e la tappezzeria color deserto; ma è una polvere asettica questa, che non infastidisce chi sa vivere fino in fondo un rapporto che si ha con il deserto, è un rapporto selvaggio , a volte difficile ma, affascinante …affascinante come un mondo da fiaba. Alle 12.15 rimettiamo le ruote di Cartizia sull’asfalto, qualche chilometro ….ed eccoci ad Arlit, dove l’Africa araba si conclude e comincia l’Africa nera, ….
Ho come la sensazione di entrare in un mondo remoto. Mi reco subito alla polizia per i consueti controlli, tipici del costume nigerino, sotto il sole cocente devo attendere per più di tre ore prima di ottenere il visto necessario per proseguire. Nel frattempo saluto il generoso Hamed, che essendo di nazionalità nigerina non ha bisogno di nessun visto. Nell’attesa mi diverto a barattare qualche paio di occhiali in cambio di due portafortuna tuareg; riesco a barattare anche la sveglia di Ambra e per concludere vendo anche la ruota distrutta nel deserto alla modica cifra di 2000 CFA… offerta speciale. Finalmente alle 15.30 arrivano i gendarmi, cerco di fare tutto nel minor tempo possibile, ma come al solito perdo molto tempo per la lentezza delle pratiche assicurative del veicolo. Alle 17.30 riaccendiamo il motore e ripartiamo alla volta di Agadez. Qui la sabbia del deserto appare come un’onda di morte che avanza e cancella la vita. Il Sahara è un’enorme confine che separa la fierezza mista ad orgoglio e fanatismo dei musulmani del nord, dalla rassegnazione sempre più drammatica dei Paesi che si avvicinano all'equatore. Comincia qui il grido di dolore che non smetterà mai di risuonare nell'aria che si fa sempre più greve…cadeau, regalo, mani tese e disposte a ricevere qualunque cosa con occhi imploranti. La strada che porta ad Agadez è asfaltata e in poco più di tre ore riusciamo a raggiungere l’ultima città del deserto: Agadez.
Soliti controlli di polizia e poi è già buio…non ci resta che cercare un’alberghetto da quattro soldi. troviamo i quattro ragazzi di Rimini e con loro affittiamo una camera all’hotel Sahara. Questo hotel, se così lo vogliamo chiamare, me lo ricorderò per parecchio tempo. Infatti in questo hotel, dopo aver cenato con uno schifosissimo piatto di cous-cous, assisto ad una rissa all’interno della sala da pranzo e poi la camera è in stile “vecchia topaia” abitata da salamandre, zanzare e rospi….Io non mi ritengo un ragazzo schizzinoso, ma quando i rospi saltano sul saccopelo… Nonostante la compagnia degli altri animaletti, non riesco a chiudere occhio. Il caldo è insopportabile e uscire dal saccopelo significherebbe farsi “sbranare” da feroci zanzare assetate di sangue. Così per tutta la notte, in un bagno di sudore, senza neppure avere la possibilità di rinfrescarsi sotto una doccia.
La sveglia suona sono le sei; sveglio Pietro e con lui faccio un’abbondante colazione. Alle 7:00 siamo pronti per partire; attraversiamo la città e imbocchiamo la strada che porta a Ghardaia. Cartizia corre veloce sulla buona strada; di tanto in tanto ci fermiamo per scattare qualche foto e con questo ritmo arriviamo quasi a Ghardaia senza accorgerci che la benzina sta per finire. Purtroppo rimaniamo a secco, fermiamo subito una Peugeot sulla quale viaggiano tre simpatici algerini che ci offrono qualche litro di benzina, rifiutando poi i soldi. Ci salutiamo con una stretta di mano e sulla strada che si snoda fra le montagne oscure giungiamo a Ghardaia, centro della regione del M’zab algerino e città di puritani mozabiti. Facciamo subito il pieno della vettura e riempiamo anche una tanica da venti litri; con questa benzina dovremmo tranquillamente raggiungere El Golea. La strada è ancora buona e tra una marcia e l’altra, posso permettermi di mangiare una bella scatola di carne. Incontriamo molti automezzi pesanti che risalgono da El Golea o forse da Tamanrasset; Berliet, Mercedes, ma tutti a trazione integrale. Alle 14:30 siamo ad El Golea, rabbocco il serbatoio e decidiamo di proseguire alla volta di In-Salah. La sensazione del vero deserto, delle distanze infinite, di un mondo di sabbia, della solitudine, degli spazi enormi, delle difficoltà, comincia qui, dopo El Golea, una città che convive con le dune, dove la sabbia fa parte della vita quotidiana, entra nelle case, si respira con l’aria, modella l’aspetto umano. Il road book segna una buona strada fino a In-Salah, corriamo senza preoccupazione ma, quando il sole sta per tramontare, la strada si apre in una spaccatura.
