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Tra architetture bizantine, un popolo accogliente  

Community: Diari di viaggio e Racconti Tra architetture bizantine, un popolo accogliente

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Luca
Scritto da: Luca
Località: Istanbul
Durata: 4 giorni
Data partenza: dal 30/12/2013 al
Viaggiatori: 4
Nomi dei viaggiatori: Luca, Marianna, Silvano e MariaClaudia

Introduzione

Un primo rapido incontro con la città dei minareti, incontro tra oriente ed occidente. Un minimo di giorni per vedere almeno i monumenti principali e destreggiarsi tra le vie della città, animate da moltitudini di persone che sanno anche accogliere...

Le Tappe del Viaggio

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

Non ho voglia di visitare il palazzo imperiale di Topkapi, da quanto ho letto è talmente grande da dover trascorrere una intera giornata. Preferisco invece camminare tra le vie, cercare le moschee più piccole e raccolte, graziose come ci è stato detto, in vicinanza del bazar egiziano, il coloratissimo e un po' caotico mercato delle spezie.

Entro in un edificio in pietra che mi sembra vecchio e particolarmente ben conservato, le guide lo danno per uno dei caravanserragli meglio conservati; è una tipologia edilizia diffusa ed inconsueta per noi, essendo costituita da un cortile chiuso sui cui lati porticati i commercianti che arrivavano da lontano depositavano le loro mercanzie mentre ai piani superiori trovavano ospitalità finché non avessero venduto tutto.

La moschea di Solimano il Magnifico (Suleymania Camii) è forse l'edificio più sontuoso, sia per la sua posizione, quasi in cima alla collina che soprattutto al tramonto ne valorizza il profilo, sia per la vastità del complesso che comprende anche la tomba del Sultano e le sue decorazioni; splendidi gli intarsi in legno e avorio o madreperla delle porte di ingresso.

Al ritorno, scendendo la collina in direzione del ponte di Galata, passiamo per caso davanti a uno dei caffè più gettonati dagli studenti della vicina Università: il tetto piano è accessibile e ci si può fermare a sorseggiare il caffè godendosi il panorama di tutto il Corno d'oro e di parte del Bosforo fino a comprendere una buona parte della sponda asiatica, mentre alle nostre spalle troneggia la moschea di Solimano; peccato per l'aria fredda che ci fa stringere un po' sui tempi.

I quartieri sottostanti sono sempre parte dell'enorme centro storico racchiuso dalle chilometriche mura di difesa; qui sembra che il mercato si organizzi per zone: una via intera di confetti, un'altra via per ferramenta e rubinetterie, un'altra ancora per le lampade di vetri colorati, una per i pantaloni e un'altra per le magliette e le felpe. Decine e decine di negozi affiancati gli uni agli altri che offrono la stessa identica mercanzia.

Bello anche il tempo dedicato alla contrattazione che qui è un fatto normale, che non è solamente volto allo strappare il miglior prezzo, ma può anche essere occasione di accettare un thè, essere invitati a berlo al piacevole tepore del negozio, raccontare che per noi è la prima volta in Turchia, mentre invece Mehmet conosce già l'Italia, con la quale anni fa aveva intrattenuto rapporti commerciali.

L'ultima esperienza degna di nota è l'hammam. Ci siamo separati perché abbiamo scelto un bagno turco più popolare (Gedipaksa Hamami), non solo per i prezzi, ma anche perché meno affollato di turisti; negli hammam tradizionali gli spazi (o in qualche caso, gli orari) sono distinti per uomini e donne. La pietra calda al centro della sala principale è molto piacevole sui bordi, mentre verso il centro ha delle zone dove non ho resistito più di 2 minuti.

Il massaggio è stato molto energico e in qualche punto leggermente doloroso, ma in generale sento che questo trattamento mi si addice, i miei muscoli hanno bisogno di essere stirati per bene.