Una piccola voragine sembra inghiottire Cartiza, che pur molleggiata sembra sfasciarsi in una serie di colpi e contraccolpi che fanno vibrare ammortizzatori e carrozzeria; bisogna rallentare, a volte fermarsi e scendere nei “crateri” con attenzione e risalire dall’altra parte. È meglio nei tratti più disastrati, abbandonare i resti dell’asfalto e correre solcando la striscia ai lati della strada , se cosi la possiamo chiamare. dietro di noi stanno sopraggiungendo i quattro motociclisti riminesi, sembrano volare sulla sabbia ma, improvvisamente il vecchio Aldo cade a terra. Ci fermiamo subito, ma non è nulla di grave; risale subito sulla sua Honda e riparte con un pizzico di prudenza. Il sole è ormai scomparso all’orizzonte e la luce pian piano se ne va. Dopo poco è buio pesto, facciamo molta fatica a scorgere le tracce che portano a In Salah, in più siamo costretti a continue deviazioni a causa delle rocce che sporgono dalla sabbia. Abbiamo sbagliato; dovevamo fermarci prima, ma questa pista percorsa al buio potrebbe diventare una trappola… troppo tardi per i rimpianti. Continuiamo, ma le tracce si fanno sempre più esili; guardo la bussola … impossibile, mi allontano dall’auto per non influenzare l’ago, inutile! Abbiamo preso la direzione sbagliata. Non sappiamo cosa fare, ci fermiamo qui, nel buio dell’altopiano Tademait. Non possediamo una carta topografica, quindi la bussola diventa inutile. Rimango all’interno della vettura, attorno a me il nulla; non ho paura, cerco di pensare ai consigli ricevuti, ma non c’è nulla da fare, forse conviene aspettare il sorgere del sole. quando orami rassegnato accendo una sigaretta vengo abbagliato da una luce fortissima, accendo subito i fari della nostra vettura per segnalare la nostra presenza.
Il mezzo si dirige verso di noi e si ferma. È un camion algerino; a bordo, oltre all’autista c’è un autostoppista spagnolo. Fortuna vuole che sono diretti anche loro a In Salah. Ci mettiamo in marcia, il camion è stracarico, ma nonostante questo viaggia a velocità sostenuta. All’interno della vettura è un continuo traballare di zaini, borracce e altro; così per un centinaio di chilometri che sembrano non finire mai. Ormai stravolti, alle 22.00 arriviamo a In Salah, non ho nemmeno la forza di mangiare, cerco subito un posto per la notte e senza neppure togliermi le scarpe, mi addormento in un lungo sonno fino al sorgere del sole.
Con le lacrime agli occhi contraccambio il suo gesto con il mio berretto rosso e ….una stretta di mano ci divide, forse per sempre. M’incammino verso il caseggiato della Sacra Famiglia. Di tanto in tanto vengo circondato dai soliti venditori ambulanti ma, disponendo ormai di pochi spiccioli, non posso nemmeno comprarmi una bibita. Alla missione trovo ad aspettarmi Pietro e Vittorio che mi invitano a cena dalle suore. Una cena veloce e poi la serata sarà alimentata da un’interminabile “show” di Danello all’hotel Ran. Ancora una volta emerge la simpatia dell’ormai quarantenne emiliano: barzellette, scherzi,…allietano la serata, rendendo meno opprimente l’idea della partenza di domani. Ormai è tardi. Dopo l’ultima barzelletta lascio tutti e mi reco nella mia stanza alla missione dove, con fatica mi sdraio nel letto per questa ultima notte africana.