Tre-Quattro giorni sono il minimo per visitare Istanbul, soprattutto a causa delle grandi distanze da percorrere a piedi, che comunque fanno parte della vacanza. Prendere sempre i mezzi pubblici taglierebbe fuori da tutta una serie di possibilità a cominciare ad esempio dai mercati, oltre che dal gusto di avvicinarsi lentamente ai monumenti più imponenti.

Partiamo alle 12:20 dall'aereoporto di Genova, con Turkish Airline che sembra essere la compagnia più economica (e che servizio: pasti sia andata che ritorno con menù a scelta al momento dell'acquisto del biglietto!), arriviamo a Istanbul al tramonto sotto una spessa coltre di nuvole, giusto il tempo di trasferirci in albergo tramite mezzi pubblici che economicamente sono convenienti.

L'hotel Antik Ipek si trova nel quartiere di Kumkapi, a circa 20 minuti di piacevole cammino da Santa Sofia, durante il quale si attraversano zone abitate, negozi di tutti i tipi ed altri monumenti più o meno importanti (ad esempio la piccola Santa Sofia, in realtà moschea del XV secolo che non ha nulla a che vedere con il più celebre monumento bizantino). La sistemazione è confortevole, ma non ci si deve attendere gli standard europei. Wi-Fi gratuito, colazione compresa (per lo più cose salate, alla turca), bagno in camera, mini bar, televisione, pulizia in camera ogni giorno con cambio degli asciugamani per un totale di 100 euro a testa per 4 notti, comunque vanno più che bene.

Nella zona dell'Hotel ci sono diversi locali di ristorazione meno turistici (quindi meno affollati e ancora più economici, con circa 3 euro fai un buon pasto!), ma non per questo meno gustosi e dignitosi (servizi igienici a parte).

La prima sera ci concediamo una passeggiata verso la zona più ricca di monumenti, Sultanahmet; consiglio caldamente una visita in notturna con l'illuminazione dei minareti e delle cupole, quando anche le vie e le piazze sono meno affollate (in questa stagione forse anche a causa del freddo), e poi rientriamo alla base percorrendo la Divan Yolu, via centrale servita anche dai tram, comunque poco trafficata.

Lungo questa vi ci fermiamo in un locale che in passato era una scuola, oggi trasformato in caffetteria dove si fuma anche il narghilè; le panche disposte sul perimetro possono ospitare al massimo dieci-dodici persone per locale, all'inizio può essere un po' di soggezione a guardare in faccia altri sconosciuti, ma dopo pochi minuti un turco che conosce bene l'italiano potrebbe iniziare ad attaccare bottone, e potreste passare una bella serata, e magari anche andare via con il regalo inatteso del vostro nome scritto nel bellissimo stile calligrafico che ha contribuito a rendere famosa Istanbul.

Il primo mattino in città, passeggiando lenti tra i quartieri è di abbondanza: nei colori e nella quantità di frutta, verdure e spezie esposte al di fuori anche nei vicoli secondari, nelle voci che animano la strada dopo il canto mattiniero dei muezzin dalle sette del mattino e fino a qualche ora dopo il tramonto, nella moltitudine di giovani che la abitano, vi lavorano o vi trascorrono il tempo libero.

La luce del giorno mi accompagna a un'evidenza che salta subito agli occhi: al di là degli edifici monumentali (moschee, palazzi, tratti di antiche mura, chiese, hammam), qui sussistono poche tracce del tessuto storico dei quartieri; mi riferisco proprio alle casette addossate le une alle altre nelle vie popolari meno trafficate, come nei centri storici di gran parte delle città italiane.

In Santa Sofia le stratificazioni storiche sono impressionanti. Questo edificio, costruito nel VI secolo e rimaneggiato più volte, è giustamente museo di se stesso, conservando opere uniche che vanno dal primo lungo periodo in cui è stato una basilica cristiana fino ai restauri ottocenteschi quando ha cessato di essere moschea per diventare testimonianza di una storia millenaria.

Edificio madre di grandi e piccoli monumenti successivi, il cui innovativo impianto, non più basilicale ma a pianta centrale era sormontato da una enorme cupola finestrata che la giornata nuvolosa non ha risparmiato, facendoci perdere gran parte dell'effetto di leggerezza dei giorni di sole che mi aveva lasciato in una situazione di trepidante attesa consultando le guide turistiche e storico-artistiche.

Al pomeriggio cediamo alla tentazione di partecipare al rito dei Dervisci (i mistici Sufi che pregano-danzano ruotando su se stessi), al costo di 20 lire turche molto meno che alla stazione ferroviaria dell'Orient Express. Se partecipi come a uno spettacolo potresti essere deluso e stanco, alla fine, se invece ti avvicini con curiosità (il depliant in inglese è abbastanza chiaro) a questa mistica del mondo musulmano, la cosa può farsi interessante.

Una lunga passeggiata lungo la affollatissima quanto commerciale arteria principale dei quartieri che legano il tessuto storico ai luoghi che sono stati recentemente sotto i riflettori, come piazza Taksim, divenuto simbolo di una protesta contro la globalizzazione selvaggia che ruba spazi di incontro per consegnarli nelle mani dei soli interessi economici. Su queste proteste, i turchi sono comunque divisi.

Per fuggire dallo stordimento vorticoso del vocìo crescente e delle vetrine, abbiamo anche cercato rifugio nelle vie tortuose del quartiere degli antiquari (Galatasaray), ma senza più trovare botteghe aperte, a causa dell'ora tarda.

La scelta del ristorante dove mangiare cena a base di pesce è stata difficile non tanto per la fatica a trovare posto (basta allontanarsi un minimo dalle vie più trafficate), quanto più per l'insistenza di chi ti invita a entrare nel suo locale e fa le scarpe al vicino pur di accaparrarsi i clienti.

A mezzanotte ci troviamo sul ponte di Galata, sotto il suggestivo fuoco incrociato di spettacoli pirotecnici improvvisati, certamente non autorizzati e in competizione tra loro. Molta gente, ci scambiamo gli auguri anche con i numerosi pescatori che come tutte le sere stanno lì fin oltre mezzanotte. Bel modo di iniziare l'anno, vale quanto panettone e spumante!

È bello passeggiare al mattino mentre finiscono di allestire - come ogni giorno - le bancarelle del mercato delle verdure. Salta subito all'occhio la lentezza e precisione dei movimenti per creare qualcosa di bello pur nella sua semplicità, un'attenzione questa che spesso si accompagna alla cura della persona.

Due dati di fatto mi sembrano significativi a questo riguardo: quasi ad ogni angolo di strada c'è un barbiere che tiene aperto anche alla sera e anche i pulitori ambulanti di scarpe (mestiere che da noi è pressoché scomparso o delegato alle botteghe dei sempre più rari calzolai) che indossano la giacca sempre pulita, i capelli ben pettinati, c'è un definito grado di ordine persino negli attrezzi che utilizzano accuratamente riposti nei cassetti del poggia-piede.

La visita della parte asiatica di Istanbul (quartiere di Uskudar) non suscita in me particolari emozioni. Sebbene sembrino più numerose le donne col velo (più o meno coprente), la vita delle persone e l'organizzazione delle vie e delle case non sembra - a prima vista - così diversa da come invece era descritto nelle guide turistiche.

La piccola moschea presenta una sua organicità soprattutto nell'apparato decorativo delle ceramiche del XVII secolo, inoltre il custode è estremamente accogliente e premuroso, salvo poi chiedere a posteriori un obolo per la visita.

Anche qui vetrine, luci, strutture in cemento, ferro e vetro, fanno intravvedere ben poco del paesaggio di anche solo cento anni fa.

Il rientro alla sponda europea, su economicissimi battelli che in dieci minuti ti portano nel cuore della città, è confortevole quasi come all'andata. La elevata temperatura della grande cabina nella quale siamo seduti ci dà un attimo di tregua dal fresco umido a volte penetrante dell'inverno istanbuliota.

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